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geografia delle nostre povertà



da lastampa.it
Giovedì
22/11/07

Geografia delle nostre povertà

Si presenta domani all’Accademia delle Scienze di Torino «Povertà e benessere. Una geografia delle disuguaglianze in Italia», rapporto a più voci curato da Andrea Brandolini e Chiara Saraceno per l’Istituto Cattaneo, finanziato dalla Compagnia di San Paolo, edito dal Mulino.

CHIARA SARACENO

Quando si è poveri? Certo, quando non si ha un reddito sufficiente. Ma per fare cosa e rispetto a quali bisogni? E chi corre maggiormente il rischio di sperimentare la povertà nel nostro Paese, fortemente caratterizzato non solo da disuguaglianze tra gruppi sociali, ma anche a livello territoriale? A queste domande, importanti non solo dal punto di vista conoscitivo ma per la definizione di politiche sia nazionali che locali, cerca di rispondere il volume Povertà e benessere.

Ne emerge una geografia della povertà e del disagio articolata a più livelli. Accanto a dati noti - forte concentrazione della povertà nel Mezzogiorno e tra le famiglie numerose e con figli - altri sono meno ovvi. Ad esempio, se è vero che tra gli anziani vi è un elevato rischio di povertà quando al basso reddito si aggiungono cattive condizioni di salute e reti familiari assenti, le situazioni di maggiore deprivazione si riscontrano tra i disoccupati, ove sono fortemente concentrati i giovani. Se questi non hanno una famiglia che li sostiene alle spalle, ed hanno una bassa istruzione, sono fortemente esposti al rischio di povertà non solo nel breve, ma anche nel medio e lungo periodo. Forti disuguaglianze, non solo di reddito ma di rischio di povertà, si riscontrano anche tra gli occupati. Ad esempio, il rischio degli operai privi di qualificazione di sperimentare condizioni di povertà è oltre quattro volte maggiore di quello di liberi professionisti e dirigenti.

Vivere in affitto è collegato a una situazione di svantaggio complessivo molto più spesso che avere una casa di proprietà: un dato che dovrebbe far riflettere rispetto a politiche della casa viceversa fortemente sbilanciate a favore dei proprietari. Allo stesso tempo, situazioni territoriali diverse mostrano non solo una diversa incidenza di individui e famiglie povere, ma anche, al loro interno, una distribuzione dei rischi non omogenea da zona a zona. In Toscana, fa differenza vivere a Massa Carrara piuttosto che nel Chianti; in provincia di Modena, nei comuni montani piuttosto che in città; in Trentino, nella Valle dell’Adige piuttosto che nelle Valli di Fiemme e Fassa. Questi esempi segnalano come i confronti tra macro aree territoriali, enfatizzando come è giusto le grandi differenze, forniscono strumenti utili per politiche di base a livello nazionale. Ma quando si scende a livello delle singole aree occorre disporre di conoscenze molto più fini e dettagliate.

Se si combinano le differenze sociali con quelle territoriali il panorama si fa ancora più complesso. È chiaro infatti che non è lo stesso essere poveri a Modena, Milano, Trento, nel Canavese o a Napoli. Non solo ci si confronta con standard di vita complessivi diversi a livello dell’immediata comunità locale di riferimento. Ci si confronta anche con quantità e qualità dei servizi e con dinamiche del mercato del lavoro anche molto differenti, che quindi offrono risorse di compensazione e di uscita dalla povertà anche molto diverse. Questo fenomeno emerge in modo particolarmente vistoso per i minori. I minori infatti, specie se hanno due o più fratelli, nel nostro Paese corrono sia un elevato rischio di povertà sia di rimanere poveri a lungo. Questo rischio è particolarmente concentrato nel Mezzogiorno, ove ci sono insieme più famiglie numerose, più famiglie senza nessun adulto occupato o con un’occupazione a bassa remunerazione. E dove l’offerta e qualità dei servizi per l’infanzia è più bassa e la stessa scuola dell’obbligo non sembra riuscire a contrastare le disuguaglianze sociali. A condizioni di povertà materiale si sommano condizioni di povertà cognitiva, con effetti di lungo periodo sulle stesse opportunità di vita future: oltre un terzo dei quindicenni nel Mezzogiorno, infatti, non ha le competenze di lettura, elaborazione logico-matematica e di soluzione dei problemi che ci si attenderebbe a quella età. Una politica di contrasto alla povertà non può ignorare questo fenomeno.