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quattro soluzioni per il rebus rifiuti



il manifesto
15 Gennaio 2008

Quattro soluzioni per il rebus-rifiuti
Il piano del governo non risolve nulla, ma «ricicla» solo vecchie ricette che hanno fallito. Con il rischio che tutto finisca in ordine pubblico. Invece una via d’uscita è possibile.
Guido Viale

E’difficile aspettarsi un risultato dal piano del governo per i rifiuti della Campania. Perché in quel piano non c’è niente di nuovo. I punti «qualificanti» sono: 1) Raccolta differenziata. E’ una prescrizione già contenuta in una legge dello stato del 1997, che i commissari non hanno mai attuato.
Il piano non indica le misure per cui questa volta dovrebbe riuscire, ma solo scadenze per il suo avvio. 2) Conferimento ad altre regioni «volonterose » delle centomila e più tonnellate di rifiuti che ingombrano le strade campane. Anche questo è già stato chiesto e fatto in altri periodi. E’ ovvio che in mancanza di garanzie che la storia non abbia a ripetersi le difficoltà frapposte dalle altre regioni crescono. 3) Utilizzo immediato di quattro discariche – o cinque, se verrà inclusa Pianura – già indicate dal precedente commissario Bertolaso e tre delle quali sono già state oggetto di mobilitazioni popolari contro la loro apertura; perché sature o in siti inadatti. Non risulta che Regione, Province o commissari abbiano mai effettuato una mappatura del territorio campano per individuare siti compatibili con questa funzione. Si è sempre cercato di utilizzare i siti già compromessi (gravando su popolazioni la cui salute è stata distrutta da queste servitù), nonostante che indicazioni su siti adatti dal punto di vista geologico e idrologico siano state a suo tempo fornite a Bertolaso da alcuni geologi che queste indagini le avevano svolte per proprio conto. 4) Apertura «nel medio termine» di tre inceneritori: sono quello di Acerra, in costruzione da quattro anni e in programma da dieci, che non sarà pronto prima del 2009 e quello di Santa Maria la Fossa, a soli quindici chilometri dal primo (anch’esso in programma da dieci anni). Anche qui vale il principio di insediare gli impianti più inquinanti nei territori più compromessi; con l’aggravante che in questo caso la decisione sui siti è stata delegata all’impresa aggiudicataria della costruzione e della gestione degli impianti.
Il terzo inceneritore verrà localizzato a Salerno, città il cui sindaco si è da tempo dichiarato disponibile a ospitarlo, anche se il sito non è stato ancora indicato e la mobilitazione popolare contro questa decisione sta già montando. Ma l’apertura dei due nuovi inceneritori, posto che si facciano, non potrà avvenire prima di tre-quattro anni. E nel frattempo?
Ridurre, riciclare, recuperare, smaltire. Nulla dice il piano del governo circa i cinque milioni di «ecoballe» accumulate ai piedi dei sette impianti di tritovagliatura (i cosiddetti Cdr) e infarcite di rifiuti tossici infilati più o meno clandestinamente dalla camorra. Tutti i Cdr sono attualmente fermi; per guasti tecnici, o per decreto della magistratura, o per mancanza di spazio dove stoccare la «produzione». Si tratta di un’altra ecobomba di dimensioni planetarie, che se venisse smaltita nel megainceneritore di Acerra, se entrerà in funzione, lo terrebbe occupato per non meno di 5-7 anni, mentre in attesa dei nuovi inceneritori si accumulerà un numero quasi uguale di altre ecoballe. Che cosa bisogna fare, allora? Bisogna attuare in modo drastico le priorità dell’Ue, della normativa nazionale e di quella regionale.
Primo: ridurre; secondo: riciclare; terzo: recuperare solo quello che non è possibile riciclare; quarto: smaltire solo quello che non è in alcun modo recuperabile. E in emergenza queste regole vanno attuate con misure  straordinarie.
Ridurre: ogni giorno la Campania produce 6-7000 tonnellate di nuovi rifiuti urbani. Anche se altre regioni italiane accetteranno di assorbire quelli ammonticchiati per le
strade, tra quindici giorni saremo punto a capo. Tra un mese e mezzo sarà stata riempita completamente la discarica di Serre – l’unica oggi aperta in Campania – e per aprirne altre il commissario si sentirà autorizzato a usare gli stessi sistemi adottati a Genova.
Il 40% in peso di quei rifiuti è composto da imballaggi; un altro 10% da altri prodotti usa e getta. Si tratta in massima parte di vetro, plastica, carta e cartone, che in volume
occupano in discarica oltre il 60 e nei cassonetti fino al 90% dello spazio disponibile. Il resto è composto quasi esclusivamente da materiale organico (avanzi di cucina), inerti e rifiuti ingombranti (mobili e elettrodomestici depositati accanto ai cumuli di rifiuti perché non ci sono centri e servizi di raccolta ad hoc). Bisogna fermare questo flusso. Se si allaga la casa, prima di asciugare il pavimento e strizzare gli strofinacci occorre chiudere i rubinetti. E la Campania è «allagata» dai rifiuti.
Ma come fare? Va proibita la vendita dei prodotti usa e getta fino al lontano ritorno a una lontana «normalità». Per lo meno di quelli più ingombranti: i pannolini possono
essere sostituiti con prodotti lavabili di concezione moderna: sono più economici e igienici per chi li usa e molto meno costosi per chi li deve smaltire. Un comune li può addirittura regalare a chi ne ha bisogno – come si comincia fare a Reggio Emilia e in altre città – con la sicurezza di risparmiare sullo smaltimento.
Lo stesso vale per le stoviglie usa e getta. I comuni devono proibirle emettere a disposizione - a pagamento - di chi le usa abitualmente, cioèmense e fast food, servizi mobili di lavaggio: si possono organizzare in pochi giorni, in attesa che le utenze si dotino delle necessarie strutture. Vanno bloccati all’uscita dalla catena distributiva tutte le bibite in vuoti a perdere, acqua minerale compresa, se non nei territori dove l’acqua del rubinetto non è potabile. E’meglio questo «sacrificio» o continuare a vivere tra cumuli di rifiuti? Vanno eliminati gli imballaggi superflui, in attesa che i distributori si dotino di servizi logistici in grado di garantire l’utilizzo esclusivo di vuoti a rendere e di dispenser per la vendita di prodotti sfusi, come ormai fanno molte catene distributive nel nord e nel centro Europa, ma anche alcune catene italiane.
Ma che cosa si può fare nell’immediato? Si devono spacchettare alle casse dei supermercati e ai banchi dei negozi i prodotti acquistati, in modo che gli imballaggi superflui vengano immediatamente convogliati verso gli impianti di riciclaggio. A Natale, con la campagna «Disimballiamoci» Legambiente aiuta i consumatori volenterosi a sbarazzarsi degli imballaggi superflui presidiando con i suoi volontari le uscite dei supermercati. In Campania la stessa cosa va resa obbligatoria, impegnando in questa funzione alcune migliaia dei lavoratori finora addetti a una inesistente raccolta differenziata. E spiegando alla popolazione che questo è l’unico modo per liberarsi dai cumuli di rifiuti sotto casa e dalla necessità di aprire ogni giorno nuove discariche. Naturalmente per farlo ci vuole personale formato (rapidamente), consultato e aggiornato (quotidianamente) per avere il polso delle risposte della popolazione.
Uscire dalla monnezza non è utopia. E’ una proposta folle? Può sembrare.Ma è più folle questa proposta o il comportamento di governatori, amministratori e commissari che per 14 anni hanno lasciato incancrenire la situazione fino a questo punto? D’altronde è una proposta che va nella direzione in cui simuove un numero crescente di amministrazioni nei contesti più «civili» dell’Europa e degli Stati Uniti: dalla Silicon Valley al  Canada, dall’Austria all’Olanda, dalla Germania alla Nuova Zelanda. Napoli e la Campania potrebbero approfittare dell’emergenza per superare in un colpo solo il gap tra la posizioneinfima che occupano oggi e i primi posti a livello mondiale. Esattamente come12 anni fa Milano, sommersa dai rifiuti, aveva saputo superare l’emergenza mettendo a punto in pochi mesi un modello poi ripreso da molte città europee.
Anche la raccolta differenziata (per la quale la legge prescrive l’obiettivo del 65% entro cinque anni), se da un lato si avvantaggerebbe molto di poter operare su flussi di rifiuti già liberati dalla maggior parte degli imballaggi superflui e dei prodotti usa e getta, richiede comunque una mobilitazione straordinaria che i comuni che hanno già raggiunto questo obiettivo ben conoscono. La raccolta deve essere fatta porta a porta; il personale che la fa deve essere formato e investito di una responsabilità che richiede una elevata professionalità: quella di imparare a conoscere il territorio attraverso i rifiuti prodotti; di dialogare con la popolazione; di individuare i problemi e proporre soluzioni. L’addetto alla raccolta differenziata porta a porta non è più un facchino ma un lavoratore front-line.
Serve un grande lavoro con la persone, ma i risultati poi arrivano: non c’è un solo abitante dei comuni che fanno bene la raccolta differenziata che vorrebbe tornare indietro. Naturalmente ci vogliono impianti per trattare le frazioni raccolte. Nell’immediato si potrà ricorrere ad altre regioni, che riceveranno i materiali riciclabili della Campania più volentieri dei suoi rifiuti indifferenziati.Mabisognerà individuare in fretta i siti e costruire gli impianti - soprattutto quelli di compostaggio - nella regione. Possono essere accolti meglio di una discarica o di un inceneritore. In fin dei conti si tratta di fare un patto con la popolazione: meno impianti inquinanti di smaltimento finale in cambio di più impegno nel ridurre e riciclare i rifiuti. Infine, molta parte
del territorio campano dispone di condizioni adeguate per promuovere il compostaggio domestico, magari distribuendo gratuitamente compostatori, istruzioni per l’uso e assistenza tecnica continua a chi vuole provarci e riducendo così in misura consistente il conferimento di rifiuto organico.
Se l’obiettivo del 65% verrà raggiunto, quando saranno pronti (se saranno pronti) i due nuovi inceneritori, i rifiuti campani da smaltire si saranno ridotti a un terzo di quelli
attuali; e se sarà attivata una politica drastica di riduzione, come quella proposta qui, a molto meno di un quarto. Il «combustibile derivato dai rifiuti» prodotto da un impianto
a norma èmeno della metà del materiale immesso: cioè la metà della capacità dell’inceneritore di Acerra. E a quel punto, a che cosa serviranno gli altri due inceneritori? Si rischierà, in Campania come in tutta Italia, di ritrovarsi nella situazione della Germania, che, dopo aver avviato una vera raccolta differenziata si ritrova con un eccesso di capacità di smaltimento, cioè di inceneritori e di discariche. E’ per questo infatti che la Germania accoglie così volentieri i rifiuti campani: per tenere in funzione impianti che altrimenti non potrebbero ammortizzare. Se invece non si ritiene perseguibile l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata, perché è stata fatta una legge che prescrive quest’obiettivo, confermando un’analoga norma del governo Berlusconi,
che fissava l’obiettivo al 60% al 2011? Resta il problema delle bombe ecologiche di cui il piano del governo non si occupa: i milioni di tonnellate di rifiuti tossici nascosti in discariche, clandestine e non, e i milioni di ecoballe che a norma di legge non potranno essere affidate a nessun inceneritore. Qui è improcrastinabile un piano di bonifica di ampio respiro e di portata nazionale, soprattutto per la quantità di risorse sia finanziarie che tecniche e umane da mobilitare. Costerà sicuramente molto di più dei due miliardi di euro che il commissario ha sperperato nel corso di quindici anni e dovrà essere messo a carico delle finanze dell’intero paese. Perché là, nelle fosse, nelle cave, nei pascoli e nelle discariche di tanta parte della Campania – e verosimilmente della Calabria e della Puglia – sono seppelliti i rifiuti di cui si è liberato a basso costo per decenni tutto il sistema industriale del paese. Ed è giusto che a pagare sia tutto il paese.