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rischio e percezione di rischio nella modernità



da greenport.it
03/04/2008
 
 Rischi (e percezioni dei rischi) della modernità: dall´ottimismo dell´Ipcc al pessimismo di Beck
di Alessandro Farulli
 
LIVORNO. Agire ora e agire bene. E’ la sfida delle sfide per governare gli impatti antropici sulle risorse del pianeta che stanno portando ad un collasso ambientale già visibile ieri e oggi (non domani) attraverso i cambiamenti climatici. Dopo l’oggettività della ricerca scientifica, che ha conclamato la responsabilità dell’uomo sulla larghissima parte dei danni causati all’ambiente, questo come detto è il tempo delle risposte. Che più tarderanno e più complicheranno il quadro. L’inazione, come si sa, ha conseguenze pari a quelle del far male.

Una problematica questa assolutamente prioritaria, tant’è che dall´Università americana del Colorado a Boulder, dall´Università canadese McGill di Montreal e dal Centro nazionale americano per gli studi sull´atmosfera arriva, pubblicato da Nature, un commento critico addirittura sull’ottimismo contenuto nel 4/o rapporto sul riscaldamento globale messo a punto dall’Ipcc che avrebbe proprio sottovalutato il bisogno di nuovi sforzi sui futuri tagli delle emissioni di gas serra. Gli scenari prospettati dall’Ipcc, infatti, danno per scontato che il comportamento del cosiddetto ´´business as usual´´ includerà continui e significativi aumenti dell´efficienza energetica e allo stesso tempo la diminuzione delle emissioni di carbonio necessarie per la produzione di energia.

Secondo Roger Pielke, Tom Wigly e Christopher Green, si legge sull’Ansa, il quarto gruppo di lavoro dell´Ipcc presuppone nell´elaborazione degli scenari, ad esempio quello intermedio, «che il 77% della riduzione delle emissioni arrivi spontaneamente, mentre il rimanente 23% richiederà specifiche politiche puntate sulla decarbonizzazione dell´economia». Inoltre, spiega l´articolo di Nature, alcuni scenari Ipcc sono da considerare irrealistici e altri irraggiungibili, visto che gli ultimi trend dell´economia globale vedono una crescita piuttosto che un calo, dell´intensità dell´energia e del carbonio».

Il punto – prosegue l’articolo - «non è se l´innovazione tecnologica sia necessaria, perché lo è di certo, ma interrogarsi su quanto la politica dovrebbe motivare questa innovazione. Insomma, la partita sul clima potrebbe diventare un gioco rischioso se si dà per scontato che saranno gli ( inerziali? ndr) avanzamenti tecnologici a sopportare il peso dell´obiettivo dei tagli delle emissioni future».

Anche per questi studiosi, quindi, è l’azione di governo ad essere decisiva e ne serve una, aggiungiamo noi, a livello mondiale per poter davvero incidere su quei trend dell’economia globale a cui fanno riferimento. Già, ma come? Ulrich Beck, sociologo tedesco professore presso la Ludwing Maximillians Universitat di Monaco di Baviera, ha pubblicato sul tema oggi sul Corriere della Sera un intervento che vale la pena ripercorrere in sintesi per aggiungere elementi di analisi sul tema. Beck prima di tutto fa una distinzione: «Storicamente, identifico due tipi di spostamento, dal pericolo al rischio e dal rischio al pericolo, come incertezza confezionata. Definisco il pericolo come qualcosa creato dalla natura, mentre il rischio è creato dall’uomo: il pericolo non prevede decisioni, ma il rischio sì (e anche la modernizzazione)».

Gli impatti ambientali dell’uomo sono quindi un rischio e servono dunque decisioni. Ma – prosegue Beck – c’è un’ulteriore complicazione: «Nella modernità localizzata i nuovi rischi sono incertezze e pericoli confezionati o fabbricati, perché la gamma delle catastrofi potenziali e delle incertezze cresce con il progresso scientifico e tecnologico, con la globalizzazione economica e l’industrializzazione (più automobili e più ricchezza causano anche più problemi)». Ovvio – spiega sempre Beck - «ci sono sempre state ripercussioni e conseguenze negative, ma nella prima modernità questi effetti collaterali erano immediatamente visibili, mentre i nuovi rischi tendono a sfuggire ai nostri sensi. Ciò significa che è possibile conoscerli solo attraverso test scientifici – e sono spesso latenti. La loro latenza è il motivo per cui i nuovi rischi non possono essere pienamente affrontati dalla scienza, anche se sono fino a un certo punto riconoscibili proprio grazie a questa».
Beck cammina dunque su un filo sottilissimo e anche successivamente si ferma all’analisi del rischio, spiegando che quelli nuovi ovvero della modernità, «sono incertezze e pericoli fabbricati». «La modernità – aggiunge – deve affrontare il proprio potenziale distruttivo dello sviluppo sociale e tecnologico senza aver potuto elaborare risposte adeguate. E ancora: non è la post-modernità, bensì la modernità radicalizzata, a produrre la società globale del rischio». Rischi che per Beck hanno tre caratteristiche: delocalizzazione (le loro cause e conseguenze sono onnipresenti); incalcolabilità (le loro conseguenze sono incalcolabili almeno in principio); l’irrisarcibilità (se il cambiamento climatico è irrevocabile, se la genetica consente interventi irreversibili sulla vita umana, se i gruppi terroristici sono già in possesso di armi di distruzione di massa, allora è troppo tardi).

Tutto più o meno vero e comprensibile, ma aggiunti questi argomenti (tosti) all’analisi e (ri)disegnato uno scenario dove sostanzialmente la nostra è la società del rischio e non si sono potute elaborare le risposte adeguate a questi rischi, la sintesi qual è? Se questi rischi (l’insostenibilità ambientale) sono ‘onnipresenti, incalcolabili, non risarcibili’ come dice Beck, la risposta è dunque la rassegnazione? E soprattutto, e ancora: c’è una bella differenza tra rischio e percezione del rischio e questa differenza, se l’analisi non viene fatta con raziocinio, rischia di far spostare e orientare risorse economiche dove il rischio è percepito più alto e non dove è effettivamente più alto.

Esempi? Non è gran che lungimirante indirizzare, per dirne una, massicce risorse sull´elettromagnetismo e zero sul radon (sapendo gli acclarati e assolutamente imparagonabili impatti sulla salute umana); oppure pochi spiccioli sulle bonifiche dell’amianto (più che acclarati anche in questo caso i danni alla salute) e studi fantascientifici e infiniti dibattiti sul paesaggio rovinato dalle pale eoliche. L’elenco delle priorità acclarate dalla scienza sulle quali non si investe purtroppo è lungo e aggiornabile quotidianamente (pensiamo anche alla gestione dei rifiuti) ed è intanto ribaltando queste azioni che si deve (dovrebbe) iniziare.

Tornando al che fare, il pessimismo intrinseco di Beck porta ad una sostanziala presa d’atto di quello che sta accadendo con una deriva al ‘lascia che sia’ che non è accettabile. Perché qualcosa, anzi moltissimo, si può e si deve fare. A cominciare intanto dall´individuare il livello in cui è necessario agire (leggi governance mondiale) a problematiche globali. Fin dove è arrivata la ricerca scientifica, quindi, e ha individuato gli strumenti adatti a mitigare quell’impatto, agiamo. L’uomo è stato capace in passato di raggiungere risultati straordinari sul piano culturale e scientifico, non è ‘calcolabile’ che ci riesca di nuovo, ma è possibile. Senza peccare di ingenuità siamo convinti che la riconversione ecologica dell’economia possa davvero essere un obiettivo oltre che desiderabile, concreto, e chi governa – pur con tutte le difficoltà nel prendere decisioni anche sulla base dell’analisi di Beck – non solo ha la possibilità di dare questa sterzata, lo deve fare anche rischiando e agendo secondo una gerarchia, come detto, che non confonda il rischio acclarato con il rischio percepito.