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nuove forme del bere = un bicchiere mezzo pieno di red bull



  dal manifesto del 25 ottobre
 
Il bicchiere mezzo pieno di Red Bull Tra marketing e dipendenza
Patrizia Feletig
 
Le bevande che «mettono le ali», business milionario nato dall'idea di un austriaco. Dosi massicce di caffeina, fanno male se associate all'alcol nelle pratiche da «sballo» del sabato sera
Patrizia Feletig

Il successo delle bevande energetiche tra problemi, veri e presunti, per la salute e la cattiva abitudine di mischiarli con i superalcolici. Una moda nata in Austria con un obiettivo preciso: i ragazzi delle discoteche. Energy drink: bevande dai nomi evocativi - Red Bull, Leo Sprint, Tiger Shot - che promettono con qualche sorsata di ricaricare il fisico, allontanare la stanchezza e aumentare la concentrazione. Di sapore dolciastro con retrogusto da medicinale, questi cocktail analcolici «da ricarica» sono caratterizzati da ingredienti notoriamente eccitanti, a base di sostanze naturali e assolutamente legali. In Austria (patria di Red Bull, l'energy drink per antonomasia) sono commercializzati come prodotto dietetico; nel resto dell'Ue come prodotto alimentare. La principale componente è la caffeina, con una concentrazione 2,5 volte superiore a quella di una banale Coca cola. E poi ci sono la capsicina, lo stesso principio attivo del peperoncino, che funziona da vaso-dilatatore; l'estratto di ginseng, noto tonificante; e il guaranà, la pianta sacra degli indios, che aumenta la resistenza fisica. Senza dimenticare la mistificata taurina, che una leggenda metropolitana vuole sperma di toro, mentre si tratta di un aminoacido, prodotto naturalmente dal nostro organismo. A questi principi attivi si aggiungono - oltre agli immancabili coloranti - vitamine, minerali e carboidrati come il glucoronolattone, un tipo di zucchero naturalmente presente nell'organismo umano che ha l'effetto di ridurre la stanchezza. Ma l'effetto stimolante degli energy drink si verifica anche sui loro tassi di crescita, che galoppano su livelli del 37% negli Usa, primo mercato, e del 44% in Italia, uno dei mercati europei (seconda area seguita dal Giappone) più promettenti.
Queste bevande furono lanciate alla fine degli anni '80 dal produttore di Red Bull, un marchio nato dall'intuizione di un imprenditore austriaco, Dietrich Mateschitz. Mentre si trovava a Bangkok, Mateschitz provò un intruglio locale chiamato Krating Daeng (toro rosso) che serviva a combattere gli effetti del jet lag; conquistato dai risultati, nel 1987 aprì una distilleria per servire il mercato tedesco e austriaco. Gli inizi furono deludenti, perché la bevanda veniva percepita come un farmaco. Si trattava solo di imbroccare il filone giusto: il popolo delle discoteche e il mondo degli sport estremi. Un marketing virale - con distribuzione davanti ai locali, scuole, concerti rock, raduni sportivi - e il passaparola trasformarono la lattina rossa e blu in un successo. Da lì la moda tra gli adolescenti. Oggi - con budget pubblicitari ben più cospicui - la visibilità della bevanda che «ti mette le ali» può contare su due scuderie di Formula Uno. Nonostante polemiche e campagne allarmistiche, montate probabilmente anche a fini pubblicitari, gli energy drink non offrono motivi fondati di preoccupazione per la salute (lo conferma nel 1998 anche il Consiglio Superiore di Sanità) se bevuti da soli e in modica quantità. La tossicità è semmai legato al loro elevato contenuto in caffeina, che può determinare perdita di sonno e aumento del battito cardiaco. Il pericolo diventa però reale quando le bibite sono combinate coi superalcolici, una moda che imperversa tra i giovani. Come conferma un'indagine sugli studenti guidata da Giocchino Calapai dell'Università di Messina e pubblicata sul numero di ottobre della rivista Alcoholism: Clinical &Experimental Research. In base alla ricerca, il 56,9% dei giovani intervistati consuma spesso energy drink, mentre il 48,4% li assume sotto forma di «cocktail energetici». Una pratica di «sballo» che diventa consuetudine per il 35,8%.