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piccole apocalissi.Le possibili via d'uscita dalla crisi



da eddyburg.it

Piccole apocalissi. Le possibili vie d'uscita dal capitalismo dei disastri
Data di pubblicazione: 28.12.2008

Autore: Mattei, Ugo

“Per affrontare adeguatamente la situazione, il pensiero critico deve guardare con rinnovato interesse le passate esperienze di autogestione”. Il manifesto, 28 dicembre 2008

La gestione dell'attuale fase di convulsione capitalistica offre una nuova importante occasione di saccheggio. La giornalista e studiosa Naomi Klein, in un recente editoriale, mostrava le impressionanti analogie fra la campagna di Iraq e il bailout di banche e big corporations. Mutatis mutandis, si tratta di due disastri costruiti ad arte (invenzione delle armi di distruzione di massa in un caso; illusionismo finanziario nell'altro) e della «naturale» assegnazione della loro soluzione a quegli stessi soggetti che li hanno determinati. L'essenza del disaster capitalism. Cambiano i perdenti e il valore assoluto delle perdite umane dirette, ma l'ordine di grandezza del disastro trasformato in bottino è simile e si calcola nell'ordine delle migliaia di miliardi di dollari.

Il 28 ottobre, con una lettera aperta al Segretario al Tesoro Paulson, anch'essa assai poco diffusa dai media ufficiali, Leo W. Gerard, presidente di United Steelworkers (sindacato metalmeccanico), dimostrava come i primi 125 miliardi del bailout fossero stati spesi in modo tale da regalarne metà al management delle imprese beneficiarie del salvataggio. Nel caso di Goldman Sacks, precedente datore di lavoro dello stesso Paulson, le proporzioni del saccheggio sono state clamorose. Pochi giorni prima Warren Buffet aveva investito cinque miliardi in azioni privilegiate della stessa banca, ricevendone in cambio almeno sette volte di più di quante Paulson ne abbia acquistate con la medesima somma in denaro pubblico.

La legge del saccheggio

Evitare che il saccheggio venga gestito dai saccheggiatori è una questione strutturale, che richiede, anche dal punto di vista giuridico, un ripensamento profondo dell'idea «americanizzata» di corporate governance che domina il dibattito giuridico-economico sulle istituzioni del capitalismo globale. Questa nozione, mal traducibile con «governo dell'impresa», pone al centro della scena la massimizzazione del shareholder value, vale a dire il valore delle azioni in borsa. Si tratta di un modello di impresa «leggero», contrattuale nella forma (l'impresa è vista come un semplice nesso di contratti), che concepisce l'efficienza come mera massimizzazione del valore delle azioni. La sua strutturale irresponsabilità sociale (il management è legato contrattualmente ai soli azionisti) spiega molto della logica di breve periodo che caratterizza il comportamento manageriale. I managers sono «vincenti» se massimizzano il valore delle azioni (cui sono legati i lauti bonuses e le options). Il lavoro è un mero input del processo di massimizzazione. L'impresa è efficiente se minimizza i costi (scaricandoli il più possibile sulla collettività) e massimizza il rendimento del capitale sotto forma appunto del valore delle azioni. Questa logica spiega la chiusura spietata di imprese sane, cosa fatta in Europa di recente da Electrolux, Motorola e molte altre, in virtù del fatto che il capitale poteva remunerare meglio gli azionisti se investito altrove, cioè nei paesi «poveri» dove è più facile scaricare i costi sociali sulla collettività. È questo modello diffusosi a macchia d'olio nel capitalismo globale alle radici della crisi che ormai si protrae da un anno e mezzo.

Il coro del realismo politico

Come in tutte le crisi, le prime reazioni sono le meno costose: taglio dei tassi di interesse, caute manovre sui deficit statali, classe politica che dichiara di ripensare certi eccessi, e perfino l'emergere di qualche nuovo politico «più credibile» nel risolvere il problema. Normalmente, ciò si accompagna ad un coro di intellettuali organici che ricordano a tutti la saggezza di John M. Keynes e le follie dell'ortodossia neoclassica. Questo spettacolo patetico presenta tratti comici quando offerto da quegli stessi che poco prima erano liberisti fanatici. Quando le prime soluzioni non funzionano, si diffondono misure più drastiche e costose: grandi bailouts per salvare chi è sufficientemente forte da aver accesso alle leve dello Stato, maggiore disponibilità all'utilizzo del deficit e della politica fiscale, riduzione del «rigore», perfino qualche nazionalizzazione di corporations particolarmente compromesse. È a questo punto che si accende il coro politico-accademico-mediatico del «troppo grande ed importante per fallire», del salvataggio come «rischio necessario» per riportare l'economia sul giusto binario. Questa fase può comprendere qualche estensione degli ammortizzatori sociali. Quando poi si rivelerà insufficiente, si procede verso un terzo livello che può comprendere (indipendentemente dal «colore» politico dei governi) assunzioni dirette da parte dello Stato, piani sostenuti di opera pubbliche, più significative nazionalizzazioni.

Certamente esponenti politici ed intellettuali di «sinistra», con accesso ai media dominanti, cercheranno di presentare questi interventi come conquiste radicali o perfino socialiste, cosa che ha come unico vero scopo quello di marginalizzare coloro che cercano una vera alternativa strutturale. Quest'ultima non può che passare da un ripensamento del corporate governance.

Il credito al consumo

L'attuale crisi, prodotto dell'insostenibilità sociale dell'impresa, è infatti dovuta ad un fenomeno molto semplice che tuttavia non viene mai utilizzato nello spiegarla. A livello globale, dagli anni Settanta ad oggi, il cosiddetto surplus cooperativo, ossia il valore aggiunto dei processi produttivi, anziché essere equamente diviso fra remunerazione del capitale e del lavoro è stato interamente assorbito dal primo. Né è conseguita una stagnazione dei salari, perché il corporate governance ha esasperato la riduzione dei lavoratori a «merce». Essi sono stati ridotti anche lessicalmente a stake holders, cioè uomini e donne che hanno un interesse (stake) all'andamento dell'impresa in cui la soggettività (anche politica) è riconosciuta ai soli imprenditori. Con la stagnazione salariale che ne è derivata, negli Stati Uniti è aumentato esponenzialmente il ricorso all'indebitamento personale per far fronte a bisogni (reali o indotti) di prima necessità. Se la «bolla casa» è già esplosa, quella delle carte di credito esploderà ben presto e potrebbe essere il colpo del ko.

Pensiamo a come le cose sarebbero andate diversamente se i consigli di amministrazione delle imprese al posto di essere costituiti da rappresentanti degli azionisti, avessero visto rappresentate, con autentico potere, le collettività coinvolte ed i lavoratori. Certamente si sarebbe verificata una progressive crescita dei salari piuttosto che la brutale crescita dei bonuses dei managers. Non ci sarebbe dunque stata la corsa all'indebitamento subprime che è andata di pari passo con l'impoverimento della classe media e con la crescita del divario sociale.

Naturalmente, una tale trasformazione strutturale del corporate governance, come ogni inversione di rotta autentica, non ha alcuna possibilità di verificarsi se non sostenuta da una forte «domanda politica». È soltanto nell'ambito di shock catastrofici che maturano le condizioni politiche per trasformazioni sistemiche profonde. Ne segue che il piano di restituire al lavoro e alle collettività la soggettività economica nell' impresa va posto in opera in modo tecnicamente provveduto e sofisticato fin da subito. In un certo senso, si tratta di riprendere il filo di un discorso interrotto, di quel «governo democratico dell'economia» di cui si parlò molto in Italia nel corso degli anni Settanta senza tempo tuttavia per trasformare l'elaborazione teorica in prassi o anche soltanto in tecnica applicativa.

Il passato che ritorna

Nei momenti di crisi, una classe dirigente degna di questo nome deve avere il coraggio di guardare con rinnovato rispetto ai modelli recessivi, imparando dalle ragioni della loro sconfitta ma anche sapendo immaginare una loro possibile posa in opera adeguata alle condizioni presenti. La soggettività del lavoro nell'impresa ha un pedigree storico e offre materiali di riflessione che non vanno dimenticati.

In Jugoslavia, una di queste esperienze recessive, due leggi, rispettivamente del 1950 e del 1976 (la «Legge sul lavoro associato»), si fecero carico di disciplinare la «socializzazione» dei mezzi di produzione e l'autogestione d'impresa. Idea fondante era quella di «democrazia nel proprio ambiente immediato», secondo la quale l'elezione delle alte cariche politiche costituisse una vuota forma se non accompagnata dal diretto potere decisionale sul posto di lavoro. Tale modello autogestito, ancorché complesso nel suo funzionamento, e quindi meno «efficiente» sul piano decisionale, fu accompagnato da qualche importante successo anche sul piano degli investimenti esteri, cosa completamente obliterata dalla successiva damnatio memoriae ma ben documentata nella letteratura giuridica anche internazionale. Purtroppo in Jugoslavia la questione dell'efficienza dell'autogestione non venne mai davvero affrontata a causa dell'eccessiva coltre ideologica che accompagnava il modello. Proprio la stessa ragione per cui oggi nessuno ripensa al corporate governance.

Siti Internet e libri
per aiutare la navigazione nell'attuale crisi

L'editoriale di Naomi Klein si può leggere nel sito Internet: http://www.redroom.com/blog/ugo-mattei/plunder-blog-naomi-klein-bailout). La lettera aperta a Paulson: http://www.redroom.com/blog/ugo-mattei/plunder-blog-mr-paulson-plunders-taxpayers-sake-his-own-firm). Per una discussione interessante sulla crisi subprime: « Plunder. Investigating our Economic Calamity and the Subprime Scandal» di Danny Sheckter. Sull' autogestione in Yugoslavia si veda: «La proprietà nell' impresa autogestita jugoslava» di Gianantonio Benacchio (Giuffrè); e per una discussione sul successo del modello misurato dal punto di vista dell' attrazione dell' investimentoi estero il saggio di Tibor Varadi in «Revue de droit des affaires internationals alias International Business Law Journal», No. 4/5 1990.