[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

2008 Non è una crisi congiunturale



http://www.quinterna.org/pubblicazioni/rivista/23/crisi_congiunturale.
htm
 
N+1
Non è una crisi congiunturale

"Il rapido incremento del 
capitale finanziario è una conseguenza dell'accumulazione reale, perché 
è effetto dello sviluppo del processo di riproduzione. Il profitto che 
costituisce la fonte di accumulazione dei capitalisti monetari non è se 
non una detrazione dal plusvalore intascato dai capitalisti 
riproduttivi e, insieme, appropriazione di una parte dell'interesse su 
risparmi altrui" (Marx, Il Capitale, vol. III cap. XXXI).

Partiamo da 
un assioma: l'unico modo per produrre nuovo valore è produrre merci e 
venderle. Tutto ciò che concerne il valore dopo tale operazione, e che 
chiamiamo interesse, rendita, formazione di "redditi" vari, non è che 
una ripartizione del plusvalore originario. Nel mercato finanziario non 
ruota altro che quel plusvalore, apparentemente moltiplicato dal 
vorticoso susseguirsi delle transazioni. Ogni crisi finanziaria è 
necessariamente il prodotto di una crisi di produzione di plusvalore. 
Ogni strumento finanziario è necessariamente un espediente per 
esorcizzare tale crisi, nell'illusione di poter trasformare il 
trasferimento di valore in creazione del medesimo.

Ma la creazione è 
prerogativa degli dei, mentre gli uomini riescono solo o a produrre 
merci e valore, o a contendersi quest'ultimo. Compresa "una parte 
dell'interesse su risparmi altrui", cosa che di per sé spiega 
l'esistenza di strumenti finanziari basati sui mutui a rischio, sulle 
carte di credito e su qualsiasi cosa che permetta, appunto, di mettere 
le mani su valore altrui. Da notare che non sono solo i singoli 
capitalisti e finanzieri che operano in tal modo, ma soprattutto i 
grandi istituti di credito e gli Stati. Quando infatti uno Stato 
acquista materie prime, non fa altro che trasferire al venditore una 
parte del plusvalore prodotto al suo interno. Possedere un giacimento 
minerario o petrolifero è come possedere un'ipoteca su una parte del 
plusvalore futuro dei paesi senza minerali e petrolio. E il possesso di 
un grande apparato finanziario permette di attirare il risparmio, dalla 
rendita mineraria o petrolifera, al fondo pensione dei vecchietti.

In 
tutto questo movimento non si crea nulla, si sposta soltanto valore 
prodotto in passato o in futuro. Per il passato e il presente non c'è 
problema, quel che è prodotto è prodotto, e il suo valore segue il 
ciclo classico della valorizzazione D-M-D' (denaro-merce-più denaro, e 
così via, attraverso la produzione). Per il futuro invece il problema 
c'è: ad esempio, se mediamente la popolazione mondiale invecchia, 
occorrerà già da adesso produrre più valore da erogare in futuro sotto 
forma di pensioni; e se India e Cina continueranno a crescere ai ritmi 
attuali occorrerà già da adesso trovare ferro, rame, petrolio in 
quantità adeguate. Ma molto prima di quando queste risorse saranno 
trovate e sfruttate, verranno mobilitati gli strumenti finanziari in 
grado di ipotecare sia i futuri risparmi (per fondi pensione, malattie, 
ecc.), che i futuri giacimenti di minerali, il petrolio. Non saranno 
esenti ? sta già succedendo ? gli irrinunciabili futuri campi agricoli 
per gli alimenti. Nel ciclo D-M-D' si tenderebbe a porre D' davanti a D-
M e ciò è palesemente impossibile. Oltre tutto l'ipoteca del futuro 
comporta dei rischi: pochi per un frigorifero a rate, molti per una 
casa col mutuo, incalcolabili per un sistema globale.

Sarebbe 
necessario un controllo globale

Con gli strumenti finanziari 
"derivati", "futuri" e di altro tipo complesso, càpita sovente agli 
operatori finanziari di "perdere il feeling" con le architetture di 
investimento, cioè in parole povere di non capirci più un accidente. Se 
questo succede a un ufficio privato o a una banca con qualche cliente, 
beh, siccome pecunia non olet non è difficile reimpostare gli 
investimenti, suddividere le perdite o semplicemente comunicare ai 
malcapitati che tali perdite sono avvenute per colpa del mercato. Tanto 
l'illuso cliente comune che si è imbarcato nell'avventura a rischio non 
riuscirà mai a sapere se il denaro che vince o che perde è davvero il 
suo.

La faccenda diventa grave quando a "perdere il feeling" sono 
grandi organismi che operano fra di loro, come banche, società di 
rating (quelle che stabiliscono il livello di affidabilità di un ente 
economico), finanziarie specializzate in mutui, gestori delle carte di 
credito, fondi di investimento privati e istituzionali, ecc. Non è in 
gioco solo il destino di singole banche che falliscono mentre i tassi 
di interesse ballano impazziti, gli esperti lanciano folli 
dichiarazioni sulla santità del mercato e in realtà si varano 
pesantissimi e contraddittori interventi dello Stato per non lasciar 
affondare l'economia. È in gioco l'intero sistema delle relazioni 
finanziarie, cioè dell'economia, a cominciare da quella degli Stati 
Uniti e dei maggiori paesi del mondo. Cioè quella del pianeta. Come ha 
scritto The Economist in occasione del salvataggio della banca Bear 
Stearns (marzo), non si è trattato di una settimana di malattia da 
depressione, ma di una settimana in cui il mondo finanziario si è 
accorto di aver raschiato il barile al punto di dover escogitare 
strumenti che il santo mercato non è più in grado di assorbire.

È una 
questione di logica. L'alto rendimento di uno strumento finanziario è 
di tipo paradossale: può essere dovuto a un solido retroterra 
produttivo (i classici "fondamentali"), oppure basarsi su di un 
piedistallo talmente fragile che il rischio dev'essere pagato con 
criteri da strozzini. Anni fa, notando che i titoli ad alto rischio si 
vendevano bene, qualcuno inventò i cosiddetti junk bonds, titoli 
spazzatura. Il rischio era compensato dal rendimento, almeno finché al 
tavolo del poker non si fu costretti ad andare a "vedere", scoprendo 
che c'era il bluff. Era l'epoca pionieristica. Da allora gli strumenti 
si sono affinati e non compaiono più con il loro vero volto, sono 
impacchettati in altri strumenti dal contenuto variegato. Il trucco si 
scopre facilmente uscendo dai movimenti particolari e lavorando su 
grandi insiemi. La logica c'entra perché nella valorizzazione del 
Capitale è arbitrario separare il momento della valorizzazione da 
quello della realizzazione; sarebbe come parlare di un insieme che fa 
parte di sé stesso, come nell'antico paradosso sul tipo che dice: 
"Tutti i cretesi sono bugiardi, io sono cretese".

Perciò l'insieme a 
rischio può pagare alti rendimenti solo se l'insieme produttivo 
fornisce valore addizionale. Ma in tal caso l'insieme produttivo 
finanzia quello spazzatura incoraggiandolo ad espandersi finché il 
secondo. non fagocita il suo benefattore, relegandolo a insieme 
capitalistico residuo e subordinato. Il lettore che abbia frequentato 
anche per poco le pagine del Capitale troverà familiare questo modo di 
neutralizzare le trappole logiche: è lo stesso che Marx usa per uscire 
dal caos dei prezzi affidandosi alla legge del valore (un servizio 
improduttivo può avere un prezzo).

La singola banca è solo uno dei 
nodi della rete finanziaria

Una volta evitate le trappole, è facile 
rendersi conto che non è possibile ragionare solo sull'insieme 
spazzatura, esso di per sé è sterile; d'altro canto quello produttivo 
sforna merci e non capitali, i quali si realizzano soltanto nella 
circolazione. Il fatto è che nella realtà la sfera della circolazione 
si autonomizza, e di per sé tenderebbe a estinguere quella produttiva. 
Tuttavia, come in tutte le catene di Sant'Antonio, prima o poi la serie 
di "guadagni" si deve interrompere a causa dell'impossibilità di 
alimentare la progressione geometrica. Gli economisti lo sanno, ma non 
possono farci niente. Non possono certo impedire le transazioni che 
viaggiano in giro per il mondo alla velocità della luce 24 ore su 24, 
interessando quantità di denaro che si esprimono in cifre che il nostro 
cervello non riesce a metabolizzare e che sono persino difficili da 
scrivere. E soprattutto con che camperebbero se tutti insieme si 
mettessero a dire che il capitalismo non funziona più?

Ma proprio The 
Economist, il vangelo settimanale dell'ottimismo capitalistico sfrenato 
registra la contraddizione:

"Il meraviglioso edificio della finanza 
moderna ha impiegato decenni per essere costruito ed ha avuto un week-
end di tempo per salvarsi dal crollo".

Esagerazioni di giornalisti-
economisti in vena di sensazionalismo? Non tanto. Già era stato 
necessario immettere liquidità nel mercato per centinaia di miliardi di 
dollari. Poi salvare dal fallimento la Northern Rock inglese. Poi, il 
16 marzo, la Federal Reserve americana era passata sopra tutti i 
principi liberisti per salvare la Bear Stearns, che è la quinta banca 
d'investimento americana. Due giorni dopo, per riscaldare il mercato, 
aveva tagliato di mezzo punto il costo del denaro, la più alta 
percentuale da vent'anni a questa parte. Nello stesso tempo, 
contraddittoriamente l'aveva gelato dichiarando che in realtà nessuno 
sapeva come stessero davvero le cose nei rapporti interbancari, a 
quanto ammontassero i debiti insolvibili e quante banche nel mondo 
fossero oggettivamente sull'orlo del fallimento. Era una confessione 
grave: nell'epoca del capitalismo virtuale sarebbe necessario 
controllare i flussi finanziari globali ma non c'è nessuno che lo possa 
fare obbligando gli altri ad obbedire; sarebbe necessario tradurre le 
incursioni piratesche del capitale finanziario in risparmio sicuro, ma 
non c'è nessuno che sappia come fare, perché occorrerebbe perlomeno una 
specie di superfascismo sovranazionale.

Molti liberisti affermano che 
è meglio lasciar fallire le banche quando vanno in crisi a causa delle 
loro folli avventure. Però lo dicono sempre dopo che s'è verificata la 
catastrofe: prima le attività piratesche sono considerate normali. Ma 
non stiamo a fare la morale agli squali. Il fatto è che anche il più 
liberista fra i liberisti è assolutamente impotente di fronte ai 
numeri: un salvataggio come quello della Bear Stearns è costato alle 
tasche di Pantalone 30 miliardi di dollari, ma non c'era altra via 
d'uscita perché la banca è "controparte" di una catena di operatori che 
gestiscono almeno 10.000 miliardi di dollari. E costoro, banche, 
brookers, istituti vari, hanno il potere di attivare subito le vendite 
non appena sul mercato dei derivati la paura sopravanzi anche di poco 
la fiducia. Quello che spaventa è appunto la catena di relazioni. La 
paura non è facilmente formalizzabile, e la catena è internazionale, al 
di sopra dei singoli operatori e anche degli Stati. Un operatore 
finanziario globale come la Bear non è come una fabbrica che fallisce, 
nel cui caso arriva il curatore fallimentare, licenzia e chiude. Se la 
paura e il dubbio si diffondono, marchiano ogni titolo che la banca ha 
sfiorato e ciò produce una reazione a catena come nella bomba atomica. 
Dall'impedito fallimento della Northern Rock in poi, ogni banca 
sospetta di tutte le altre.

Il capitalismo ha sempre avuto la tendenza 
alla finanziarizzazione, ma oggi non si tratta più di una semplice 
tendenza. Le cause sono note e ce ne siamo occupati più volte. Dopo la 
crisi petrolifera degli anni '70 il decuplicato prezzo del petrolio 
aveva provocato un rastrellamento fisso e capillare di valore nel mondo 
a favore della rendita. Tramite i paesi petroliferi tale rendita si era 
tramutata immediatamente in capitale finanziario, specie sulle piazze 
di Londra e New York. Dall'inizio degli anni '80 ciò aveva comportato 
una crescita enorme della speculazione finanziaria, premessa diretta al 
disastro borsistico del 1987. Siccome si stava uscendo da un periodo di 
"stagflazione", persistevano bassi tassi d'interesse, che alimentavano 
il boom della speculazione. C'era valore sufficiente per pagare anche 
alti interessi ? e quindi consentire alti rendimenti ? in sfere ad alto 
rischio. Ce n'era anche per consentire alle fabbriche ristrutturazioni 
sanguinose nei confronti del proletariato al fine di aumentare la 
produttività, cioè la produzione di plusvalore relativo. Il tutto 
accelerato dalla storica introduzione dell'informatica in campo 
finanziario, con la relativa automatizzazione delle operazioni sulla 
base di modelli di mercato installati nei computer.

Una prima botta fu 
inferta al sistema dalla saturazione del 1987 (cfr. nostra Lettera ai 
compagni n. 21). Una seconda dieci anni dopo con la "crisi asiatica", 
che si risolse con il crollo borsistico in Occidente all'inizio del 
nuovo secolo. Per ovviare alla crisi, i governi tennero di nuovo basso 
il costo del denaro, perciò i vari istituti finanziari poterono 
investire i profitti realizzati nel periodo precedente (con derivati e 
futures essi possono guadagnare sia dalle avanzate che dalle recessioni 
del mercato). Secondo la loro natura investirono sui mercati finanziari 
e, per pura avidità, utilizzarono sia i profitti pregressi che il 
denaro ottenuto indebitandosi a basso prezzo (un capolavoro di 
architettura finanziaria, come dissero auto-lodandosi). Ciò fu 
possibile anche grazie a tre innovazioni: una matematica finanziaria 
derivata dallo studio del caos e della complessità; sistemi informatici 
che permettevano migliaia di operazioni in tempi brevissimi, con poco 
guadagno percentuale per ognuna ma con un moltiplicatore che ne faceva 
aumentare la massa; il progetto, tramite i due mezzi appena descritti, 
di una quantità di nuovi strumenti finanziari derivati, "protetti" sia 
da rialzi che da ribassi. Protetti per le banche, non per i 
sottoscrittori, com'è ovvio. La combinazione di debito e derivati fece 
presto a diffondersi anche nel campo dei debiti individuali, come 
mutui, carte di credito, prestiti vari. E il meccanismo funzionò così 
bene che per anni le banche distribuirono in massa, anche 
reciprocamente, derivati su crediti a rischio, sempre più pericolosi.

In un sistema basato sulla fiducia la paura è nefasta

La bellezza del 
sistema è che funzionava, proprio come aveva funzionato quello dei junk 
bonds: il rischio veniva tutto sommato distribuito, i derivati 
funzionavano come ulteriore raccolta di risparmio, si rastrellava 
capitale dove costava poco investendolo dove rendeva di più con un 
benefico effetto di arbitraggio; come al solito nessuno si preoccupava 
dell'insieme più vasto, quello che deve alimentarsi con una fonte di 
valore dall'esterno, cioè dalla produzione. Nessuna catena del genere 
descritto può sopravvivere quando i derivati sui debiti sono scambiati 
solo fra inventori di derivati su debiti. Comunque siamo sicuri che, 
passata la buriana, si ricomincerà daccapo. A meno che ovviamente non 
salti tutto, cosa che auspichiamo vivamente.

Il problema è dunque una 
carente produzione di valore. Tanto carente che è sempre più difficile 
per i maggiori paesi imperialisti procurarselo dove se ne produce 
ancora molto. Addirittura il valore accumulato dai nuovi centri 
capitalistici attivi, dagli Emirati alla Cina, non viene più depositato 
nelle banche americane e inglesi ma investito comprando banche 
americane e inglesi (tramite i "fondi sovrani"). Perciò i vecchi 
imperialisti si trovano in serie difficoltà. Pensiamo ad esempio ad un 
paese abituato ad esportare servizi finanziari come gli Stati Uniti: 
questo suo settore produce il 40% dei profitti americani occupando solo 
il 5% della forza-lavoro. E ciò mentre il debito del settore stesso è 
cresciuto dal 10% del 1980 al 50% di oggi (dati 2007). È dal tempo di 
Lenin che il capitale finanziario non svolge più la sua funzione di 
raccogliere nella società sovrapprofitti, rendite e risparmi a favore 
del credito all'industria. Semmai si è trasformato nel suo contrario: 
dissangua le industrie per alimentare sé stesso. Niente di nuovo, ma 
oggi siamo al limite. E lo dicono gli stessi capitalisti, almeno quelli 
più consapevoli dell'inevitabile e forse imminente catastrofe. Ma che 
possono fare? Instillare sicurezza? Lo sanno tutti che, nel momento in 
cui un salumiere è costretto a rassicurare i clienti sulla bontà del 
suo salame, la sua credibilità è già andata a farsi benedire.

Quando 
il denaro era valore in sé (ad es. oro) la fiducia in esso era 
scontata. Da quando invece è segno di valore, ogni scambio di merci con 
denaro deve avvenire sulla fiducia che il conio di metallo o il pezzo 
di carta sia garantito da qualcuno. Anche la cambiale, antenata di 
tutti i futures e derivati, non vale nulla se a monte non c'è la 
possibilità di riscuotere, scontare o pignorare. In una economia 
mondiale che comporta il 95% dei movimenti di capitale in transazioni 
finanziarie e solo il 5% in transazioni commerciali e industriali, si 
capisce che la fiducia diventa importante. Senza di essa i capitali si 
congelano, che è come dire si annichiliscono. È per questo che la 
Federal Reserve ha deciso di ri-regolamentare un sistema che divenne 
famoso al tempo di Reagan come de-regulamentation. Insomma, lo Stato 
toglie le regole e le rimette, a seconda di quel che serve. E poi 
dicono che siamo in una economia di libero mercato. In realtà essa è 
sempre più statale. Dunque il denaro non sarà più distribuito, in caso 
di crisi, come liquidità disponibile (fiducia indiretta), ma verrà dato 
in prestito in modo mirato tramite intermediari in grado di offrire 
garanzie e non solo di fare operazioni piratesche (proprio come nel 
caso della Bear Stearns che altre banche volevano comprare per un tozzo 
di pane rovinando gli azionisti).

In più, per prevenire crisi 
catastrofiche, la Federal Reserve istituirà presso le sue sedi 
regionali un osservatorio permanente sulle attività bancarie. In futuro 
quindi sarà consentito alle banche di investimento di accorrere al 
salvataggio di altre banche con l'intervento della banca centrale, cosa 
che avverrà con una regolamentazione e un controllo più rigorosi. 
Teoricamente Wall Street non avrà più occasione di buttarsi a pesce 
sulle immissioni di liquidità nel sistema, le quali dovrebbero servire 
esclusivamente per rilanciare l'economia. Il condizionale è d'obbligo, 
primo perché gli squali sono sempre lì, e poi perché la "crisi dei 
debiti" non è affatto finita, e nessuno sa quanto denaro pubblico essa 
potrà ancora richiedere per essere neutralizzata. Ci sono i debiti 
sulle carte di credito, che sono stati venduti allo stesso modo di 
quelli sulle case, e nessuno sa a quanto ammontino, forse a più di 
quelli immobiliari. E i prezzi delle case continuano a scendere facendo 
mancare copertura ai mutui.

Un circolo vizioso le cui conseguenze sono 
state calcolate: se il prezzo delle case cadesse negli interi USA 
mediamente del 25% rispetto al picco raggiunto prima della crisi, le 
perdite totali dei possessori di derivati su mutui ammonterebbero a 
1.100 miliardi di dollari. In alcuni stati come la California il calo 
dei prezzi nelle zone della middle class è già al 35%. Se sommiamo il 
danno già registrato sui mutui con quello calcolabile sulle carte di 
credito si arriva alla cifra di 2.000-2.500 miliardi di dollari. Ciò 
significa una perdita del potere d'acquisto pari quasi al 20% del PIL 
americano. Un'enormità, quando si pensi che i consumi americani 
sostengono da un secolo l'economia del mondo. Per questo anche i 
fondamentalisti del liberismo che scrivono su The Economist propugnano 
l'inevitabilità di regole imposte dallo Stato, che in caso di emergenza 
potrebbe voler dire:

"Usare il denaro pubblico per creare una base 
solida [floor] al mercato, sia nel campo delle abitazioni, che nella 
collocazione di titoli sicuri legati agli altri settori. Non c'è 
ragione di condannare l'intero sistema, esso rimane di gran lunga 
funzionale. Questi sono segnali che c'è bisogno di cambiarne le regole, 
ma prima di tutto occorre fermare la sua decomposizione [rot]".

Come 
si vede, l'ossimoro è robusto: ci si appella allo Stato affinché faccia 
funzionare il liberismo, che da solo non ce la fa. Non è proprio 
possibile sottrarsi al citato paradosso del salumiere: dopo aver 
descritto la situazione come grave, addirittura in decomposizione, 
nell'insistere sulla buona tenuta del sistema e sulla sua capacità di 
ripresa non si ingenerano che sospetti. Pensavamo che solo i comunisti 
definissero putrefatto il capitalismo, adesso vediamo che lo fanno 
anche i suoi adoratori.

Crisi epocale descritta in quattro punti

Può 
darsi che qualche particolare sfugga, ma una cosa è certa: l'analisi 
dei flussi di valore attraverso i "campi di forza" rappresentati dai 
fondamentali dell'economia porta a descrivere un sistema al collasso. 
Quando condizioni future già conosciute determinano l'andamento 
dell'economia presente, vuol dire che siamo di fronte a una retroazione 
che non può più essere descritta in termini lineari. Sono le tipiche 
situazioni all'origine del caos. La valvola di una pentola a pressione 
produce una retroazione negativa, essa cioè "sente" quando la pentola 
sta per scoppiare e scarica la tensione interna con effetto 
equilibratore. Una speculazione sul futuro prezzo del petrolio, poiché 
si sa che il mondo ne consumerà sempre di più mentre se ne trova sempre 
di meno, produce una retroazione positiva, cioè produce l'aumento di 
prezzo che la speculazione stessa si aspetta. È vero che non possiamo 
calcolare quando finirà il capitalismo, ma è altrettano vero che il suo 
cuore finanziario è in fibrillazione: se si aziona la valvola che 
scarica le tensioni è certa la recessione; se si lasciano i capitali a 
briglia sciolta è certa l'overdose finanziaria con relativa esplosione 
del sistema. Ciò ha a che fare con la teoria marxista 
dell'imperialismo, "fase suprema", quindi ultima.

Nei primi anni '50, 
con criteri "sistemici", la nostra corrente lavorò intorno a un modello 
di previsione, che poneva intorno alla metà degli anni '70 una crisi di 
tipo catastrofico. La crisi ci fu effettivamente, anche se non con gli 
effetti sociali auspicati. Con gli stessi criteri lavoriamo da anni al 
modello, cercando di affinarlo sulla base dei nuovi dati forniti dal 
maturare dei rapporti di produzione. Sia sufficiente citare quattro 
tappe di questo nostro percorso: 1) un Quaderno del 1983 sulla natura 
sistemica della crisi a partire da considerazioni di Engels (pubblicato 
in volume nel 1985 con il titolo Crisi storica del capitalismo senile); 
2) un Quaderno pubblicato nel 1992 col titolo Dinamica dei processi 
storici - Teoria dell'accumulazione, dove si traccia da un punto di 
vista storico-matematico la "parabola del plusvalore": dallo zero delle 
società primitive, che non accumulano, allo zero teorico di una 
ipotetica società robotizzata senza operai, passando dalle 
caratteristiche della rendita con gli effetti che produce sulla finanza 
e sull'accumulazione; 3) una monografia pubblicata sul numero 11 della 
nostra rivista, intitolato Teoria e prassi della nuova politiguerra 
americana, nella quale ci occupiamo delle determinazioni storiche della 
guerra imperialistica attuale e dei relativi meccanismi che la 
governano; 4) una riunione redazionale, tenuta nel 2007 (di prossima 
pubblicazione) nella quale si riprende il modello previsionale degli 
anni '50 per una proiezione dei dati attuali, non più basati su carbone 
e acciaio ma su petrolio e finanza. Naturalmente abbiamo prodotto altro 
materiale utilizzabile, per il quale rimandiamo al nostro sito 
Internet.

Primo punto. Se la crisi è "storica" vuol dire che ha una 
freccia nel tempo e, come accade per tutte le cose dell'universo, in un 
sistema chiuso è irreversibilmente dissipativa, giusta il secondo 
principio della termodinamica; il sistema capitalistico è vulcanico, ma 
proprio per questo dissipa più energia di quanta riesca a produrne. Si 
parla a sproposito di "crisi dei mutui" o "delle carte di credito" o, 
più in generale, "delle borse". L'andamento sul mercato dei mutui, 
delle carte di credito o delle azioni è sempre effetto di qualcosa a 
monte, mai motore primo. Del resto, se non fosse così, si cadrebbe in 
uno dei loop logici così frequenti in economia: la crisi è causa o 
effetto. della crisi. Il sistema si apre, quindi diventa anti-
entropico, solo con lo sviluppo della rivoluzione in corso, che avrà 
inevitabilmente il suo punto di catastrofe (alla René Thom). Nel 
Quaderno ricordato, i diagrammi ricavati teoricamente sono messi a 
confronto con i dati reali. Risultato: diminuisce nel tempo 
l'incremento del valore prodotto. Un fenomeno che Marx ritiene letale 
rispetto alla durata del capitalismo.



Secondo punto. Se, in una 
società estrema, si consumasse tutto il valore prodotto (massimo numero 
possibile di operai, tutto "lavoro necessario" e niente "pluslavoro") 
non ci sarebbe plusvalore e quindi neanche accumulazione. All'opposto, 
se in una società altrettanto estrema si producesse solo con macchine e 
senza operai, non si potrebbe estrarre plusvalore da nessuno, e quindi 
sarebbe altrettanto impossibile l'accumulazione. Fra i due estremi 
opposti (due zeri) vi è produzione di una quantità variabile di 
plusvalore, con un massimo del rendimento al culmine della parabola. 
Essendo il grafico ideale simmetrico, un saggio di sfruttamento del 
100% (4 ore di lavoro necessario e 4 di pluslavoro su 8 come 
nell'esempio di Marx) cadrebbe esattamente a metà dell'ascissa.

Al 
tempo del grafico, più di vent'anni fa, dicemmo che il punto 
significativo in cui si collocava la società capitalistica era verso lo 
"zero tecnologico", cioè tante macchine e pochi operai (non in assoluto 
ma in relazione al Capitale messo in moto), cioè tanta 
sovrappopolazione relativa e anche assoluta. Oggi la situazione è 
peggiorata (per il Capitale) e abbiamo l'ulteriore verifica 
sperimentale offerta dai dati reali aggiornati inseriti sui diagrammi 
(questi sì cartesiani, con il tempo sull'ascissa e il valore 
sull'ordinata). Dunque: non stiamo assistendo a una crisi 
congiunturale. Le oscillazioni nella produzione di valore esistono 
sempre, ma oggi siamo di fronte all'esasperazione di ciò che aveva già 
notato Engels da sintomi anticipatori, siamo cioè di fronte a una crisi 
cronica dell'intero sistema. Persino i borghesi lo ammettono 
pubblicando sui loro giornali i dati che lo provano. Non ammettono 
invece il fallimento del loro sistema perché sono degli immediatisti. 
Sanno che la curva dell'intero sviluppo capitalistico è sempre stata un 
sigmoide (crescita esponenziale, punto di flesso, crescita asintotica), 
almeno da quando è stato loro possibile sviluppare modelli di dinamica 
reale per la previsione economico-sociale. Solo che il Capitale 
celebrava facilmente sé stesso nella parte esponenziale, mentre adesso 
che ci troviamo nella parte asintotica (entropia, perdita di energia, 
morte termica) non ha più basi convincenti per continuare a farlo. Ad 
ogni modo, giusta Lenin, non ci sarà bisogno di aspettare la morte del 
capitalismo per inedia: la catastrofe rivoluzionaria lo spazzerà via 
prima; è questa la sua vera morte "naturale".

Terzo punto. La 
"politiguerra" (di cui al nostro numero monografico citato), è, 
generalizzando al massimo, lo strumento con cui il capitalismo (o 
meglio, il Capitale con la maiuscola) dirige il traffico del plusvalore 
nell'epoca della sua ripartizione piuttosto che della sua produzione 
(passaggio dalla concentrazione alla centralizzazione). Tutto si fa più 
evidente con l'avvento della reaganomics (cfr. Lettera ai compagni n. 
25), ma è certo che il fenomeno sta alla base della teoria marxista 
dell'imperialismo. I "briganti imperialisti", orrenda definizione 
moralisteggiante di Lenin, sono i vigili che controllano il traffico, 
lo dirottano se ci sono incidenti, multano i cattivi... e prendono lo 
stipendio per il loro lavoro. Il guaio è che litigano tra loro, si 
sparano cannonate e tralasciano a volte i veri interessi del Capitale. 
Il quale (antropomorfizziamo un po') si scoccia e fa piazza pulita di 
troppa concorrenza, lasciando sul campo il suo miglior esponente. 
Niente di strano: vittoria del monopolio in economia, vittoria del 
fascismo in politica. Lo affermano le nostre tesi del 1945, ma ai 
giorni nostri c'è arrivato perfino un matematico democratico come 
Odifreddi con la sua "Intervista a Hitler".

Quarto punto. Non è 
possibile una crescita infinita in un mondo finito. Quello che sta 
succedendo non è molto complicato da capire: da una parte l'esplosione 
del capitalismo in paesi come la Cina e l'India accelera l'accumulo di 
elementi di catastrofe; dall'altra il mondo intero sarà costretto a 
escogitare qualunque cosa pur di evitarla. L'accumulo di contraddizioni 
per noi non ha segreti ed è nei nostri classici; l'escogitare 
espedienti non può essere infinito, e con il controllo statale del 
fatto economico (keynesismo, fascismo, stalinismo, rooseveltismo) si 
risolverà nel tentativo (ma anche obbligo) da parte di tutti i paesi di 
salvare gli Stati Uniti per salvare sé stessi. Nell'impossibilità di 
darsi un governo mondiale, le borghesie nazionali delegano il potere a 
quella che tra esse ne ha a sufficienza per tutte. La nostra tesi 
temeraria, già esposta alla suddetta recente riunione sul modello 
previsionale attualizzato, ne esce rafforzata: non siamo di fronte a 
una crisi congiunturale ma epocale. La catastrofe del sistema dovrebbe 
essere concomitante al momento più acuto della crisi sulle materie 
prime e sugli alimenti. Mezzo secolo fa i parametri erano dello stesso 
tipo e la previsione a vent'anni (1975) risultò esatta, ma gli eventi 
non furono decisivi. Oggi non siamo in una crisi "nuova" ma nel 
prolungamento di quella di allora. I dati odierni denunciano una 
situazione più critica, anche se ciò non significa che sia possibile 
una maggiore accuratezza nella previsione. Ma allora, perché cimentarsi 
in queste sfide? Rispondiamo come risposero i compagni di allora: 
quando "diamo i numeri" tentando di realizzare un modello formale di 
previsione a medio termine, lo facciamo per ridurre al minimo il 
ricorso alle interpretazioni soggettive e quindi la produzione di 
fesserie. È l'unico metodo che l'uomo conosce per evitare di esporre 
solo opinioni. Per il lungo periodo abbiamo solo certezze: l'uomo 
futuro sarà comunista.

Abbiate pazienza: una formuletta

Esimii 
economisti hanno detto la loro sulla crisi cosiddetta immobiliare o dei 
mutui subprime. Ci sono gli ottimisti e i pessimisti, e questi ultimi, 
naturalmente, sono i più gettonati dai media, che vivono più che altro 
sulle disgrazie del mondo. I pessimisti sono anche i più famosi per la 
stessa ragione, dato che vendono i loro libri a milioni di copie. Un 
ritornello è questo: s'è aperto un periodo di crisi perché siamo 
entrati in una spirale di non remissione dei debiti. Nouriel Roubini 
prevede una catastrofe in dodici tappe, tutte incentrate sulle 
conseguenze di questa spirale; Robert Manning conferma il tema della 
spirale e aggiunge che essa avrà effetti perversi per cui non abbiamo 
ancora visto niente rispetto a ciò che deve ancora succedere; Paul 
Krugman insiste sul suo cavallo di battaglia, la sperequazione dei 
redditi che porta alla fame; Joseph Stiglitz abbandona per un momento 
la sua critica alla globalizzazione, ed entrando nel merito dei mutui 
subprime sottolinea che il capitalismo è diventato profondamente 
immorale.

Fermiamoci qui. Con il "gioco del perché" un bambino 
chiederebbe: ma perché s'è aperta la spirale dei debiti non onorati? 
Insomma, siamo alla crisi prodotta dalla crisi. Il nostro criterio è 
diverso: sia i tecnologismi economici inventati per cercar di capire il 
movimento virtuale dei capitali, sia le opinioni moralistiche degli 
economisti rappresentano la febbre, il sintomo, ma la malattia va 
analizzata nel profondo. Prendiamo la formula del saggio di profitto: s 
= p/(c+v) ovvero: saggio di profitto uguale a plusvalore diviso il 
totale del capitale anticipato (impianti e materie prime più salari); 
com'è noto, Marx l'adotta e poi la semplifica rapportando anche "c" a 
lavoro e pluslavoro, per cui abbiamo: s = p/v; alla fine del terzo 
libro del Capitale riduce il tutto al solo saggio di sfruttamento puro 
e semplice p/v, perché la sommatoria dei profitti individuali è uguale 
al plusvalore totale e, quando si arriva al dunque, è inutile usare 
termini diversi per definire la stessa cosa. Il procedimento di Marx è 
ineccepibile. La formula del saggio di profitto descrive un fenomeno 
locale (profitto del singolo capitalista, della singola sfera di 
produzione, ecc.) variabile, mentre quella del saggio di sfruttamento 
esprime lo stato del capitalismo globale.

Ora, il PIL (Prodotto 
Interno Lordo) è la somma di tutti i valori prodotti, cioè la massa 
totale del plusvalore più la massa totale del salario: W = p+v e il 
rapporto fra i due termini ci dà la situazione di classe nel mondo. Il 
valore totale W è uguale a 65.500 miliardi di dollari ed è aumentato 
nel corso del 2007 del 5,2%. L'aumento è dovuto quasi esclusivamente a 
Cina (11,5%), India (8.4%), Russia (7,2%). I paesi che vedono un 
aumento del PIL hanno prodotto valore nuovo; quelli che stazionano 
hanno solo consumato quello prodotto. La popolazione mondiale è 
cresciuta meno che in passato (1,17%), quindi è cresciuto in alcuni 
paesi il PIL pro capite. Ma non nei paesi a capitalismo maturo. Perché? 
Perché qui è aumentata la produttività, cioè la produzione per addetto, 
che, non troppo paradossalmente, fa scendere il valore unitario delle 
merci. Le quali debbono essere prodotte in maggior quantità affinché se 
ne tragga lo stesso profitto, ma ciò proprio mentre diminuiscono i 
consumi a causa dell'aumentato pauperismo anche fra le fasce medie di 
reddito (effetto della sovrappopolazione relativa e assoluta). 
Risultato: in un quarto di secolo la curva è rimasta inesorabilmente 
stabile. Essa ha la famosa forma a "sigmoide", cioè sale per un tratto 
in modo esponenziale, attraversa un punto di flesso e continua in modo 
asintotico. Abbiamo già visto che oggi, globalmente, siamo verso 
l'asintoto e non c'è verso di tornare al punto di flesso o addirittura 
alla piena crescita esponenziale. Anche paesi come Cina e India hanno 
superato il punto di flesso. I loro incrementi di crescita (di 
produzione di valore) diminuiscono di anno in anno. È sempre crescita, 
ma sempre meno pronunciata.

Tranquilli, la prospettiva è buona

Come 
si vede, l'origine della crisi non è nei mutui o altro ma, al 
contrario, è l'esistenza della crisi di produzione di plusvalore a 
provocare la disperata ricerca di espedienti per la valorizzazione dei 
capitali. Il cerchio non si chiude, ed ecco perché i capitalisti ? 
finanziarizzati e disperati ? raschiano il fondo del barile nella folle 
speranza di vedere il loro denaro passare da D a D' nella circolazione, 
rubano i risparmi alle vecchiette e vendono patacche di titoli che 
inglobano i mutui dei poveracci, le loro carte di credito insolventi, 
perfino i futures sulle loro pensioni e sulle loro tombe. Mentre per le 
stesse ragioni prenotano il petrolio a venire (quello presente è già 
stato pagato fino a 200 dollari al barile). E si buttano sul business 
dell'etanolo, sulla dislocazione delle loro industrie in Cina, sulla 
speculazione monetaria che porta il dollaro a 1,51 contro l'euro, ecc. 
ecc. Perfino gli Stati non possono evitare di essere coinvolti in 
questa follia: ed ecco esplodere i fondi sovrani, gestiti da Stati che 
si comprano banche e fondi d'investimento in altri Stati. Ulteriori 
macchine da capitalismo virtuale che amplificano tutta l'infinita 
catena che i famosi esimii economisti, pur sapendo bene quali siano i 
responsi catastrofici implementati nei loro stessi modelli 
computerizzati, espongono al pubblico solo a frammenti, a seconda che 
stiano scrivendo su un giornale, parlando alla televisione o insegnando 
da una cattedra.

E non c'è niente da fare, perché di fronte al 
debitore insolvente, che sia il poveraccio che non può pagare il mutuo, 
che siano gli Stati Uniti d'America (il maggior debitore del mondo), 
non ci sono che due vie: o il pignoramento o il salvataggio nella 
speranza che un giorno o l'altro paghi. Quella degli USA è una 
situazione particolare di rendita: se volete il capitalismo, essi 
dicono al resto del mondo, dovete alimentare il suo motore primo, che 
pulsa a Washington. A causa di questo ricatto possiamo tranquillamente 
escludere due opzioni: 1) che quel particolare debitore rappresentato 
dagli USA si lasci pignorare fabbriche e case; 2) che un giorno paghi 
il suo debito. Perciò al mondo capitalistico non resta altro da fare 
che tenerlo a galla, con tutti i disastri che ciò comporta.

Analizzate 
le cifre, abbiamo cercato di trarre uno schema ad alto livello di 
astrazione per non lasciarci influenzare dai fenomeni secondari. 
Abbiamo quindi azzardato delle previsioni, anche se quel che ci 
interessa veramente è la forma a sigmoide della già ricordata curva. Ad 
ognuno di noi piacerebbe un sacco sapere con precisione in quale tratto 
dell'asintoto ci troviamo, perché si sa che l'elettroencefalogramma del 
capitalismo non può assolutamente giungere ad essere piatto del tutto, 
pena la catastrofe. Ma si giungerà, è matematico. Il quando è 
un'incognita, ma il modello semplificato risponde da solo aspettando 
verifica: la tensione su tutti i parametri si verificherà all'incontro 
delle curve "fondamentali" che sono la produzione e il consumo di 
petrolio e materie prime, la crescita della popolazione e del valore 
totale prodotto, la crescita della produttività che fa diminuire il 
valore per unità prodotta. Ogni proiezione, senza bisogno di ricorrere 
ai supercomputer, ci dice di nuovo un paio di decenni (alcuni modelli 
borghesi prevedono una crisi catastrofica nello stesso periodo). Se 
saremo smentiti non ci turberemo più di tanto. Quando il meteorologo 
annuncia giornate di bel sole e poi scoppiano temporali, non rinnega 
certo per questo le leggi di natura che stanno alla base dei movimenti 
atmosferici.

Dopo questa escursione ottimistica sull'andamento della 
crisi, qualcuno potrebbe obiettare che per un comunista vi sono però 
anche motivi per essere pessimisti quando si passi al comportamento del 
proletariato. Tranquilli. Intanto c'è, ed è sempre più numeroso: 
l'ultimo rapporto dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro ci dice 
che gli occupati nel mondo sono quasi tre miliardi, di cui almeno il 
50% salariati (85% degli occupati nei vecchi paesi industriali, 40% in 
Cina e India, 30% nel resto del mondo). Un miliardo e mezzo di 
salariati, anche se adesso sono "invisibili" come dice la sociologia, 
rappresentano una massa proletaria che non s'è mai vista nella storia 
del capitalismo, neppure in proporzione al numero degli abitanti. Ad 
essi si aggiunge una sovrappopolazione relativa (esercito industriale 
di riserva) di 190 milioni di disoccupati e di 700 milioni di 
sottoccupati. E lo sfruttamento si fa sempre più bestiale. Pessimisti?

LETTURE CONSIGLIATE

        Quaderni di n+1: La legge del valore e la 
sua vendetta, 1988. 

  a.. Quaderni di n+1: La crisi del sistema 
bancario americano, 1991. 

  b.. Quaderni di n+1: La crisi storica del 
capitalismo senile, 1985. 

  c.. Quaderni di n+1: Dinamica dei 
processi storici - Teoria dell'accumulazione, 1992 (sul nostro sito www.
quinterna.org). 

  d.. "Teoria e prassi della nuova politiguerra 
americana", n+1 n. 11, marzo 2003. 

  e.. Karl Marx, Il Capitale, 
Libro III, sez. VII, "I redditi e le loro fonti"; UTET, 1987. 

  f.. 
Piergiorgio Odifreddi, Intervista a Hitler, 2005, facilmente reperibile 
sul Web. 

Uomini e gruppi indifferenti a sapere "dove si andava" o a 
cercare di mutare la direzione del moto, sono sempre stati schiavi di 
una ricerca freddamente conoscitiva e descrittiva, che mette agli atti 
i risultati senza curarsi di altro e senza utilità alcuna 
dell'archivio. Se fosse possibile fare solo fotografie della realtà e 
del mondo, non bisognerebbe andare oltre alla prima: quando se ne 
raccoglie una serie, vuol dire che si cercano regole di uniformità o 
disuniformità tra i varii scatti impressi, e se si fa questo è per dire 
in certo modo che cosa rileverebbe una foto successiva, prima di averla 
fatta. I gruppi umani sono anzi partiti da tentativi di sapere il 
futuro prima di avere edificati sistemi anche iniziali di conoscenza 
della natura e della storia di passati eventi. Il primo sistema è la 
tradizione ereditaria di nozioni che riguardano come premunirsi da 
inconvenienti, pericoli, cataclismi; viene dopo la registrazione anche 
embrionale di fatti e dati contemporanei e trascorsi. La cronaca nacque 
dopo la prammatica. Lo stesso istinto degli animali, che si riduce ad 
una prima forma di conoscenza quantitativamente bassa, regola il 
comportamento su eventi futuri da evitare o facilitare: uno studioso 
della materia ne dà questa bella definizione: "l'istinto è la 
conoscenza ereditaria di un piano specifico di vita". (Proprietà e 
Capitale, 1948).
Allegato Rimosso