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quella del nucleare è una favola senza lieto fine



dal secoloxix del 19 gennaio 2009
 
Quella del nucleare è una favola. Senza lieto fine
GIANNIMATTIOLI
 
Mi pare che, con
grande superficialità
da parte di
alcuni, si stia arruolando
Genova
e il suo tradizionale
tessuto
produttivo
dell’elettromeccanica a una prospettiva illusoria,
con il rischio di perdere opportunità ben più
significative.Miriferiscoalrilanciodelnucleare,
che, in un articolointervista
sul Secolo XIX del
25 novembre, viene definito «strada irrinunciabile
».
Con altri colleghi universitari, più volte ho
chiesto al ministro dello Sviluppo economico
Claudio Scaiola la possibilità di un confronto su
dati,ma questo finora non è stato ritenuto utile
da parte del ministro. Spero che l’ospitalità del
Secolo XIX permetta almeno un confronto a distanza
e si possa comprendere su quali dati
Scajola, e prima di lui il presidente delConsiglio
Silvio Berlusconi, procedano su questa strada.
Sono passati almeno 30 anni da quando nel
Paese culladiquesta tecnologia, gliStatiUniti, si
è preso atto del fatto che era necessario un vero
salto qualitativo, di ricerca, per rispondere alla
disaffezione nei confronti del nucleare da parte
delle imprese elettriche.Èdal 1978, infatti che si
blocca qualsiasi ordinativo per il costo troppo
elevatodegliinvestimentinecessariperlarealizzazione
di questi impianti. Nasce così la ricerca
per un tipo di reattore che possa semplificare le
procedure dei controlli di sicurezza e di impatto
sanitario, che permetta un maggiore rendimento
dell’uranio utilizzato e che renda difficile
la distorsione ausomilitare del ciclo del combustibile
impiegato.
Come è noto, questa prospettiva apre problemidifficilidavaripuntidivistaebenprestoci
si rese conto che avrebbepotuto approdare a soluzioni
efficaci solo a prezzo di un notevole
sforzo di ricerca. Così si pervenne, nel 1999, al
varo del Consorzio di ricerca chiamato GenerationIV–
alqualepartecipanoormaidiversiPaesi,
tra cui anche l’Italia – e che ormai vede slittare il
tempo di una realizzazione industriale al 20302040.
E intanto?Da alcuni anni è invalso l’uso di
dare il nome di “III generazione” a reattori che
abbiano introiettato i cosiddetti “insegnamenti
diHarrisbourg”, scaturiti cioèdall’esperienzadel
1979conl’incidentediThreeMiles Island.Nonsi
tratta beninteso di reattori di nuova concezione,
o di reattori “a sicurezza intrinseca”, come qualcuno
erroneamente dice, ma della rivisitazione
dei reattori del tipo di quelli che si realizzavano
prima diChernobyl.
In tutti questi anni, che cosa hanno fatto le
grandi elettromeccaniche americane, francesi o
tedescheogiapponesi?Si sonoconteseilmercato
di quei Paesi che potevano permettersi di chiudere
qualche occhio dal punto di vista delle pretese
di “controllo della sicurezza”,ma in casa, di
nucleare, oltre alla componentistica di sostituzione,
non hanno piantato nemmeno uno spillo.
Ci si riprova ora con il reattore finlandese, i cui
tempi di realizzazione si allungano insieme agli
esborsi finanziari,eamericaniefrancesipuntano
alla sostituzione, in casa propria, di quegli impianti
che, giunti afinecorsa,nonsipossonorimpiazzare
con centrali a combustibili fossili, salvo
sballare gli scenari di Kyoto, sia che si abbia approvato
omeno quel protocollo.
Arevainiziacosì,aFlamanville,uncantieregià
interrottodall’entedi controllodellasicurezza: ci
si èdisabituati al fattoche i controlli inmadrepatriasianopiùrigorosidiquelliinIndiaoinCina.
E
George W. Bush vara nel 2005 la legge che prevede
forti incentivi per la realizzazione dei reattori:
senza quegli incentivi, dice la Exelon – una
delle principali elettriche Usa – nessuno si sarebbemosso
e forse, ora, si vedrà un paio di reattori
nei prossimi dieci anni.
Questoèilquadro,alqualesipuòaggiungerela
singolare vicenda di Enel in Slovacchia o in Russia:
ma non fu detto che erano i reattori dell’Est
quelli in cui possono capitare leChernobyl?
In questo quadro si arruola Ansaldo. Per fare
che cosa? Per quale mercato? Areva o WestinghouseoToshiba
cederannoquotedellostriminzito
mercato della terza generazione? O il mercatoèquelloitaliano:
conchefacciasiandràadire
a qualche regione che per ora la quarta generazione
non è pronta e si devono accontentare dei
vecchireattori?CiproviBerlusconiconilsuosorriso
più accattivante. E per tutti questi reattori –
che funzionano a Uranio 235, non al più abbondante
Uranio 238 – dove si troverà quelmercato
abbondante, tale da farci uscire dalle strettezze
del petrolio e del gas?
Un’ultima cosa, piccola, piccola: per carità,
non sull’irrisolto problema delle scorie, ma sul
danno sanitario legato al funzionamento di routinedegli
impianti.SuggeriscoalministroScajola
la lettura della pubblicazione 103 (2007) della
Commissione internazionale di protezione dalle
radiazioni ionizzanti (Icrp): vadapoi a spiegare ai
lavoratori delle centrali quale è il numero di tumori
attesi, come effetto della dose limite.
Ora all’Ansaldo, alla città di Genova, si possono
raccontare tante favole e ritrovarci così tra
qualche anno in una situazione ancora peggiore
di quelladi oggi.Perché è vero che oggi ilmercato
degli aerogeneratori o del fotovoltaico è dominato
da spagnoli, danesi, tedeschi, ecc...,ma la situazione
è ancora recuperabile e inoltre per un
paio di decenni le turbine a gas staranno ancora
sulmercato,mentre si spalancano le diverse prospettive
dell’uso dell’idrogeno o delle tecnologie
dell’uso efficiente dell’energia.
Èla realtà alla quale ci chiama il 202020Europeo,
un’opportunità straordinaria che in Germaniavagiàversoi300milapostidi
lavoro.Masi
trattaper lenostre impresediunaprospettiva alternativa
alle superficiali e inconsistenti proclamazioni
nucleari. Possibile che non se ne possa
discutere?

GIANNIMATTIOLI è docente di fisica all’Università “La Sapienza”
diRoma.