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mobilità e sopravvivenza



da greenport.it
11/02/2008
 
 Mobilità e sopravvivenza: della nuova ora di punta e della velocità
di Alessandro Farulli
 
LIVORNO. «Nel caos, nella novità, nel disordine, imparare a camminare senza correre sarà la nostra libertà». Michele Serra chiude così oggi su Repubblica il suo splendido pezzo su “Come sopravvivere nell’era della liquidità”, articolo di spalla dell’apertura culturale dedicata alla “Nuova ora di punta” e al come sono cambiati i “tempi della città”. Dopo aver dedicato ieri un approfondimento dotto sul tema della Velocità, il quotidiano romano torna dunque oggi a dibattere sul tempo e sulla mobilità. La piegatura sociale e culturale data alla materia dalle penne di via Colombo, né nasconde un’altra altrettanto importante che è quella ambientale. Dietro (e anche davanti) alla velocità, alle dinamiche dei trasporti, al tempo libero, ai tempi della città, ci sono le persone che vivono dentro un ambiente che subisce tutte le conseguenze dei loro modelli di vita. In particolare proprio quelle sulla mobilità.

Nessuna semplificazione, perché se la nostra giornata tipo – come viene sottolineato – non è più scandita dalle sirene delle fabbriche e l’ora di punta dalle 17 alle 19 si è prolungata alle 20 e anche oltre, ci sarà un motivo e una ragione. O più di un motivo e più di una ragione, ma soprattutto un mondo che è cambiato moltissimo da quando Marinetti e D’Annunzio elogiavano e glorificavano in forma di pittura e di letteratura la velocità. La gabbia degli orari fissi (8-17), che ‘opprimeva’ in qualche modo i lavoratori degli anni ’70 e ’80, è stata rotta, ma questa rivoluzione a cui tutti abbiamo contribuito ha un prezzo da pagare. Quella velocità ‘scoperta’ sul finire dell’800 e magnificata nel secolo scorso ha portato al cosiddetto ‘tempo reale’. «L’energia umana – era la morale futurista – centuplicata dalla velocità, dominerà il Tempo e lo Spazio». Lo si è creduto per decenni e forse in molti lo credono ancora aggiungendo a questa idea, e in parte sovrapponendola, quella della libertà.

Il dominio del tempo e dello spazio grazie alla velocità ci renderebbe in qualche modo più liberi. Se siamo più veloci arriviamo prima nei posti dove dobbiamo andare, o le nostre informazioni ci arrivano e arrivano a noi con tempi molto più brevi. E così siamo anche più liberi di decidere quando e come fare le cose. Ma è davvero così? Dice giustamente Cinzia Sasso su Repubblica, “Siamo più liberi e abbiamo meno tempo”. E’ in questa una prima macroscopica contraddizione che bisogna specchiarsi, nonostante il professor Martinotti (docente all’Istituto Italiano di Scienze Umanistiche di Firenze) sostenga che: «Il tempo è lo stesso, ma gli effetti sociali sono radicalmente cambiati. Esiste una società estesa, che agisce più a lungo, e il problema oggi è come adeguarsi alla nuova realtà». Il punto è che facendo certe cose più velocemente non si è mantenuto il resto del tempo che aumentava per dedicarlo al tempo libero e alla famiglia, ma lo si è riempito di altro lavoro. Adeguarsi dunque a questi cambiamenti? Forse sì, ma come. Accelerando ancora o decelerando? Il treno pare in corsa più che mai e soprattutto nel campo dell’informazione cambiare rotta è praticamente impossibile. “Il tempo reale” è l’oggi e il domani assomiglia sempre più a una vita che si nutre delle informazioni che arrivano dal futuro. Di questo passo i telegiornali prenderanno le sembianze delle previsioni del tempo, cercando di anticipare anche gli incidenti stradali… Lasciando però da parte i paradossi resta il fatto che, come dicevano, l’altra faccia della velocità e degli orari di lavoro che si allungano e del traffico che aumenta e delle ore che passiamo di più nelle auto invece che in famiglia o in ufficio, è l’impatto ambientale e sociale che tutte quelle cose generano.

Inquinamento dell’aria, consumi energetici e di materia fino alle difficoltà nei rapporti con partner e figli, nonché nel lavoro che perseguita in ogni dove e in ogni orario per di più, molto spesso, neppure adeguatamente retribuito. Si è saliti sulle auto convinti che ci avrebbero portati lontano e a gran velocità, ma ora siamo tutti in fila. Anche in rete, dove l’eccesso di informazioni crea i colli di bottiglia rallentando il web, oppure le query fanno cadere i siti per ore. Ma se con tutta probabilità la tecnologia supererà questi problemi, non è detto che l’uomo abbia le stesse capacità. Anzi, ci sembra che le avvisaglie di schizofrenia siano già evidenti. L’uomo è sotto una grande pressa e il problema è, come dice Serra, sopravvivere. “Imparare a camminare senza correre per essere liberi” può essere il nuovo slogan di una campagna culturale tutta ancora da portare avanti. Cominciando almeno mettendo mano al trasporto pubblico che – ottimizzato al massimo - può dare risposte significative sul piano della mobilità. Se non si può e non si deve impedire alla gente di muoversi, si può rendere più sostenibile ambientalmente e socialmente il loro libero circolare. Facciamo quello che si può fare e poi lavoriamo sulla cultura. Quella può crescere senza che ci siano effetti collaterali e liberare i cervelli dal gioco dei media standardizzatori del pensiero. Per scoprire magari che le ore della giornata non aumentano riempiendole sempre di più di cose da fare e che la qualità della vita non necessariamente migliora se tutto ciò che si fa lo si fa alla velocità della luce. Certo dipende dal lavoro che si fa e da quanto bisogna lavorare per vivere, ma è qui dentro che si può vincere la sfida della sostenibilità ed è qui che si può e si deve “imparare a camminare senza correre”. Magari, quando si può, muovendosi a piedi o prendendo la bici…
 


 
 


 


 




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