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acqua: la valtellina si ribella ai padroni di milano



da repubblica.it
11 maggio 2009

La guerra dell' acqua ora la Valtellina si ribella ai padroni di Milano

Repubblica — 08 maggio 2009   pagina 23   sezione: CRONACA

PIATEDA (SONDRIO) IN VALTELLINA non succede niente, ti dicono a Milano. Che vuoi che accada in un budello a fondo cieco popolato di lombardi duri, schiacciato fra la Svizzera degli orologi a cucù e le Alpi bergamasche dove è nata la Lega. Terra di "gonzi" e sgobboni, aggrappati alle loro vigne e ai loro campanili schierati da quattro secoli sulla linea del fronte con la riforma protestante. Chiese enormi, sproporzionate, che lanciano ogni ora segnali di bronzo ai montanari dei Grigioni verso i ghiacciai del Bernina, picchiano col battaglio come per marcare il territorio di valle in valle. Un mondo a parte, dai giorni tutti eguali. E invece in Valtellina succede qualcosa. Succede che i "gonzi" si sono stancati dei "sciùri" di Milano e, dopo un secolo di sfruttamento, la regina delle acque lombarde, valle più piovosa delle Alpi di mezzo, è scesa in guerra con il settore dell' energia per dire basta a nuove derivazioni idroelettriche. La situazione è al limite. Nelle valli lateralii fiumi sono quasi tutti intubati, l' Adda si è ridotto a uno scolo governato dalle saracinesche delle centrali. «È quanto basta per dire basta», dice la gente di qui.E invece non basta ancora, perché le aziende hanno ricominciato a premere sui comuni con progetti di sfruttamento delle ultime oasi. Val di Mello, Val Grosina, Val Fontana. Paradisi con corsi d' acqua dai nomi millenari: Vedello, Caronno, Ambria, Venina. La guerra dura da tre anni e i valtellinesi hanno già vinto alcune battaglie. Nel 2006 hanno raccolto quarantacinquemila firme - un abitante su cinque! - per fermare la rapina, strappando al governo una moratoria biennale sull' idroelettrico. Ma appena il blocco alle nuove centrali è scaduto il 31 dicembre del 2008, s' è aperto lo spazio per nuove concessioni e ora si va a un nuovo scontro. La situazione è delicata. La Provincia, governata dalla Lega, ha adottato un bilancio idrico che sancisce l' atteso "stop", ma l' approvazione non si sa perché tarda ad arrivare, l' autorità di bacino nicchia, il governo fa il pesce in barile, e così gli industriali hanno avuto il tempo di premere politicamente e ora tentano l' ultimo arrembaggio, spiegando che i fiumi non sono poi così vuoti come si dice. Per capire la posta in gioco bisogna andare a monte di Sondrio, in un paese di duemila anime dai lucenti tetti in pietra. Piateda, 90 per cento dei torrenti intubati, capitale alpina dello sfruttamento idroelettrico e cuore della rivolta valtellinese. Qui l' acqua tuona ovunque, tranne dove dovrebbe. La senti precipitare nella centrale di Boffetto dopo una corsa rettilinea di mille metri dalle Orobiche, ribollire nelle turbine delle ex Acciaierie lombarde di Venina, scrosciare dalla presa di Baghetto, e poi rientrare nell' Adda, nell' ansa che taglia il paese sotto il campanile, con una forza tale che ne hanno fatto un percorso olimpionico per canoa. È qui che novant' anni fa il capitano d' industria (e senatore del Regno) Giorgio Enrico Falck iniziò la colonizzazione idrica della valle per i suoi stabilimenti di Sesto San Giovanni. Opere ciclopiche, di austera bellezza, che però hanno messo una valle intera "sotto sequestro". «La Lega avrà Pontida ma noi abbiamo Piateda» dicono con orgoglio i valtellinesi,e ti spiegano che in questo luogo-simbolo hanno tenuto le prime assemblee, preso coscienza del problema e rafforzato l' alleanza tra comuni rivieraschi. Certo, la Lega avrà le ronde anti-immigrati, ma Piateda e la Valtellina fanno di meglio, hanno le pattuglie che controllano le acquee avvertono a ogni segnale di invasione di campo. E poi Piateda ha per sindaco Martina Simonini, pd, una che non molla mai, una che s' è arrampicata nelle frazioni più isolate per smuovere gli abitanti dal fatalismo e chiamarli alla mobilitazione in nome dei diritti. Quelli dell' Edison a Milano la conoscono anche troppo bene la "pasionaria" dell' Adda. Quando ha scoperto che da anni l' azienda non pagava il dovuto per lo sfruttamento doppio dell' acqua (che nottetempo veniva rilanciata in quota), ha piantato una grana, allertato la Provincia che nulla sapeva, e costretto i milanesi a metter mano al portafoglio con tutti gli arretrati. Ma la diga del silenzio obbediente verso l' industria dell' energia s' era già rotta da qualche tempo con una storia di resistenza civile cresciuta lontano dalle stanze dei bottoni della regione Lombardia. Comincia tre anni fa, quando un ex "idroelettrico" di nome Giuseppe Songini pubblica un libro-inchiesta dal titolo "Acque misteriose", che inchioda i suoi ex datori di lavoro di fronte all' evidenza di un furto colossale. Dati alla mano, Songini dimostra che l' acqua deviata è molto superiore a quella dichiarata nelle concessioni e quindi i Comuni sono stati truffati. La reazione delle aziende è durissima, l' autore denunciato, isolatoe preso per pazzo, il libro ritirato dalla circolazione per essere buttato al macero. Ma Songini resiste, va a processo e nel luglio del 2008 viene assolto con formula piena. «A quel punto si scatena un "outing" sconvolgente» racconta la Simonini. Da tutte le valli arrivano segnalazioni di torrenti in pericolo, di acque "vampirizzate" oltre il dovuto. Nasce l' associazione "H2Orobie" e ulteriori indagini confermano l' allarme di Songini; la questione approda in Parlamento, il governo fa un' indagine e impone una moratoria di due anni allo sfruttamento idroelettrico valtellinese. Qualcuno grida "vittoria", ma i trionfalismi sono fuori luogo, perché la partita è ancora aperta. «Ci sono imprenditori scaltri e speculatori che vogliono accaparrarsi il poco rimasto» spiega Sandro Sozzani, leader barbuto della mobilitazione. «Serve un risultato definitivo, altrimenti la guerra dell' acqua è perduta in partenza». Ma intanto, che rivoluzione culturale! «Fino a ieri qui l' acqua era vista solo come un rischio-alluvione. Oggi trovi le donne in costume tradizionale che raccolgono firme a difesa di questo o quel torrente» dice Giovanni Curti, che qui conosce ogni montagna. L' acqua è diventata risorsa, e come per il Piave - fiume più intubato d' Europa - la protesta economica e quella ecologica coincidono al punto che nella difesa dell' Adda vedi schierati tutti i partiti, in una mobilitazione trasversale che parte dal basso. Si schiera anche il Club Alpino, solitamente prudente sul tema. «Guai se per pensare alle cime dimenticassimo le valli; le acque sono il cuore dell' identità montanara» scandisce Annibale Salsa, presidente generale del Cai. «Ci hanno già fregati abbastanza» tuona Walter Bonatti, il più grande alpinista italiano, dal suo splendido isolamento di Dubino, all' inizio della valle. Saliamo per la Val Venina, sul lato orobico, per luoghi di una bellezza pazzesca, da hobbit. Scudi di roccia smerigliata, canali da vertigine, stalattiti di ghiaccio, imbuti, strapiombi, camminamenti tibetani, porte d' ispezione che si aprono a sorpresa in condotte forzate. Montagne arcigne, cariche di ferro e uranio. È in posti così che si combatte l' ultima guerra dell' acqua, in spazi vergini dove ogni metro cubo d' acqua è stato sfruttato a scopi industriali. Da quasi un secolo è così, solo che tutto è cambiato in peggio. Ieri la Falck, prima destinataria dell' energia, dava migliaia di posti di lavoro alla valle. Oggi l' acqua dà in cambio poco o niente. Perfino il fascismo era meglio, almeno allora si lavorava alla manutenzione degli impianti. «Il cemento di allora sembra più nuovo di quello di oggi» brontola Giovanni Curti arrampicandosi per un canalone. Intorno a noi nella pioggia, impianti vecchi e già ammortizzati, lasciati all' insulto del tempo, che consentono alle aziende idroelettriche di incassare al netto con investimento zero. Ma questi guadagni favolosi, impensabili nel passato, non bastano ancora, e si pensa a nuove captazioni acrobatiche, ovviamente con soldi pubblici, come la condotta trasversale che proprio qui in Val Venina, dovrebbe bucare due montagne per catturare il torrente Livrio, il Cervio e il Madrasco, con effetti incalcolabili per l' ambiante già provato dalle desertificazione dei greti di fondovalle. «Il pericolo è che si spenga l' ultima voce dei luoghi» sorride amaro il novantunenne don Camillo Piaz di Tirano, che le lavandaie al fiume le ricorda ancora. - DAL NOSTRO INVIATO PAOLO RUMIZ