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nella fabbrica delle uova



da repubblica sabato 22 marzo 2008
  
Vivono in gabbie dove non riescono nemmeno a muoversi e producono a dismisura La Lav denuncia: "Le batterie sono prigioni". E a risentirne è anche la nostra salute
Nella fabbrica delle uova il business delle galline-schiave

Nel 2012 cambierà la normativa sugli allevamenti: condizioni più vivibili

JENNER MELETTI

san lorenzo in noceto (Forlì)
C´è anche l´«anaconda», nella fabbrica delle uova. Non è il serpente dell´Amazzonia ma il nastro trasportatore che, là in alto, convoglia le 45.000 uova prodotte in un solo giorno dalle 50.000 galline che abitano qui, tutte in un solo capannone. Piccoli nastri passano davanti alle gabbie delle ovaiole e portano le uova a un sollevatore che alimenta l´anaconda. Senza che nessuna mano umana tocchi il frutto della gallina, le uova finiscono poi nei contenitori destinati a supermercati e negozi. Non si può più dire che «la prima gallina che canta ha fatto l´uovo». I co-co-dè qui sono migliaia e si annullano l´uno con l´altro. Tutto diventa un brusio, in questa cattedrale delle galline con cinque file di gabbie e sei gabbie sovrapposte, ognuna con 24 galline, in ogni fila. Non vanno nemmeno a letto presto, le galline industriali. Le luci si spengono alle 9 della sera per riaccendersi alle 6 del mattino.
«Ha visto come stanno bene, le nostre galline? Un pochino si muovono, e se fanno le uova vuol dire che sono in salute». Anna Maldini, vice presidente dell´Assoavi, guida la visita ai capannoni di Danilo Sabbatani, padrone di 800.000 ovaiole sulle prime colline forlivesi. «Ha visto? C´è anche il tubo che soffia aria sulle uova, così le spolvera». Sono arrabbiati, gli industriali delle ovaiole. Nei giorni scorsi la Lav ha chiamato la gente in piazza, con la campagna «prima l´uovo, poi la gallina libera». «Le batterie sono prigioni, è il momento di aprire le gabbie». La Lav ha detto che gli industriali torturano gli animali perché impediscono loro di muoversi, razzolare, covare, fare i bagni di terra. «In queste condizioni le galline impazziscono letteralmente, tanto da diventare cannibali. Per questo subiscono la mutilazione del becco. Per fortuna, dal 1° gennaio 2012 sarà vietato l´allevamento delle galline nelle gabbie di batteria».
Basta restare un poco nel capannone della Sabbatani per capire che le galline felici, se esistono, sono in qualche pollaio di campagna o nei film della Walt Disney. Con i pollai della nonna non si produrrebbero però i 12 miliardi di uova che finiscono nei piatti degli italiani, 220 uova a testa all´anno. Le antenate libere facevano 130 uova all´anno e le discendenti, frutto di attenta selezione genetica, ne sfornano 300, quasi uno al giorno. Ma per rendere al massimo debbono mangiare, bere, fare uova e basta. Entrano in gabbia quando hanno 4-5 mesi e sono chiamate pollastre. Sette giorni dopo la nascita subiscono il taglio della punta superiore del becco. «Si fa con una lama incandescente», dicono Pier Ettore Lucchi e Piero Lupi, che si occupano di selezione genetica e di impianti per gli allevamenti. «In passato questa operazione era necessaria, ora le galline sono selezionate proprio per stare bene in gabbia e il taglio del becco forse si potrà abbandonare». Ma ancora adesso tutte le ovaiole hanno il becco mutilato. Una pollastra costa 3,50 euro più Iva. Ricambierà regalando uova per tredici-quattordici mesi e uscirà dalla gabbia solo una volta, per andare al macello. «Quando va bene ci vengono pagate, vive, 0,20 euro al chilo. Per fortuna ci sono gli extracomunitari e c´è il mercato africano, perché in Italia il brodo non lo fa quasi più nessuno».
Nel capannone della Sabbatani siamo già nel futuro. Contrariamente a quanto sostiene la Lav, dal gennaio 2012 le gabbie di batteria non saranno vietate ma dovranno essere più vivibili. «Nella mia azienda - dice Danilo Sabbatani - 220.000 galline vivono già nelle nuove gabbie. Centosessantamila sono in batterie che possono essere migliorate, e tutte le altre in gabbie tradizionali. Ed è questo il problema. Se dobbiamo applicare la nuova normativa europea rischiamo il fallimento. Per gabbie più larghe e più alte occorrono capannoni più larghi e più alti e i Comuni, soprattutto in questa zona dove gli allevamenti sono tanti, non danno la concessione edilizia. Allora non resta che ridurre il numero delle ovaiole. Insomma, dobbiamo investire milioni di euro e allo stesso tempo ridurre la produzione di circa il 40%. Il risultato è ovvio: le uova arriveranno dall´estero, soprattutto dall´Est, dove non si pongono certo il problema del benessere della galline».
In una gabbia tradizionale, «non arricchita», una gallina ha a disposizione 550 centimetri quadrati, meno di un foglio A4, che è 619 centimetri. L´altezza varia dai 35 ai 40 centimetri. Nelle nuove gabbie l´animale «possiede» 750 cm quadrati di spazio, un nido di plastica, una lettiera, un trespolo. «Ma per cambiare tutte le gabbie - dice Gian Luca Bagnara, esperto di agri-business e docente all´ateneo di Bologna - sono necessari investimenti per 700-800 milioni di euro. Per un allevamento medio-piccolo di 100.000 ovaiole, servono ad esempio 3,4 milioni. Siamo in forte ritardo, nell´applicazione della direttiva numero 74 del 1999 decisa dalla Comunità europea con «l´obiettivo benessere delle galline ovaiole». Questo perché la stessa Comunità solo l´8 gennaio 2008 ha reso noto lo studio sull´impatto economico della riforma e le norme attuative. Non sapendo che fare, gli imprenditori, salvo rare eccezioni, non hanno cambiato nulla. Un fatto è certo: con i nuovi allevamenti, un uovo costerà al consumatore il 15% in più. Ma fino a metà degli anni ‘60 un uovo costava come un caffè o un giornale. Oggi, con un euro, il prezzo di un quotidiano, si comprano un chilo di uova (quindici pezzi) all´ingrosso o sei-sette uova al dettaglio. Per cambiare le gabbie mancano poi chiarimenti importanti. Si prevede ad esempio un «gratta unghie» - una sbarra con buchi che le galline userebbero come grattugia - ma non c´è nessun brevetto omologato. Si prevede una vaschetta di sabbia in ogni gabbia, ma mettendo assieme migliaia di vaschette si alzerebbe un polverone impossibile».
C´è un´accusa della Lav che fa imbestialire gli allevatori. «Le ovaiole - sostiene l´associazione animalista - sono malate di osteoporosi, infezioni, cannibalismo, ecc. Queste patologie evidentemente passano anche nelle uova». Stefano Gagliardi, della direzione Avitalia, associazione nazionale allevatori e produttori avicunicoli, salta sulla sedia. «Dovrebbero essere arrabbiati anche al ministero della Sanità, che con 6.000 veterinari ci controlla ogni giorno. Tutti gli studi ci dicono che sotto un profilo sanitario tutte le uova, prodotte in gabbia, all´aperto o in allevamento biologico, sono sane e buone. Diversa è solo la qualità della vita delle galline. Noi fino a trent´anni fa, tenevamo il pollo da carne in batteria e le ovaiole a terra. Poi abbiamo cambiato, perché le uova a terra spesso venivano attaccate dalla salmonellosi. Ma siamo disposti a cambiare ancora. Senza un aiuto economico, con costi più alti e minore produzione, non riusciremo però a fare stare meglio le galline e mantenere i prezzi di oggi. Il risultato? Chi vorrà continuare a comprare 15 uova al prezzo di un caffè, acquisterà all´estero, all´Est e anche in India e Cina. Già oggi, se vuole, il consumatore italiano può decidere in che modo le galline debbono vivere. Dal 2002 su ogni confezione ci sono dei numeri che indicano come sono prodotte le uova. Il codice 0 dice che le galline sono in allevamento biologico. Il codice 1 racconta che sono all´aperto, il 2 che sono in capannone ma a terra, il 3 che sono in gabbia. Scegliendo fra i diversi numeri e pagando qualche centesimo in più si decide quale mercato è destinato a crescere e quale a scomparire».
L´«anaconda», nel capannone di Sabbatani, continua a trasportare migliaia di uova. Sembra di essere davanti a una catena di montaggio. La gallina becchetta il mangime con mais, soia, calcio, fosfato, vitamine, sale e produce l´uovo quotidiano. Nove ore di buio, 15 di luce. Una volta in Italia erano famose le ovaiole livornesi, le padovane, le romagnole… «Ora tutte le galline da uova sono selezionate in Germania, in Francia e soprattutto negli Stati Uniti. Si chiamano Lohmann, Isa e Hyline. Queste ultime sono discendenti delle livornesi, scoperte dagli americani quando arrivarono a liberare l´Italia. Facevano le uova bianche, ora il guscio è rosso e robusto. La genetica è decisa all´estero, noi possiamo occuparci solo di gabbie». E ricordare quando le galline, forse felici, facevano l´uovo in nidi di paglia. E conoscevano l´odore della terra e dell´erba. 
 
IN TAVOLA RITORNI IL "BOCCONE DEL PRETE"

CARLO PETRINI

Dalle mie parti, nel basso Piemonte, lo chiamano anche suta-cua, sotto-coda, per far capire a tutti i commensali che cos´è il "boccone del prete": non sarebbe molto elegante dire che si sta mangiando il posteriore del pollo, una delle parti più buone. Questa parte dei polli, in campagna, finiva spesso nel piatto dell´uomo di chiesa, la principale autorità locale. Di qui il nome. La storia di questa prelibatezza affonda le radici del suo nome nel Medioevo, passando per Shakespeare che lo cita come "parson´s nose" (il naso del prete) nel soliloquio di Mercuzio in "Giulietta e Romeo"; fino al film "Il meraviglioso mondo di Amélie".
Ma in un mondo in cui i polli sono la bestia più globalizzata, chissà che fine farà il boccone del prete. In un bell´articolo di Giampaolo Visetti, pubblicato da "La Repubblica" il 7 gennaio, si raccontava la storia della ribellione in Camerun contro le cosce di pollo avariate che invadono l´Africa. I polli sono allevati e macellati in Europa e in America, dove si consuma principalmente il petto, il rimanente finisce ovunque: "le zampe in Thailandia, le viscere nell´ex Unione Sovietica, le ali in Cina, la cresta in Vietnam. Le cosce invadono Africa, Messico e Giappone". Mi è venuto da pensare: «E i suta-cua?».
Nei nostri pranzi di famiglia, non appena la mamma mette in tavola un pollo ruspante alla cacciatora, lo zio gourmet non dovrà più accapigliarsi, a suon di risate, con i bambini per conquistare il boccone migliore. Molto probabilmente quel pollo alla cacciatora sarà sempre più un insieme di petti comprati già confezionati al supermercato, orfani di ali, zampe e sotto-coda. Petti quasi certamente appartenuti a un pollo di tipo «Ross 708»: una povera bestiola studiata in laboratorio per produrre petti enormi in un solo mese. I Ross, nei modelli 308, 508 e 708, sono stati "inventati" dall´Aviagen, una ditta che, insieme alla Cobb-Vantress, pare produca il 90% dei "genitori" dei polli consumati al mondo. Oggi ci sono poche probabilità di non mangiare un discendente di stirpe Ross, a meno che prima l´animale non lo si abbia visto vivo, sano e forte in una fattoria. Già, sano e forte: perché i Ross nascono per sopravvivere un mese in capannoni il cui manuale di costruzione è allegato ai pulcini. Lo spazio ivi previsto per ciascuno è all´incirca quello di un normale foglio A4 (21,59 cm per 27,94 cm): un pulcino ci sta comodo, ma in un mese diventa un bianco pennuto con le estremità atrofizzate. In Europa è stato varato un programma normativo in materia di benessere animale che porterà i polli ad avere spazio sufficiente negli allevamenti, ma per farsi un´idea di come se la passano i Ross, soprattutto negli Usa, consiglio il brano "Dentro il capannone dei polli", in "Come mangiamo" di Peter Singer e Jim Mason (Il Saggiatore). Bastino le parole del professor John Webster: «la produzione industriale di polli è per ampiezza l´esempio più grave della crudeltà umana nei confronti di un altro animale senziente».
La stragrande maggioranza dei polli immessi sul mercato mondiale è di produzione industriale; il che crea problemi ai polli , all´ambiente e agli uomini. Lo fa per il rispetto del benessere animale, la qualità della carne e la sostenibilità di allevamenti che non riescono a smaltire tutti gli escrementi dei volatili. È problematica nelle ripercussioni sui mercati locali dei paesi più poveri, per la mole di trasporti inquinanti o per la perdita di razze autoctone. Per non parlare delle ricette tradizionali. Uno dei piatti più entusiasmanti del Piemonte è la Finanziera, che si chiama così perché veniva offerta ai notabili nelle occasioni speciali. Tra gli ingredienti ci sono le creste, i bargigli, i fegatini e altre frattaglie: siccome c´era una grande produzione di capponi, le creste e i bargigli abbondavano e si trovò questo modo meraviglioso di impiegarle. Come succede per il boccone del prete, è sempre più raro mangiare una buona Finanziera: la produzione di capponi si è drasticamente ridotta, tanto che Slow Food ha dovuto farne un Presidio per salvaguardarla.
Un tempo il pollo era il piatto d´eccellenza perché costava caro. Oggi la carne avicola è la meno costosa. Il rimpianto per il boccone del prete e per la Finanziera potrebbe sembrare il lamento di un gastronomo frustrato. In realtà nasconde una profonda critica al sistema intensivo di allevamento. Consigliare di tornare alla Finanziera e di litigare a tavola per accaparrarsi il boccone del prete è un consiglio di condotta alimentare: mangiare meno carne, preoccuparsi delle sue origini, in difesa degli animali, dell´ambiente e di noi stessi. Sempre che dopo questo articolo ai solerti progettisti della produzione industriale di cibo non venga in mente di placare il nostro rimpianto e di sfruttare un altro scarto del pollo con un prodotto tutto nuovo: affascinanti confezioni colorate nel banco delle carni al supermercato, gli squisiti "Bocconi del prete" dell´azienda tal delle tali, promossi da una campagna pubblicitaria televisiva in cui la famiglia a tavola non litiga più, perché finalmente ce n´è per tutti!