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città in crescita minaccia ambientale




da boiler.it
12.02.2008

ECOLOGIA
Città in crescita, minaccia ambientale
di SARA CAPOGROSSI COLOGNESI

“Ecologia delle città e cambiamento globale”, questo è il titolo di un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Science (8 febbraio 2008) da Nancy Grimm, studiosa di ecologia della State University e dai suoi collaboratori. La questione è questa: circa la metà della popolazione mondiale vive ormai nelle città, e i numeri sono destinati ad aumentare. Nel 2030 nelle metropoli abiteranno circa 5 miliardi di persone. Un fenomeno avrà conseguenze molto importanti dal punto di vista ambientale.
«Quando pensiamo al cambiamento globale ci vengono in mente immagini di ghiacciai che si sciolgono e foreste tropicali che vengono rimpiazzate da campi e pascoli», spiega l’autrice dell’articolo. Ma in effetti da cosa sono provocati questi sconvolgimenti ecologici? «La maggior parte dell’impatto ambientale che si verifica attualmente si origina nelle città, e con la transizione demografica verso la vita metropolitana è prevedibile che l’impronta urbana continui a crescere».
Certo l’urbanizzazione non è un fenomeno degli ultimi anni, ma con la rapida crescita di paesi come Cina e India gli equilibri stanno modificandosi definitivamente.
In un ampio approfondimento Science esplora il diffondersi dell’urbanizzazione nel mondo, con una particolare attenzione ad alcune regioni del nostro pianeta.
«Le città, e le persone che in esse vivono, in ultima analisi determineranno la biodiversità globale e il funzionamento degli ecosistemi», commenta Jianguo (Jingle) Wu, anch’egli ecologo dell’Asu e coautore dello studio. «L’urbanizzazione sostenibile è un passo inevitabile per la sostenibilità regionale e globale».
I risultati pubblicati in questi giorni sono il frutto di uno dei primi progetti di ricerca ecologica a lungo termine (oltre un decennio di analisi), condotta da più di una dozzina di studiosi, che hanno esaminato gli ambienti urbani, evidenziando il particolare uso delterritorio, l’inquinamento, il riscaldamento e i suoi effetti sul clima globale, i sistemi idrici, la biodiversità e i cicli biogeochimici, tra le altre cose.
«Le aree urbane sono “punti caldi” che guidano il cambiamento ambientale», spiega John Briggs, coautore della ricerca. «Sono sistemi socioecologici adattativi, complessi, sono centri di produzione e consumo, nei quali il frutto dei servizi degli ecosistemi è collegato alla società e agli ecosistemi stessi a molteplici livelli».

Prendendo l’esempio di Phoenix, che con una popolazione di oltre 4 milioni di persone è la quinta città degli Stati Uniti, i ricercatori sottolineano che nei prossimi 20 anni si prevede un incremento senza precedenti negli abitanti di questa, come di altre città. «Phoenix, e le città in generale, sono microcosmi per il tipo di cambiamenti che si stanno verificando globalmente», dice Grimm. «Nei cicli biogeochimici, per esempio, mostrano sintomi di squilibrio per quanto riguarda il nitrogeno, l’anidride carbonica, l’ozono e altri elementi chimici».

Esiste il cosiddetto effetto isola: il centro delle città è fisicamente più caldo. Le temperature urbane e suburbane sono di 1-6 gradi centigradi più alte di quelle rurali, secondo l’Environmental Protection Agency. E questo si traduce in «picchi di incremento di domanda energetica, aumento dei costi per l’aria condizionata, aumento dei livelli di inquinamento atmosferico, e aumento nel tasso di malattie e mortalità legate al caldo».
Un aumento di temperatura anche di un solo grado fa sì che il consumo di acqua schizzi in alto di più di 1300 litri al mese per famiglia.
E i danni legati alle città non si limitano entro i confini urbani: al di là di questi il paesaggio mostra profondi cambiamenti, nel suolo, nelle costruzioni, negli insediamenti umani, nella diversità di specie animali e vegetali e negli ecosistemi in periferia.

«Ciò che osserviamo è che l’ambiente, un po’ in tutto il mondo, sperimenterà l’impatto della crescita e delle attività di città che possono trovarsi a distanza più o meno ravvicinata», commenta Charles Redman, direttore dell’Asu School of Sustainability. «Dobbiamo capire la complessità delle influenze che la rapida urbanizzazione globale porta con sé, sia all’interno dei confini urbani che attraverso aree sempre più distanti».

Per cercare di trattare tutti questi diversi aspetti in un discorso omogeneo, i ricercatori hanno cominciato a studiare i sistemi urbani come delle unità organiche: «Organismi che sottraggono risorse e producono rifiuti. Sebbene controversa, questa prospettiva integrata può essere utile per interpretare cose come i cicli biogeochimici nelle città e per analizzare i loro effetti regionali o globali.

E non solo la fisica e la chimica delle città subiscono profondi cambiamenti. Anche la genetica, e in particolare la genetica delle popolazioni, è chiamata in causa. «Le città creano nuove comunità biologiche», spiega Stan Faeth, coautore dell’articolo. Nuove pressioni selettive alterano la flora e la fauna (inclusa quella umana). Le città modificano i comportamenti, la fisiologia, il tipo di disturbi, la densità di popolazione, la morfologia e la genetica degli organismi che vi risiedono. «Non importa quanto queste nuove comunità siano poco naturali», insiste Faeth, «sono comunque quelle che la maggior parte delle persone conosce, e che sempre più è destinata a frequentare in futuro».

Gli studi di ecologia urbana, come si vede, possono diventare molto complessi, includendo numerose variabili, ma sono sempre più necessari per riuscire a formulare previsioni attendibili sui cambiamenti ecologici che ci attendono e per aiutare a gestire al meglio la situazione, con interventi politici mirati, spiega Henry Gholz, della National Science Foundation, organizzazione che ha finanziato uno dei due progetti di studio a lungo termine.
«Capire come funzionano le città, come, attraverso una pianificazione adeguata, possono essere sostenuti i “servizi degli ecosistemi” che forniscono, ci dà la possibilità di aumentare la qualità della vita e dell’ambiente per gli abitanti delle metropoli, che siano essi animali o vegetali», conclude Grimm. «Sebbene ogni città e ogni area circostante siano diverse, gli studi ecologici di queste differenze, e la partecipazione degli ecologisti alle decisioni politiche, possono creare soluzioni applicabili a molte situazioni diverse».