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vino pericoloso, il nome delle aziende sotto inchiesta



dall'espresso
 
Quel vino è pericoloso
di Emiliano Fittipaldi e Paolo Tessadri

Il pm ordina il sequestro di tutte le bottiglie incriminate. Contestando la presenza di sostanze tossiche. Un documento che conferma lo scandalo rivelato da "L’espresso". E smentisce il ministro. In edicola da venerdì

All'indomani delle anticipazioni dell'inchiesta "Velenitaly" pubblicata da "L'espresso", il pm di Taranto Luca Buccheri prende carta e penna e firma il decreto di sequestro. Ordina di scoprire dove sono finiti i milioni di litri di «prodotto vinoso», così alterato da non potere essere chiamato vino, venduti alle cantine di tutta Italia.

Buccheri, che coordina le indagini da mesi, non ha dubbi: quel liquido è «pericoloso per la salute », e va rapidamente sequestrato. È il 4 aprile, venerdì mattina. Il documento recita così: «Valutate le emergenze investigative ad oggi, le quali fanno ritenere, dopo i sequestri presso le imprese Vmc ed Enoagri in Massafra, come dette imprese in un "unicum" delinquenziale abbiano allestito un'intensa attività di sofisticazione di prodotti vinosi; sofisticazione attuata mediante plurime e diverse violazioni delle normative di settore, aggiunta e addizioni di sostanze acide e/o estranee alla natura del vino, alcune delle quali di massima pericolosità per la salute umana (ovvero tramite aggiunte di zucchero di barbabietola e acqua, nonché detenendo e verosimilmente utilizzando acido cloridrico, solforico e fosforico, che risultano essere acidi minerali pericolosi perché tossici, corrosivi ed infiammabili nelle quantità elevate in sequestro e quanto alla elevatissima concentrazione con cui erano detenuti gli acidi cloridrico e solforico, nonché acido citrico, acido tartarico, fosfato monoammonico, fosfato biammonico, solfato di ammonio, lieviti, enzimi, glicerina), in modo tale da rendere il prodotto vinoso pericoloso per la salute pubblica».

A qualche ora di distanza dalla firma del provvedimento, invece, il ministero delle Politiche agricole nega che in quel vino ci siano sostanze dannose. È venerdì pomeriggio. Con un comunicato congiunto con il dicastero della Salute, Paolo De Castro cerca di chiudere lo scandalo, sottolineando che «secondo quanto precisato dagli inquirenti, le analisi di laboratorio effettuate sui campioni prelevati hanno evidenziato il mero annacquamento del prodotto vinoso». Due valutazioni opposte. Il pubblico ministero che conosce tutto della vicenda scatena la caccia a centinaia di migliaia di bottiglie, definendole invece tranquillizza l'Europa e l'Italia: il beverone è innocuo, si tratta solo di una mega frode commerciale. 

Cantine fuori legge
Un altro elemento è centrale. Il pm, mentre ordina agli uomini della Forestale e dell'Ispettorato centrale per il controllo della qualità dei prodotti agroalimentari (Icq) di effettuare sequestri in 14 cantine sparse per otto regioni italiane e individuare i responsabili di una delle più gravi sofisticazioni degli ultimi anni, contesta agli indagati di Massafra anche l'articolo 440 del codice penale. Articolo che punisce «chiunque corrompe o adultera sostanze destinate all'alimentazione rendendole pericolose per la salute pubblica».

Gli elementi contenuti nel decreto fanno venire i brividi, e confermano alla lettera l'inchiesta del nostro giornale. «Risulta agli atti», insiste il pm Bucchieri, «che rilevantissime quantità, nell'ordine di migliaia di ettolitri, di tale prodotto alterato sia stato inviato a imprese-cantine terze per la verosimile commercializzazione ed imbottigliamento; che è, pertanto, incontestabile il fumus dei reati indicati, per le circostanze di falsificazione documentale unite a quella della più che verosimile adulterazione in quantità industriale, di un prodotto che (già prima dell'ultimo rinvenimento degli ulteriori acidi tossici) comunque risultava sofisticato con i primi "ingredienti" sequestrati ». "Quantità industriale", "acidi tossici": la descrizione di uno scandalo colossale che minaccia la salute di milioni di consumatori. Secondo le ipotesi d'accusa, il vino adulterato potrebbe arrivare a 700 mila ettolitri, pari a 40 milioni di bottiglie e confezioni destinate al mercato di fascia medio-bassa. Si tratta delle confezioni prodotte da 14 cantine nel periodo settembre 2007-febbraio 2008 con il vino proveniente dagli stabilimenti incriminati di Massafra. 
 
Venerdì pomeriggio De Castro non sembra aver letto il provvedimento-choc. Ha, probabilmente, altro a cui pensare. Le notizie dell'inchiesta Velenitaly hanno fatto irruzione nel salone del Vinitaly di Verona, dove sono presenti produttori e giornalisti di tutto il mondo. L'eco arriva fino a Bruxelles, dove interviene il commissario alla Salute dell'Unione europea, che pretende dall'Italia immediati chiarimenti. L'agitazione è tanta, l'impatto della notizia sul mercato interno ed estero potrebbe avere effetti devastanti. Da Berlino e Tokyo chiedono garanzie. È la seconda volta in pochi giorni che Roma si trova nel mirino delle autorità Ue: prima era stata accusata per l'allarme diossina nelle bufale campane. Le regole europee sono chiare: ogni qual volta si scoprono alimenti pericolosi per la salute, bisogna lanciare immediatamente l'allerta. Ma per le mozzarelle prima, e per il "vino al veleno" poi, la Ue è stata spiazzata dalle notizie che giungevano dalla penisola. C'è pure il rischio che scatti un embargo all'export, micidiale per l'economia.

Il governo rassicura quindi a strettissimo giro i partner europei. E Bruxelles lunedì  7 diffonde il comunicato del "cessato allarme". «Le indagini escludono la presenza di un rischio sanitario, trattandosi solo di un problema relativo all'annacquamento del mosto con aggiunta di acqua e zucchero di barbabietola», scrive l'Italia nella nota. E aggiunge: «La magistratura ha accertato che si trattava di detenzione di taniche contenenti acido solforico e fosforico per uso agricolo, che non sono stati utilizzati nel mosto e nel vino destinato al consumo». Una dichiarazione contraddetta dal provvedimento di sequestro. E in rotta di collisione con tutto quello che i pm titolari dell'inchiesta avevano dichiarato fino a poche ore prima. Acidi e analisi Mentre l'esecutivo tentava di gestire lo scandalo, il procuratore capo di Verona, Guido Papalia, che coordina il troncone settentrionale dell'inchiesta, rilasciava un'intervista al "Tg 3", sottolineando la presenza di sostanze tossiche e acidi nel vino sequestrato lo scorso dicembre a Veronella.

«Tra i reati c'è sicuramente quello della contraffazione con pericolo della salute pubblica, l'associazione per delinquere e altri reati specifici di contraffazione », precisa davanti alle telecamere. Non è una novità. La presenza degli acidi era evidenziata nel comunicato ufficiale della Forestale del 3 dicembre 2007. Lì si legge, senza giri di parole, che nelle migliaia di ettolitri di vino sequestrati a Veronella, «dagli esami chimici eseguiti presso l'istituto agrario di San Michele all'Adige e il laboratorio dell'Ispettorato centrale antifrodi di Conegliano, è stato accertato l'utilizzo di oltre il 40 per cento di zucchero, il 50 per cento di acqua e la presenza di acido cloridrico e solforico nel mosto». Persino l'Ispettorato centrale, in una anticipazione del rapporto 2007, tra le azioni rilevanti dell'anno appena passato parla di aggiunta «in vini bianchi e rossi di acido cloridrico e solforico». Per questo Bruno Castagna, il proprietario della cantina, è ancora agli arresti domiciliari con l'accusa di avere messo in pericolo la salute pubblica. E anche a Massafra, secondo gli esperti consultati da "L'espresso", la presenza di zucchero rende praticamente certa la presenza di acidi per nascondere l'illecito.

Ma gli investigatori sono convinti che nel mosto sia finita una lista più lunga di sostanze nocive. Per questo il pm tarantino nel decreto di sequestro sostiene che è fondamentale trovare il vino venduto da Massafra per verificare le altre possibili contaminazioni: «Per l'accertamento dei fatti è assolutamente necessaria l'acquisizione delle forniture di tale prodotto, al fine di effettuare gli accertamenti tecnici: analisi chimico fisiche, indagini isotopiche, cloruri, solfati, saccarosio con indicazione della percentuale di arricchimento, ricerca di eventuale presenza di contaminanti, metalli pesanti in particolare». 
 
La posizione del governo sulla vicenda è altalenante. Seguire la cronologia degli eventi, forse, può essere illuminante. Il ministro De Castro era da tempo a conoscenza dell'inchiesta, e quando giovedì pomeriggio escono le anticipazioni de "L'espresso", non smentisce nemmeno una riga. De Castro è all'inaugurazione del Vinitaly, la più grande esposizione mondiale del settore. Legge le agenzie di stampa, e con il suo entourage sceglie di mettere l'accento sul buon funzionamento dei controlli: «L'inchiesta nei confronti di alcuni produttori vitivinicoli nasce da capillari indagini del Corpo forestale e dall'Ispettorato controllo qualità, entrambe realtà riconducibili al ministero. L'operazione "Vendemmia sicura" è un successo». Il fenomeno, dice il ministro, «è circoscritto, non è andata all'estero neanche una bottiglia, si tratta di vino di modesta qualità non destinato ai mercati stranieri ». Per tutta la giornata parla di «banda di criminali». Venerdì la strategia cambia. In mattinata De Castro è in Puglia, l'epicentro dello scandalo, dove è capolista per il Pd al Senato.

A Foggia deve presenziare a un convegno sull'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ma la sua attenzione è puntata su Bruxelles. Sulla Commissione che chiede informazioni urgenti sul vino adulterato: in ballo c'è la credibilità del made in Italy. Così, in un comunicato, senza fare alcun riferimento al devastante provvedimento di sequestro firmato dal pm solo qualche ora prima, gioca in difesa, sottolineando che il vino pugliese è stato semplicemente «annacquato ». Nessun riferimento nemmeno agli acidi trovati a Veronella, la cui presenza è stata già accertata dai laboratori. Non tutti, però, sembrano d'accordo: se in fondo al testo originale del comunicato c'è la firma dell'Ispettorato, manca quella della Forestale, il corpo che ha scoperchiato il vaso di Pandora e seguito il caso dall'inizio. Una dimenticanza? I vertici del Corpo, i cui agenti lavorano all'indagine da mesi, preferiscono defilarsi e si smarcano, in attesa delle analisi definitive su tutti prodotti sofisticati di Massafra. Il paesino pugliese dove il 7 e l'8 aprile De Castro ha tenuto una serie di appuntamenti elettorali, nel rush finale della sua campagna.

Mosto fantasma
L'inchiesta durerà ancora mesi. La Forestale sta entrando nelle 14 cantine indicate nel box qui a sinistra, tutte aziende che secondo le indagini avrebbero comprato il vino adulterato. La bevanda può essere ancora nei silos, può giacere nei magazzini già imbottigliata; ma i lotti più vecchi, quelli di settembre, potrebbero essere finiti sul mercato da un pezzo. Sia in Italia che all'estero: tra le cantine qualcuna esporta anche in Europa. Sia vini rossi che bianchi. La Forestale imporrà che il prodotto "incriminato" già distribuito venga richiamato attraverso le indicazioni di tracciabilità, entro 15 giorni. Non è escluso, però, che gli agenti vadano di persona, una volta identificati i supermarket, a sequestrare le confezioni sotto accusa. Che però potrebbero essere già finite nel bicchiere dei consumatori. Alle 14 cantine non vengono contestati illeciti. Gli inquirenti hanno accertato che dagli impianti di Massafra il "mosto mostro" si muovesse spesso con documentazione falsa. È possibile che gli acquirenti ignorassero le sofisticazioni o persino l'origine del vino a basso costo. Saranno gli sviluppi futuri dell'inchiesta a stabilire eventuali responsabilità dei distributori. Di sicuro, questa indagine sta mettendo in luce la fragilità del sistema: un solo produttore fraudolento può determinare un effetto a catena che mette in crisi stabilimenti di otto regioni. Ditte spesso famose, che hanno confezionato un liquido misterioso.

Come scrive il pm, non si sa nemmeno da dove venga quella "sostanza vinosa" scoperta a Massafra che non merita nemmeno di essere chiamata vino. Le aziende fornitrici indicate nei documenti sono risultate quasi sempre inesistenti: vigneti fantasma. Ed ecco l'ipotesi «in corso di investigazione» che provenga dall'estero, che possa essere stato importato clandestinamente da un altro continente. Non può essere chiamato vino e forse non è nemmeno italiano. Ma rischia di compromettere l'immagine di uno dei tesori del nostro Paese
Cocktail tossico
Dal decreto di sequestro del pm Luca Buccheri

Le emergenze investigative fino a oggi fanno ritenere che le imprese in un unicum delinquenziale abbiano allestito un'intensa attività di sofisticazione di prodotti vinosi, attuata mediante plurime violazioni della normativa, aggiunte e addizioni di sostanze acide e/o estranee alla natura del "vino" alcune delle quali della massima pericolosità per la salute umana (...) detenendo e verosimilmente utilizzando acido cloridrico, solforico e fosforico che risultano essere acidi minerali forti a elevata concentrazione, pericolosi perché tossici, corrosivi e infiammabili. (...) Quanto alla elevatissima concentrazione con cui erano detenuti gli acidi cloridrico e solforico, nonché acido citrico, acido tartarico, fosfato monoammonico, fosfato biammonico, solfato di ammonio, lieviti, enzimi, glicerina (...) in modo da rendere il prodotto pericoloso per la salute pubblica. (...) È incontestabile il fumus dei reati, per le circostanze di falsificazione documentale unite a quella della più che verosimile adulterazione di un prodotto che (già prima dell'ultimo rinvenimento di ulteriori acidi tossici). 

Le quattordici cantine

L'elenco delle ditte che secondo il pm hanno acquistato il vino sotto inchiesta

Vinicola Marseglia
Ortanova (Foggia)
Cantina Sgarzi
Castel San Pietro (Bologna)
Cantine Soldo
Chiari (Brescia)
Cantine Borgo San Martino
La Morra (Cuneo)
Morettoni Spa
Santa Maria degli Angeli (Perugia)
Acetificio Pontiroli
San Felice sul Panaro (Modena)
Nuova Commerciale
Ovada (Alessandria)
Coppa Angelo & f. snc
Doglieni (Cuneo)
Vinicola Santa Croce
Monteforte d'Alpone (Verona)
Azienda Agricola Rizzello spa
Cellino San Marco (Brindisi)
Cantina Campi
Seclì (Lecce)
Cooperativa tre produttori
Latiano (Brindisi)
Casa Vinicola Poletti
Imola (Bologna)
Sarom Vini srl
Castel Bolognese (Ravenna) 

Al vampiro piace il rosso
di Emiliano Fittipaldi

La famiglia del re delle truffe e il bresciano che ama il calcio. Due cantine agli antipodi, ma che hanno comprato partite di mosto incriminato. 

Silvano Poli, forse, c'è ricascato. Il vizietto di sofisticare vini non è mai riuscito a perderlo. Non che abbia mai tentato seriamente di smettere: tra gli inquirenti nessuno si stupisce che il "serial killer" dell'adulterazione, che ha alle spalle decine di procedimenti penali aperti da procure di mezz'Italia, possa diventare protagonista nell'indagine sul vino contaminato delle procure di Verona e Taranto. Se Poli, arrestato tre volte in cinque anni, è una vecchia conoscenza dei Nas e della Forestale, Umberto Soldo, vero nome di spicco della lista di 14 imbottigliatori che secondo i pm pugliesi hanno comprato il vino taroccato di Massafra, ha invece un profilo completamente diverso. Proprietario di una delle più grandi aziende vinicole italiane, bresciano e riservatissimo, gestisce un gruppo che fattura quasi 50 milioni di euro l'anno, esporta bottiglie e brik all'estero e, nel tempo libero, colleziona squadre di calcio. Dal Palazzolo, affidato alla moglie-allenatore, a importanti quote del Monaco.

Silvano Poli, per ora, è fuori dall'inchiesta: la cantina che ha comprato il vino adulterato, la Vinicola Santa Croce, è infatti intestata ai suoi tre figli: Alessandro, Giulia e Sofia Elisabetta. Giulia è legata ufficialmente al padre per la partecipazione alla srl Vini La Rocca, unica società rimasta intestata a Silvano. Perché la carriera di Poli è burrascosa, e parte all'inizio degli anni '90, con un ordine di custodia cautelare per l'inchiesta sul vino corretto con metil-isotiocianato. Della banda di sofisticatori facevano parte quattro produttori veneti. «Gli esami di laboratorio dimostreranno che è tutta una montatura, solo allora mi farò vivo», fece sapere Poli, che alle sbarre preferì la latitanza. Gli esperti accertarono senza dubbi che i produttori versavano nel vino un pesticida che fungeva da antifermentativo, ma evidenziarono che le quantità non erano dannose per la salute. L'ipotesi di avvelenamento decadde. Proprio in quelle settimane un altro tribunale, quello di Vicenza, condannò però Poli a un anno di reclusione, con l'accusa di adulterazione di vini. Passano 12 mesi e la serie s'allunga: i giudici di Verona gli infliggono un'altra condanna a un anno e mezzo per l'aggiunta di zuccheri illegali.

La vicenda risaliva al 1986, e la pena fu condonata. I giornali locali si dimenticarono presto di Silvano, ma la tentazione è forte, i vizi difficili da tenere a bada. PoPoli torna alla ribalta nel '95, ormai quarantenne, per un'impresa nuova: il nome è ormai noto, e i carabinieri scommettono che nel sabotaggio alla Zonin c'è la sua mano. Forse accecato dall'invidia per il successo del vicino (Zonin e Poli sono entrambi di Gambellara, paesino vicino Vicenza) o nel tentativo di creare difficoltà a un concorrente, gli investigatori credono sia stato proprio lui a spedire un operaio nella cantina ad aprire i rubinetti di 11 enormi vasche. L'operazione vino-terroristica riuscì: l'azienda si allagò e un milione e 200 mila litri di rosso e bianco Doc vennero sparsi per terra, per un danno di un miliardo e mezzo di lire. Poli fu arrestato, ma alla fine del processo i giudici lo proclamarono innocente. Almeno per questo capo d'imputazione: nello stesso processo, concluso nel 1997, l'accusa riuscì a provare che il sofisticatore, con l'aiuto di più complici, aveva aspirato dalle botti della cantina sociale di Gambellara migliaia di ettolitri di vino, per poi rivenderlo con il marchio della propria azienda agricola. Arrivò la condanna a cinque anni e mezzo e il primo nomignolo nelle pagine di cronaca: i giornalisti che narravano le sue gesta cominciarono a chiamarlo "il Vampiro". Poli, però, non si scoraggia, e negli anni affina meglio le sue tecniche criminali.

Nel 2003 mette in piedi un'organizzazione perfetta, riuscendo a guadagnare milioni in tempi record. La frode è semplice: Poli e compagni acquistano in Puglia economico. vino da tavola, per poi trasformarlo e venderlo come Igt di qualità. Pinot bianco e grigio, Chardonnay e Prosecco. Il vino, che costa 10 mila euro a cisterna, veniva piazzato a 60 mila. Il miracolo della trasformazione da vinaccio in Valpolicella avveniva durante il viaggio in autostrada tramite la falsificazione delle bolle, mentre per la distribuzione erano nate ben otto società fittizie. Poli finisce nuovamente dietro le sbarre, ma la tentazione è più forte della logica. Nonostante i Nas e gli agenti della Forestale del Veneto l'abbiano nel mirino da ormai vent'anni, l'imprenditore di Gambellara ci riprova anche nel 2007: per dare valore aggiunto ai vini comuni, sostiene l'accusa, prova a far viaggiare a vuoto le cisterne, per dimostrare che il vino veniva effettivamente trasferito. Accostare Poli e Umberto Soldo sembra quasi una bestemmia. Le posizioni dovranno essere chiarite da ulteriori indagini, ma per ora sembra certo che anche la Soldo spa, azienda di Chiari, provincia di Brescia, abbia comprato vino proveniente da Massafra. Soldo è un pezzo grosso, uno degli uomini più ricchi della zona, uno degli imbottigliatori più importanti del Paese.
Impunità di frode

Sconti di pena, patteggiamenti, benefici: così chi contamina gli alimenti se la cava sempre. E soltanto ora il ministero divulga la lista nera dei condannati. 

Sul sito da domani  l'elenco completo dei condannati per frodi e sofisticazioni alimentari pubblicato dal ministero della Sanità relativo ai periodi 2006-2007 e per il 2000-2006

I soliti sospetti della frode alimentare hanno la vita facile. Perché l'impunità è sostanzialmente garantita: basta patteggiare per tornare in fabbrica, nella stalla o in cantina e ricominciare con i trucchi. Nessuno finisce in carcere e quasi mai gli italiani vengono informati sulla malafede di chi produce, confeziona, custodisce o cucina quello che mangiano e bevono. Lo Stato è di manica larga con chi mette a rischio la salute dei cittadini o inganna la fiducia dei consumatori: sconti di pena o libertà condizionale per tutti, fedine sbiancate con la "non menzione" delle condanne.
 
Eppure lo choc per le 19 persone uccise dal metanolo, con il blocco delle esportazioni e la crisi dei vini italiani, aveva impartito una lezione unica: pochi criminali erano riusciti a distruggere la credibilità di un'intera categoria. Subito venne varata una legislazione severissima, che introduceva anche la gogna per i banditi del cibo. Sì, la legge metteva al primo posto la salute rispetto alla tutela di marchi, aziende, ristoranti e negozi. Un principio fondamentale, che poi è stato costantemente disatteso anche di fronte a situazioni di grande allarme sociale: i nomi delle ditte coinvolte diventano sempre una sorta di segreto di Stato, esponendo così l'intero settore alla psicosi e i consumatori al pericolo di bocconi indigesti. Dopo il metanolo, il Parlamento aveva scelto una strada diversa.
 
Dal 1986 per legge il ministero della Sanità è stato incaricato di rendere noto ogni anno "l'elenco pubblico" dei condannati per frode o sofisticazione. Una lista nera che però i governi si sono guardati bene dal propagandare.
Finora si è trattato di un documento introvabile: veniva inserito nella "Gazzetta ufficiale", senza scadenze fisse. Con un aspetto beffardo: i dati risalivano in genere a cinque anni prima. Nel 2003, per esempio, sono state rese note le sentenze diventate definitive del 1998. Nel frattempo le ditte potevano avere cambiato nome, logo, titolare. Per tornare a colpire come e più di prima.

Nei giorni scorsi il ministero della Sanità ha deciso - anche dopo la richiesta formale de "L'espresso" - di rendere disponibile sul suo sito web la lista degli ultimi verdetti. Una scelta di trasparenza, a cui si è aggiunto un elenco sugli anni precedenti. Si tratta però di informazioni molto parziali. Anzitutto le comunicazioni più rapide riguardano le infrazioni minime, che diventano subito esecutive con il pagamento della multa: sono soprattutto trattorie, bar e banchi con cibi mal conservati. I processi veri richiedono invece anni prima della Cassazione. C'è poi il problema del ritardo nella trasmissione da parte dei giudici. Le punizioni recenti riguardano in massima parte il tribunale di Milano e poche altre sedi giudiziarie: non c'è nulla su Roma e sulla Sicilia, per esempio. Ma la colpa non è del dicastero guidato da Livia Turco, dove spiegano che spesso la magistratura fornisce l'elenco «ad intervalli pluriennali ed ha per oggetto provvedimenti emessi nell'arco di 3-4 anni». Insomma, anche questo deterrente introdotto dal legislatore contro i sofisticatori è stato soffocato dalla disastrosa condizione della burocrazia italiana. Ecco perché non sorprende scoprire che la cantina di Veronella, punto di partenza dell'ultima maxiinchiesta sul "vino contaminato", era già stata coinvolta nello scandalo al metanolo. Oggi patteggiare di fatto significa farla franca: pena sotto i due anni, niente carcere né servizi sociali, nessuna menzione sul certificato penale. Insomma, nulla di nulla.Lo rivela in modo impressionante uno studio condotto da cinque ricercatori dell'Università di Parma, dipartimento di salute animale, che evidenzia tutti i lati oscuri della nostra industria più ghiotta. In cinque anni, tra il 1995 e il '99, ci sono state 2.540 sentenze definitive. In massima parte, però, si tratta di alimenti conservati male, sporchi, corretti con sostanze proibite: minacce secondarie alla salute, sanzionate con una multa. Ma anche quando il tribunale ordina la reclusione, pochi scontano la pena. In 207 casi è stata concessa la sospensione condizionale. Per non parlare dell'ultimo indulto, un'ondata di piena nello spazzare via gli effetti di questi crimini. La statistica diventa paradossale quando si esamina la "non menzione", ossia i condannati a cui non viene nemmeno macchiata la fedina penale: ben 1.215 che quindi restano totalmente impuniti. Sono colpevoli di avere lucrato su carne, latte, verdura o altri cibi fuorilegge, ma all'indomani della sentenza possono addirittura partecipare alla gara per rifornire un asilo o un ospedale.
 
Denunciamo chi truffa

I produttori seri devono isolare i furbetti del vino. E il settore deve reagire con forza a questo scandalo
Elio Pedron è l'amministratore delegato del Gruppo italiano vini, una delle maggiori realtà del settore vinicolo in Italia, con 294 milioni di euro di fatturato nel 2007 e 80 milioni di bottiglie prodotte, delle quali il 40 per cento negli stabilimenti del Veneto.

Dottor Pedron, ricompaiono i furbetti del vino?
«Sono i soliti noti, che continuano a fare operazioni illecite. Alla fine sono sempre gli stessi».

Il settore aveva reagito bene allo scandalo del metanolo.
«È vero, ma oggi le frodi sono soprattutto di tipo commerciale, più che di salute pubblica».

Come reagirà il settore a questo nuovo scandalo?
«Spero che il settore reagisca fortemente. È necessaria una presa di posizione dei produttori più seri per isolare sempre più i criminali».

Servono più controlli o leggi più severe?
«I controlli ci sono, forse le leggi sono troppe: alla fine si dedica più tempo a controllare le formalità amministrative e cose di poco conto piuttosto che i reati importanti. Servirebbero meno norme, e leggi più facili da rispettare».

Con meno di 2 euro si può comprare vino?
«Con almeno 2 euro si può comperare vino "basilare", ma sotto questo prezzo è impossibile. La qualità, però, è legata soprattutto all'annata e alla provenienza. Il prezzo è una discriminante, ma non l'unica. La serietà del produttore, la notorietà e la sicurezza sono elementi fondamentali. Credo che nomi noti prima di rischiare la propria reputazione con illeciti ci pensino due volte. Spero sempre che le catene di supermercati si affidino, per i loro acquisti, ad aziende serie. E che il consumatore impari meglio a scegliere i prodotti che lo garantiscono».

Se dovesse rivolgere un consiglio ai suoi colleghi?
«Gli direi che serve più coraggio: bisogna denunciare le cose che non vanno».