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la città del neoliberismo



  da Eddyburg
 
La città del neoliberalismo
Data di pubblicazione: 21.06.2008

Autore: Osmont, Annik

E’ una città che esiste già: ecco come interferisce con il diritto alla città (casa, servizi) e con la pianificazione democratica. Dal sito web di Aitec.

Annik Osmont, La ville du néo-libéralisme . In Cahier Voltaire: la Ville à l’épreuve du libéralisme , Paris: Aitec, 2006. Dal sito web di Aitec. Trad di E.Salzano. In calce il testo in lingua originale

La città del neoliberalismo esiste in tre modi principali

1) Esiste come prodotto concreto della globalizzazione dominata da un capitalismo sempre più sottomesso ai mercati finanziari e alla volontà degli azionisti delle multinazionali e dei fondi-pensione. Nel movimento che interessa ormai l’intero pianeta ci sono città «utili», e città che non lo sono. Le prime sono quelle che offrono infrastrutture urbane, in termini di strade scorrevoli, di aeroporti, di servizi urbani di alta qualità, suscettibili d’attirare gli investitori; quelle che offrono promesse di produttività della mano d’opera e qualche garanzia di pace sociale; trattandosi di paesi emergenti, le città che beneficiano dell’aiuto internazionale selezionate in relazione alle loro potenzialità, ricevono un aiuto condizionato per consentir loro di porsi a un livello accettabile.

Ma la medaglia (San Paolo, Shanghai...) ho il suo rovescio, costituito da una serie di sgradevolezze che spesso rimettono in discussione – cioè annullano d’un colpo – una fase effimera di sviluppo: lo scoppio di una bolla finanziaria e contemporaneamente immobiliare (è stato il caso di Djakarta e Bangkok nel 1997-98) rovina da un giorno all’altro strati intermediari resi fragili e lasciano senza soluzioni i cittadini, già trascurati nel periodo dello «sviluppo». L’estrema precarietà dell’impiego, le brutali delocalizzazioni obbligano un numero crescente di cittadini, soprattutto dei giovani, ad essere errabondi, in balia di rilocalizzazioni spesso temporanee. Occorre aggiungere a questo altri fattori d’insicurezza sociale, provocata dalla distruzione di qualche acquisizione in materia di diritti urbani, nei paesi sviluppati che hanno conosciuto lotte sociali, soprattutto urbane, rilevanti nel XIX e XX secolo: la privatizzazione dei servizi urbani (trasporti, energia, poste, e poi sanità, formazione), l’accollo delle spesa sulle collettività locali, quindi l’aumento delle imposte locali. Sempre più le città del neoliberalismo devono diventare competitive per catturare gli investitori: tocca a loro sostenere il peso di modernizzare le infrastrutture (porti, aeoporti, strade rapide d’accesso...). Ciò non può avvenire che a scapito degli investimenti nei servizi urbani. E’ l’insicurezza sociale urbana, e la fine programmata del diritto alla città.

2) La città neoliberale esiste in secondo luogo come ideologia, destinata a legittimare l’interesse per le città economicamente interessanti, moderne, vetrine d’una globalizzazione considerata portatrice di progresso. Un tasso di disoccupazione del 5% verrò a legittimare la flessibilità dell’impiego e metterà in secondo piano la precarietà e l’insicurezza sociale. La competitività feroce tra le città è la parola d’ordine di questa ideologia, così come la regolazione attraversoi il mercato, che legittima la necessaria concorrenza nella fornitura e nella gestione dei servizi urbani e dell’alloggio.

Essendo una funzione generale cui è attribuita la regolazione economica e sociale mediante il mercato, questa ideologia – che costruisce l’immagine della città neoliberale – si colloca pienamente in linea diretta nel «consenso di Washington», elaborato all’inizio degli anni 90 e destinato a legittimare il vasto movimento di riforme economiche istituzionale dell’aggiustamento strutturale. Essendo considerato questo come la funzione imprescindibile della completa liberalizzazione dell’economia di mercato, è indispensabile che l’edificio ideologico ostenti continuamente la sua solidità e la sua coerenza.

Le parole di questa ideologia sono al tempo stesso numerose e volutamente indefinibili, benchè siano date come concetti aventi la forza dell’evidenza teorica: il decentramento che include la privatizzazione, la governance che diventa «buona governance», intercambiabile con la democrazia, lo sviluppo sostenibile, incantesimo vuoto di realtà, o ancora l’ambiente, che può essere sia fisico che istituzionale.

Perfino i «servizi pubblici», diventati «servizi comuni d’interesse generale», partecipano a questo gonfiamento delle parole, che di fatto nasconde il cambiamento molto concreto dello statuto dei servizi pubblici e la perdita d’un diritto alla città, e i cittadini devono accontentarsi, nel migliore dei casi, di equità invece che d’uguaglianza di diritti. La società civile è una «parola valigia» tra le altre che nasconde le realtà della sua strumentalizzazione, attraverso le ONG e le altre «comunità di base»

Attraverso questi esercizi di sile il neoliberismo strumentalizza òa politica in due sensi : la deregolazione economica e sociale, la governane tecnico-razionale delle persone e delle cose, l’una e l’altra legittimano il discorso sul disimpegno dello Stato

3) La città neoliberale esiste infine come prodotto d’un sistema normativo. Esso discende sia da situazioni legate alla globalizzazione sia dall’ideologia neoliberale. Ma non si cada in errore: si tratta di un’ordinanza accompagnata da rimedi. Le conseguenze operative sono particolarmente importanti nei paesi in via di sviluppo, a causa dei condizionamenti esercitati dagli aiuti allo sviluppo.

Anche lì, è la Banca mondiale che ci fornisce i migliori esempi di strumentalizzazione neoliberale delle politiche urbane, sperimentando nuovi modi d’intervento centrati in modo privilegiato sulle metropoli cosiddette emergenti, per farne dei modelli operativi a vocazione universale.

Produttrice al tempo stesso d’ideologia e di modalità d’intervento nelle città dei PVS, la Banca mondiale si basa ormai su criteri di selezione delle città suscettibili di ricevere l’aiuto allo sviluppo, sia attraverso prestiti diretti sia mediante la sua garanzia per l’acquisizione di prestiti sul mercato finanziario. Le città selezionate devono aver dato prova della loro competitività, misurata particolarmente nella loro capacità di adattare le loro infrastrutture per attirare gli investimenti stranieri. Devono aver dato prova della loro buona governance, cioè, in sostanza,della loro capacità di migliorare la raccolta di risorse e di contollare meglio il loro impiego, smettendo di sovvenzionare l’abitazione e i servizi urbani per abbandonarli infine al mercato privato. Si tiene conto anche della capacità delle città a strumentalizzare la «società civile» nella messa in scena di partecipazione.

In questo quadro, la pianificazione strategica, nella quale tutti gli attori locali hanno qualcosa da dire, ha rimpiazzato la pianificazione urbana. Si tratta – ci dicono – della democrazia locale contro la tecnocrazia centralista.

Qusto modello di gestione dello svuppo urbano e l’ideologia che gli è sottesa sono stati sperimentati in numerose metropoli e grandi città dei paesi in via di sviluppo, sottoposti all’aggiustamento strutturale e al cndizionamento dell’aiuto internazionale, il che significa che non avevano scelta. Una volta sperimentato, il modello si è propagato ai paesi occidentali, da cui provenivano gli economisti che l’hanno concepito. I nostri dirigenti l’hanno integrato abbastanza bene, e tentano d’applicarlo da qualche anno. Ma questa situazione potrebbe riportare all’ordine del giorno delle nuove forme di conflitto urbano, quelle concernenti i servizi pubblici ne costituiscono un buon esempio.

Annik Osmont
La ville du néo-libéralisme.