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riduzione emissioni. cominciamo dai trasporti



da di greenreport.it
21/05/2008
 
Energia

 Riduzione emissioni C02: i trasporti possono più del nucleare

L’ulteriore riduzione delle emissioni, necessaria a raggiungere il 20% previsto dalla Ue, potrebbe essere raggiunta con il trasferimento del 30% delle merci da gomma a rotaia e cabotaggio
di Massimo Serafini
 
ROMA. Ho discusso, in un convegno a Lecce, con i rappresentanti delle principali aziende elettriche del paese, su cosa sia necessario fare per rispettare gli obiettivi che la direttiva comunitaria sul clima assegna all’Italia, le famose tre venti (quello riferito alla riduzione dei gas serra diventerà quasi sicuramente il 30%). Mi ha molto colpito il ragionamento con cui, quasi tutti gli imprenditori presenti, hanno sostenuto la necessità del nucleare, se si vuole garantire il rispetto della direttiva. In estrema sintesi il loro pensiero è questo: se il paese deve ridurre del 20% le emissioni climalteranti, entro il 2020, di questo obiettivo lo sviluppo delle fonti rinnovabili e l’efficienza energetica ne potranno coprire al massimo la metà, di conseguenza ciò che resta lo dovrà soddisfare il nucleare, che come è noto non emette C02.

Mi ha colpito, pur nella sua evidente strumentalità, il fatto che per la prima volta ho sentito i rappresentanti delle principali aziende elettriche assumere gli impegni sul clima come punto di riferimento per le loro scelte industriali, ma soprattutto il fatto che essi, pur di sdoganare il nucleare, caricassero gran parte dell’obiettivo comunitario di riduzione dei gas serra sulle loro aziende, tralasciando altri settori come il civile e soprattutto i trasporti, che contribuiscono ampiamente all’effetto serra. Sono note le obiezioni al loro ragionamento. Le più ovvie sono due: in primo luogo che non è vero che il ciclo completo di una centrale nucleare è a zero Co2; la seconda è che c’è una evidente sfasatura di tempi fra la riduzione delle emissioni, che va fatta subito e comunque non oltre il 2020, ed invece i tempi di costruzione di una eventuale centrale nucleare che, ad essere ottimisti, superano i dieci anni, rendendo quindi ininfluente il contributo di questa ipotetica centrale alla realizzazione dell’obiettivo europeo. Ciò che stupisce però nel ragionamento è l’assenza, nella riflessione di questi imprenditori, dei trasporti, settore che ha più contribuito alla crescita delle emissioni di questo paese.

Spesso, sbagliando, anche noi ambientalisti, ne trascuriamo il peso rilevante che esso dà allo sviluppo dell’effetto serra. Molto più sospetto è però che lo facciano le aziende termoelettriche che dovrebbero avere tutto l’interesse a distribuire il carico della riduzione dei gas serra su più soggetti. Penso lo facciano per due motivi entrambi molto negativi per chi vuole che questo paese diventi protagonista della lotta al riscaldamento globale: il primo è la rilevanza del business nucleare, che dovrebbe dirci con chiarezza che il tentativo di rilanciarlo è reale e da non sottovalutare; la seconda riguarda la convinzione diffusa che non sia possibile far nulla nel settore della mobilità di persone e merci, dato l’alto potere di ricatto che ha la corporazione dei camionisti (ecco un vero Nimby), visto che trasporta su camion l’85% delle merci e quindi è in grado di mettere in ginocchio questo paese. Naturalmente, nessuno di loro, ha manifestato consenso alla mia richiesta che, l’ulteriore riduzione delle emissioni, necessaria a raggiungere il 20% previsto dalla UE, venisse, anziché dal nucleare, dal trasferimento del 30% delle merci da gomma a rotaia e cabotaggio.

La conclusione da trarre da questo breve ragionamento è che, di fronte ad un sistema delle imprese così speculativo e poco lungimirante, è bene andare in tanti a Milano il 7 giugno alla manifestazione sul clima per far sentire ai decisori politici che c’è una forza nella società che vuole fermare la febbre del pianeta.