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i diritti negati nella patria della liberta'..



da repubblica.it 16 novembre 2007

I diritti negati nella patria della libertà

TIMOTHY GARTON ASH 
 
 
Facendo ruotare il brandy rimasto nel bicchiere panciuto Smiley mormorò: «Abbiamo rinunciato a fin troppe libertà per essere liberi. E´ il momento di riprendercele». Questo monito contro lo strapotere invadente degli stati votati alla sicurezza nazionale che noi dell´autoproclamato "mondo libero" abbiamo costruito ai tempi della guerra fredda arrivava per bocca della leggendaria spia nel romanzo di John le Carré Il visitatore segreto del 1991. Ma invece di riprenderci quelle libertà, ne abbiamo perse altre ancora. 

 In tutto il mondo occidentale gli stati e le imprese private detengono molte più informazioni personali sul nostro conto, si limitano le antiche libertà, si tengono in carcere le persone senza processo, si soffoca la libertà di parola.
E´ una vergogna che l´autore di alcune delle più gravi violazioni, il più incurante delle libertà dei cittadini, il più prodigo di sorveglianza sia lo stato britannico. Un tempo fiera dell´appellativo di "madre dei liberi", la Gran Bretagna ha oggi ha la società più sorvegliata d´Europa. Il paese che ha inventato l´habeas corpus oggi vanta tempi di carcerazione preventiva tra i più lunghi del mondo civile. E i custodi della nostra sicurezza intendono prolungarli ulteriormente. Ma gli stessi custodi della nostra sicurezza non sanno individuare gli immigrati clandestini che lavorano nei loro uffici (e che in un caso, stando alle cronache, hanno aiutato a riparare la macchina blindata del primo ministro) né arrestare a Londra un sospetto terrorista (rivelatosi poi un brasiliano del tutto innocente) senza sparargli in testa. La smania di promulgare altre norme restrittive si accompagna ad accessi di sconcertante inefficienza. Si può immaginare un sistema migliore per sacrificare la libertà senza guadagnare sicurezza? Smiley si rivolterà nella tomba. Oppure se, come talvolta si mormora, è vivo e vegeto in Cornovaglia sotto falso nome, vogliamo sentirci dire ancora: «Rinunciamo a fin troppe libertà per essere liberi. Dobbiamo riprendercele».

I progressivi tagli alle nostre libertà civili, incluso il diritto alla privacy, hanno almeno due cause. Una è la spettacolare crescita tecnologica verificatasi dai tempi di Smiley in campo informatico, della comunicazione, dell´osservazione e della registrazione dei dati. L´altra è la minaccia rappresentata dal terrorismo internazionale, soprattutto di matrice jihadista, evidenziata drammaticamente dagli attentati di New York, Madrid e Londra. Anche senza le atrocità dell´11 settembre e del 7 luglio sarebbe notevolmente aumentata la mole di informazioni personali archiviate nei server, nei tabulati dei telefoni cellulari, nelle banche dati mirate a valutare l´affidabilità creditizia, nelle registrazioni delle telecamere a circuito chiuso e simili. E anche in assenza di una simile esplosione di possibilità tecnologiche al servizio delle attività da grande fratello dello stato e dei privati gli attacchi terroristici avrebbero provocato un inasprimento delle misure di sicurezza.
E´ la combinazione dei due fattori che rende la situazione così allarmante. E la Gran Bretagna ha la sinistra caratteristica di essere al primo posto nel mondo democratico su entrambi i fronti. L´associazione per la tutela dei diritti umani Privacy International, che monitorizza in tutto il mondo le società della sorveglianza, afferma che sotto questo profilo la democrazia che si comporta peggio è quella britannica. Date un´occhiata alla mappa pubblicata sul loro sito (www.privacyinternational org): la Gran Bretagna è l´unico paese di tutto il mondo occidentale colorato in nero, come «società in cui la sorveglianza è endemica» accanto alla Cina comunista e alla Russia di Putin. In Gran Bretagna ci sono più di 4 milioni di telecamere a circuito chiuso. Il database nazionale del Dna è il maggiore del mondo, alla fine del prossimo anno secondo le stime conterrà i dati relativi a 4,25 milioni di persone, sarà cioè schedato un residente su 14. In base all´ultimo rapporto pubblicato nell´arco di 15 mesi, dal gennaio 2005 al marzo 2006, sono state richieste più di 400.000 autorizzazioni ad effettuare intercettazioni telefoniche e controlli sulla posta elettronica. Sono abilitate a chiedere queste autorizzazioni ben 795 autorità di sicurezza, di polizia e dell´amministrazione locale, un numero sbalorditivo. Devo andare avanti?
Allo stesso tempo, i nostri antichi diritti sono stati erosi legge dopo legge nel nome della lotta al terrorismo. Per secoli, da quando fu concepito per la prima volta in Inghilterra all´inizio del quattordicesimo secolo , il diritto all´habeas corpus ha fatto sì che la carcerazione in assenza di accuse fosse permessa per un tempo limite di 24 ore. Nel 2004 il termine è stata portato a 48 ore, l´anno scorso è salito a 28 giorni e la polizia britannica vuole estenderlo ulteriormente. Ma, come ha recentemente dimostrato un accurato studio comparativo condotto da Liberty, un gruppo di pressione a difesa delle libertà civili, i tempi di carcerazione preventiva previsti nella maggior parte delle altre grandi democrazie sono di gran lunga inferiori, pur a fronte delle stesse minacce. In Canada il limite è ancora un giorno, negli Usa due, persino in Turchia non supera i sette giorni e mezzo.
Ovviamente non dobbiamo essere ingenui. I terroristi internazionali e quelli cosiddetti "cresciuti in casa" rappresentano una minaccia particolarmente difficile da individuare. Se il capo dell´MI5, il Servizio di sicurezza britannico, ha una minima ragione a dire che nel Regno Unito potrebbero esserci 2000 di questi individui, dobbiamo tenerli sotto sorveglianza e fermarli prima che agiscano. E´ difficile trovare l´equilibrio tra libertà e sicurezza. Ma negli ultimi dieci anni la Gran Bretagna ha ecceduto sul versante sicurezza. A dire il vero così si minimizza l´errore: probabilmente abbiamo ridotto la nostra sicurezza con una reazione eccessiva.
E´ interessante chiedersi perché la patria storica della libertà si sia spinta tanto oltre sul versante delle restrizioni. E´ semplicemente colpa, come spesso si dice, dei "riflessi autoritari" del New Labour? Oppure è proprio perché ci consideriamo un paese di antica e assodata libertà che permettiamo con tanta tranquillità la lenta erosione di questo o quel diritto o libertà acquisita (tutti apparentemente piccoli, presi singolarmente)? Il nostro mito – quello che ci siamo costruiti – è talmente forte che non ci accorgiamo della mutate realtà. Continuiamo a dire «viviamo in un paese libero, no?» senza renderci conto che lo è sempre di meno ogni giorno che passa. Fa riflettere che la Gran Bretagna, nel secolo scorso forse la società più libera d´Europa, sia ora quella più sorvegliata, mentre la Germania, paese che nel ventesimo secolo ha vissuto una doppia mancanza di libertà (con i nazisti e con la Stasi), sia oggi secondo Privacy International il meno sorvegliato.

Ma più che capire come ci siamo infilati in questo pasticcio è importante trovare il modo di uscirne. In Gran Bretagna, e forse non solo, serve un cambio di paradigma: dalla libertà attraverso la sicurezza alla sicurezza attraverso la libertà. Oggi abbiamo un premier che presenta la libertà come un, e forse addirittura il , valore britannico fondamentale. Ci invita a cercare il modo «di scrivere assieme un nuovo capitolo della storia di libertà del nostro paese». Invito accolto. Iniziamo col non estendere neppure di un giorno il termine della carcerazione preventiva. Proseguiamo riducendo non i nostri diritti, ma l´eccessivo apparato di sorveglianza pubblico e privato. Nei prossimi mesi commissioni di entrambe le camere del parlamento britannico riferiranno sulla società della sorveglianza. Invito i britannici a tornare ad essere ciò che ci reputiamo: uno dei paesi più liberi del mondo. Parte il contrattacco.
www.timothygartonash.com

Traduzione di Emilia Benghi