[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

spazi pubblici della città e della società



da Eddyburg
n.40 (31/10/2008)
Spazi pubblici della città e della società
Data di pubblicazione: 31.10.2008
 
Prosegue il tenace processo di privatizzazione degli spazi pubblici, materiali e immateriali, avviato negli ultimi decenni del secolo scorso dal neoliberalismo. Ma non mancano i segni di resistenza. Da noi è esplosa la resistenza nel mondo della formazione e della conoscenza.

La scuola, come ha scritto Marco Revelli su Carta, “era quello che restava dello spazio pubblico nel miglior significato possibile che si può dare allo spazio pubblico”: un luogo d’incontro, non interamente colonizzato dalla logica degli affari, dove diverse culture si potevano incontrare. Così, come si tende a privatizzare gli spazi fisici della città (ad aumentare gli spazi commerciali delle piazze e a sostituirle con i “centri commerciali”, a vendere gli edifici pubblici, ad affidare ai privati la realizzazione e la gestione degli “standard urbanistici”, a commercializzare le facciate dei monumenti), così si provoca la riduzione delle risorse destinate agli spazi pubblici della formazione, della conoscenza, della sanità dell’assistenza e di tutte le altre conquiste sociali del XIX e del XX secolo.

L’avvio di questo processo non è colpa solo della destra di Berlusconi: era già cominciato con i governi di centro-sinistra. Certo è che con l’attuale maggioranza parlamentare ha raggiunto un’aggressività e un’accelerazione sconvolgenti. Ha provocato però anche (e finalmente!) una significativa reazione, che non è esagerato definire “di massa”. Per un urbanista è significativo il fatto che il movimento di contestazione per la difesa degli spazi pubblici della formazione e della conoscenza abbia voluto (e dovuto) occupare anche gli spazi pubblici della città: le piazze e le strade, le scuole e le università. Senza questa feconda occupazione il movimento non avrebbe potuto riconoscersi e quindi esistere, e neppure parlare al resto della società, e quindi sarebbe condannato all’isolamento e alla sconfitta.