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guida ad un uso migliore dell'acqua in casa e in città



da ed. ambiente italia

Nuvole e sciacquoni

Come usare meglio l’acqua in casa e in città
di Giulio Conte
2008 - pagine: 208 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-76-9
stralci dal volume
Acqua e civiltà
Prefazione di Alberto Angela
Un nuovo movimento: la sustainable sanitation

L’acqua è l’“oro blu” del terzo millennio, capace di scatenare conflitti come già accade per il petrolio. Non è infinita, e se quasi un miliardo di persone non ne ha a sufficienza per soddisfare le necessità primarie, nei paesi dell’Occidente sviluppato spesso la si spreca con grande indifferenza. La tesi di questo libro è che sia invece possibile ridurre notevolmente i consumi idrici domestici e l’inquinamento da essi provocato senza per questo rinunciare ai livelli di comfort cui siamo da tempo abituati. Per farlo è però necessario innescare una piccola “rivoluzione” che, prima che tecnica e politica, è culturale. Chi ha detto che per scaricare un WC si debba usare acqua potabile? E perché abbiamo abbandonato la pratica di accumulare e riutilizzare le acque piovane? Nuvole e sciacquoni analizza le strategie che sono state adottate nei secoli per la gestione domestica e urbana dell’acqua, e spiega come oggi è possibile usarla in modo più intelligente.
Nuvole e sciacquoni si concentra sugli usi civili e domestici dell’acqua che, sebbene comportino consumi di gran lunga inferiori rispetto a quelli agricoli, sono in continua e rapida crescita. L’uso domestico è poi quello che ha bisogno di acque di miglior qualità, che diventano sempre più scarse a causa dell’inquinamento provocato in larga misura proprio dagli scarichi urbani. È quindi urgente rivedere il modello di gestione idrico fin qui applicato. Il libro illustra nel dettaglio le soluzioni più semplici e innovative per il risparmio e la migliore gestione dell’acqua nelle abitazioni e in città, proponendosi come la prima e più completa guida all’uso sostenibile delle risorse idriche.
Giulio Conte (Roma 1963), biologo, svolge attività di consulenza ambientale nel campo della gestione delle acque e delle risorse naturali. È socio fondatore dell’Istituto Ambiente Italia, dove è responsabile dell’area Risorse Naturali e svolge attività di pianificazione e valutazione ambientale. Con la società di ingegneria IRIDRA si occupa di progettazione di soluzioni per la gestione sostenibile delle acque e degli scarichi idrici. Ha collaborato a diversi progetti internazionali sulla gestione delle acque con partner europei e nordafricani. È membro del Comitato Scientifico Nazionale di Legambiente, associazione per cui ha coordinato campagne sullo stato delle acque interne e costiere (Goletta Verde, Operazione Fiumi). Ha fatto parte della Commissione Ministeriale che ha elaborato il testo del Dlgs 152/1999 sulla “tutela delle acque dall’inquinamento”. È tra i fondatori del CIRF (Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale) di cui è stato presidente dal 1999 al 2008.
eventi
Un nuovo movimento: la sustainable sanitation 

Acqua e civiltà
“Al tempo di cui parliamo, nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone, le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati, dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti”. L’incipit dello straordinario romanzo di Patrick Süskind, Il profumo, ci restituisce un’immagine vivida del livello igienico della Parigi del Settecento. Sono gli anni in cui prende forma la civiltà industriale e ha inizio il fenomeno, dapprima locale e ormai planetario, dell’“urbanizzazione”: la migrazione degli uomini dalla campagna alla città, che ha portato oltre la metà della popolazione mondiale a vivere nei centri urbani e ha avuto e ha tutt’ora implicazioni importanti per la gestione delle acque.1
Ma la “fotografia” di Süskind descrive anche le epoche precedenti? Proviamo a fare qualche passo indietro. Come abbiamo appreso già dalle scuole elementari, agli albori della storia l’acqua è stata una delle condizioni essenziali per l’abbandono del nomadismo e l’insediamento delle prime civiltà, che trovano luogo lungo il Nilo, l’Eufrate e l’Indo. Mentre è noto che gli abitanti di queste regioni cominciarono molto anticamente a “gestire” l’acqua per l’agricoltura, in particolare per trarre il massimo beneficio dalle piene annuali dei grandi fiumi che rendevano fertili quelle terre,2 si sa molto meno di come l’acqua venisse gestita per gli usi civili. Virginia Smith, nel suo recente volume sulla storia dell’igiene,3 sottolinea come nelle classi elevate delle prime civiltà egizie, babilonesi, indiane e cinesi, che costituivano una quota rilevante della scarsa popolazione urbana del tempo, vi fosse l’abitudine alla toilette, soprattutto femminile: lo dimostrerebbe, tra l’altro, l’importanza del mercato dei cosmetici, già fiorente in queste aree migliaia di anni prima di Cristo. Non abbiamo però informazioni dirette sull’uso dell’acqua e sulle tecniche di smaltimento di escrementi e urine nelle prime città del mondo, come le assire Ur e Babilonia e le egizie Menfi e Tebe, anche se è molto probabile che diverse pratiche di raccolta e gestione delle acque fossero già adottate.
Dobbiamo andare in Grecia per trovare le prime testimonianze certe di uso civile dell’acqua: già dal 1000 a.C. era praticata, negli insediamenti greci, la raccolta della pioggia e l’uso di sorgenti per l’approvvigionamento civile. Dal VI secolo a.C., vi sono testimonianze di sistemi di adduzione, sia sotterranei che sospesi, che alimentavano fontane pubbliche in diversi insediamenti greci, tra cui Samo e Atene. Nella Roma imperiale, erano attivi 11 acquedotti, in grado di trasportare decine di migliaia di metri cubi d’acqua, per i bisogni di una città di oltre un milione di abitanti. Naturalmente l’acqua non era distribuita equamente tra la popolazione: solo i più ricchi che abitavano le ville e i piani bassi delle insulae potevano contare su volumi d’acqua abbondanti e a portata di mano, mentre gran parte della città era approvvigionata da fontane pubbliche.4 In epoca romana abbiamo anche le prime testimonianze dell’uso di “sanitari” a secco o ad acqua corrente; sono famose le “toilet” di Ostia Antica, ma sembra che analoghe tecniche fossero in uso in Cina intorno all’anno 0.5 Le prime erano latrine a secco su due piani, quello superiore con le “sedute” e quello inferiore dove gli escrementi erano accumulati e periodicamente rimossi; le seconde, disponibili in genere nelle terme, erano ugualmente su due piani, ma quello inferiore era costituito da una canaletta percorsa da acqua corrente.
Nel nostro immaginario nutrito di cinema e fiction, le città greche e romane di oltre 2000 anni fa sono città moderne, pulite e ricche di fontane, profondamente diverse dalla Parigi “proto-industriale” descritta da Süskind. Questa idea è in parte vera. Non c’è dubbio infatti che, almeno nel mondo occidentale, il rapporto dell’uomo con l’acqua fosse migliore all’epoca romana che nei secoli successivi, e di conseguenza le città erano con ogni probabilità più pulite. A Roma, la pratica – probabilmente molto antica e come vedremo in voga per diversi secoli – di sbarazzarsi del contenuto dei vasi da notte semplicemente lanciandoli dalla finestra era severamente vietata, ma dobbiamo tenere conto che la gestione degli scarichi fisiologici era comunque operata “a secco” e nelle zone più povere delle città la situazione igienico-sanitaria non doveva essere certo ottimale. Sebbene fossero già state realizzate le prime fognature sotterranee, come la Cloaca Maxima a Roma, la cui costruzione data addirittura al VII secolo a.C., esse avevano la funzione di drenaggio delle acque meteoriche e non di smaltimento degli escrementi: l’idea di utilizzare l’acqua per smaltire le deiezioni umane è, per ragioni che vedremo più avanti, “modernissima”. La gestione degli escrementi avveniva quindi con procedure analoghe a quelle ancora in uso per gli animali (accumulo in concimaia, maturazione, utilizzo per la fertilizzazione o, nel caso delle urine che erano raccolte separatamente, per l’industria conciaria).

Un nuovo movimento: la sustainable sanitation
Da una ventina d’anni, esperti di tutto il mondo hanno cominciato a riflettere, da un lato, sulle grandi difficoltà incontrate nel cercare di ridurre l’inquinamento delle acque – dovuto come abbiamo visto anche a problemi di tipo “globale” – dall’altro, sulla necessità di ridurre i consumi domestici per liberare risorse idriche da lasciare alla circolazione naturale o da destinare ad altri usi. Questa riflessione ha portato alla nascita di un “movimento” molto attivo, anche se per il momento confinato nell’universo di “tecnici ed esperti” e scarsamente rappresentato in Italia.
Il più significativo atto pubblico di questo movimento è stato realizzato in occasione del Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile, che si tenne a Johannesburg nel 2002. Poco prima del summit, un ricco “panel” di esperti internazionali26 inviò una lettera aperta alla conferenza che chiedeva di sostituire, da tutti i documenti ufficiali, il termine sanitation (il termine inglese con cui si intende il complesso di soluzioni per la raccolta e il trattamento degli scarichi, dalle nostre case al depuratore) con sustainable (o ecological) sanitation. Ecco in sintesi i contenuti della lettera:

“Le tecniche convenzionali di sanitation presentano diversi aspetti negativi:
richiedono consumi elevati di acqua;
sono state sviluppate senza considerare la necessità di riequilibrare i cicli biogeochimici, e favorire il riuso dell’acqua e dei fertilizzanti contenuti nell’acqua di scarico;
provocano la commistione di piccoli quantitativi di materiale fecale a elevato rischio igienico sanitario con grandi quantità d’acqua, contaminando con agenti patogeni i corpi idrici recettori, diffondendo il rischio nell’ambiente;
i sistemi fognari convenzionali (a reti miste) sono particolarmente pericolosi in occasione di eventi meteorici intensi, quando grandi quantità di acque di scarico non trattate vengono disperse nell’ambiente, attraverso gli scolmatori di piena e i bypass degli impianti di depurazione (per citare solo uno dei molti problemi gestionali).
Al contrario le tecniche di sustainable sanitation:
sono progettate per ridurre i consumi idrici (demand side management) e riusare acqua e fertilizzanti;
sono spesso basate sulla separazione alla fonte del materiale fecale, per garantire i massimi standard di sicurezza igienico-sanitaria ed evitare la contaminazione dei corpi idrici recettori;
sono flessibili e adattabili alle diverse situazioni culturali e socioeconomiche, attraverso il ricorso a tecnologie semplici o complesse (high or low tech);
permettono in modo economico il riuso delle acque, separando e trattando in modo differenziato le acque grigie e la frazione delle acque domestiche non contaminata da materiale fecale;
adottano tecnologie applicabili in modo decentrato e capaci di essere molto efficaci a costi bassi”.
Ma che cosa si intende per sustainable (o ecological) sanitation? Cercando questi due termini con un motore di ricerca internet, si trovano ormai un gran numero di siti interessanti: certamente una delle fonti più autorevoli, perché storicamente una delle prime ad affrontare il problema, è il progetto “Ecosan”, promosso dal Governo tedesco con il supporto di molti altri partner in tutto il mondo.27 Delle soluzioni tecniche promosse dall’approccio della sustainable sanitation parleremo diffusamente nei prossimi capitoli, ma possiamo tentare una prima spiegazione sintetica con l’ausilio di due immagini prodotte dal progetto Ecosan e riviste e tradotte recentemente dalla società IRIDRA .

La gestione convenzionale usa grandi quantità di acqua, insieme a fertilizzanti e pesticidi, per irrigare i campi e fornire prodotti al mercato alimentare. Altra acqua viene destinata agli usi civili che la impiegano nelle nostre case per allontanare gli scarichi (che contengono proprio quei fertilizzanti necessari all’agricoltura). Grandi quantità di acqua vengono poi raccolte dalle reti fognarie e, nel migliore dei casi, inviate agli impianti di depurazione per rimuovere inquinanti e fertilizzanti. Non c’è riuso né d’acqua né di fertilizzanti, mentre c’è un forte rischio di contaminazione per qualsiasi problema si verifichi nella rete fognaria o nel depuratore.
La sustainable sanitation (o gestione “sostenibile” delle acque e degli scarichi) punta invece da un lato a ridurre il più possibile l’uso dell’acqua attraverso il risparmio e la raccolta della pioggia, dall’altro a riusare il più possibile acqua e i fertilizzanti contenuti nelle acque di scarico. Per questo tiene separate le acque grigie (meno pericolose perché non contaminate da patogeni e più facili da depurare) da quelle nere: le prime possono essere riusate in molti modi anche all’interno delle abitazioni (scarichi WC, lavaggio abiti e superfici interne ed esterne, innaffiamento); le acque nere, invece, che contengono nutrienti preziosi per l’agricoltura, vengono riusate per l’irrigazione, dopo aver eliminato i patogeni. Per il trattamento sia delle une che delle altre si tende a ricorrere a tecniche “decentrate”, che permettano di depurare e riutilizzare le acque localmente: tra queste, rivestono particolare importanza, anche se non sono le sole, le tecniche di fitodepurazione, che garantiscono una maggiore elasticità e sono gestibili in modo decentrato senza una specifica preparazione tecnica e a basso costo. Quando possibile o necessario, la sustainable sanitation cerca di evitare del tutto il ricorso all’acqua: è il caso di tecniche come i waterless urinals (urinali a secco) e le composting toilet (toilet a compostaggio), che garantiscono lo smaltimento degli escrementi umani in perfetta igiene senza bisogno di acqua.
Il “movimento” si è recentemente organizzato nella Sustainable Sanitation Alliance (SuSanA, www.sustainable-sanitation-alliance.org), un’associazione a cui aderiscono decine di diversi soggetti (organismi dell’ONU, enti di ricerca e agenzie di cooperazione internazionale, associazioni scientifiche e ONG, Enti locali, singole imprese) provenienti da ogni angolo del mondo (dal Brasile al Giappone, dalle Filippine al Sudafrica) con una prevalenza di partner europei e indiani. Inutile dire che tra i partner di SuSanA non c’è nessun italiano.