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lo stato del bene comune dopo la bancarotta del turbo capitalismo



dal manifesto.it
mercoledì 01 luglio 2009
 
 di Ugo Mattei
Lo stato DEL BENE COMUNE

A venti anni dal crollo del modello economico sovietico il pianeta è scosso dalla crisi del neoliberismo. Due fallimenti che impongono l'urgenza di un riqualificato intervento pubblico per favorire il miglioramento della qualità della vita nel presente, senza attendere messianicamente il «sole dell'avvenire»
Da diversi mesi ormai siamo ufficialmente nel mezzo della «crisi». Tali e tanti sono stati i dibattiti, gli articoli ed i libri ad essa dedicati in tutto il mondo, ciascuno contenente diverse diagnosi e prognosi, che il senso di saturazione e di inutile si impadronisce di noi. È nata un'«industria culturale» della crisi, un vero «spettacolo» al quale è ormai volgare qualsiasi tipo di partecipazione.
Vanno comunque riconosciuti alcuni risultati positivi quantomeno culturali di ciò che va succedendo. Dopo 15 anni di travolgente mainstream intellettuale in cui era impossibile avanzare qualunque dissenso alla retorica della «fine della storia», finalmente si possono mettere sul tavolo e discutere con il rispetto dovuto ipotesi alternative, solidaristiche, alter-mondialiste, o semplicemente di ri-pubblicizzazione dell' economia. L'ideologia che aveva sostenuto il «turbo-capitalismo» ha dovuto dichiarare apertamente bancarotta, anche se taluni degli economisti che scrivono sui nostri principali giornali sembrano non essersene accorti. Sempre più diffusa è la percezione che il 2009 sia per l'impero americano l'equivalente del 1989 per quello sovietico. Chi è ottimista può ritenere che dalla sintesi di questi due grandi fallimenti storici si possa finalmente cercare una via cosmopolita ed inclusiva capace di garantire un futuro a questo nostro pianeta. Chi non lo è osserva con sgomento l'attuale struttura istituzionale globale che blinda il dominio degli Stati Uniti attraverso due fattori principali: sovranità monetaria imperiale (non solo il dollaro è valuta di riferimento ma è scollegato da qualsiasi parametro esterno) e supremazia militare (l'esercito statunitense ha una potenza di gran lunga superiore a quella degli altri top ten messi insieme).

Insuccessi paralleli
In queste condizioni è difficile immaginare che gli Stati Uniti perdano in modo soft la loro egemonia planetaria, ed i rischi di conflitto sono notevolissimi. La visione pessimistica informata com'è di «realismo» richiede un'analisi delle condizioni geopolitiche globali e soprattutto una maggiore consapevolezza dei rapporti fra Cina e Stati Uniti. Quella ottimistica che cerca la sintesi virtuosa che potrebbe fuoriuscire dai due crolli (dell'89 e del 2009) richiede invece una riflessione consapevole su alcune priorità istituzionali ed è più adatta alla speculazione teorica.

Questi alcuni dei punti evidenziati dalla crisi: in società complesse tutti i sistemi politico-sociali sono necessariamente misti presentando tratti di pubblico e di privato. La fede nella primazia del settore pubblico ha comportato il crollo del sistema sovietico. Quella nel settore privato (deregolamentazione, privatizzazione, finanziarizzazione, mercatismo) ha travolto il modello neo-liberista. La lezione che se ne può trarre nell'elaborazione di un «buon sistema» è che il rapporto fra pubblico e privato deve essere ben temperato ed equilibrato.
Una seconda contrapposizione radicale fra modello sovietico e modello neo-liberista sta nella dimensione del tempo. Il primo modello puntava al «sol dell'avvenire», rinviando sine die la realizzazione del comunismo e la conseguente sparizione dello Stato e del diritto. L'«economia socialista» trascurava quindi il presente operando una pianificazione del tutto astratta del futuro. Per contro, il capitalismo globalizzato è gravemente ammalato di quello che con orribile neologismo viene denominato «shortermismo». I cicli politici sono determinati da continui sondaggi e prove di gradimento e la corporation ragiona con le sue scadenze trimestrali. La trionfante logica del qui e adesso, oltre a delegittimare qualsiasi pianificazione provoca un evidente fenomeno di miopia.
Il pubblico dominio
Poderosamente sostenuti sul piano ideologico, questi estremi si sono moltiplicati come cellule cancerogene portando al collasso le rispettive economie. Il settore privato e le legittime preoccupazioni per il benessere sociale immediato, sono stati travolti nel sistema sovietico. Nel turbo-capitalismo il settore pubblico e qualunque preoccupazione di medio lungo-periodo hanno ceduto all'invasività del privato e alla logica del profitto e dello scambo di mercato immediato.
Se questa semplificazione è almeno in parte corretta, riceviamo una prima indicazione sulle priorità istituzionali intorno alle quali bisognerebbe lavorare per elaborare un modello istituzionale alternativo ai due fallimenti. Naturalmente, la sua «posa in opera» dipende in larga parte da condizioni politiche ed istituzionali «al contorno» che sono molto variabili da sistema a sistema. È comunque essenziale rifondare oggi, ovunque possibile, un settore pubblico autorevole in cui prevalga la logica del pubblico interesse e del pubblico servizio. Un settore pubblico attivo e diretto nella sua azione. In secondo luogo è essenziale recuperare una prospettiva istituzionale di medio-lungo periodo che tuttavia sia valutata anche sulla base della sua capacità di migliorare la qualità della vita «qui e adesso». Queste due indicazioni vanno declinate insieme.

Un problema di proprietà
Siamo soliti descrivere le economie più avanzate come economie dei servizi. I servizi sono attività organizzate che producono valore aggiunto. In un'economia dei servizi essi valgono più dei «beni» intesi come meri oggetti fisici capaci di soddisfare bisogni e desideri. Per esemplificare, servizi sono «i trasporti», ossia un organizzazione più o meno complessa capace di spostare i singoli da un luogo ad un altro; beni sono gli autobus, gli aeroplani ecc. Beni e servizi sono collegati fra loro in modo strutturale. Gli uni evidenziano gli aspetti statici gli altri quelli dinamici della proprietà di chi li controlla.
Beni e servizi possono essere in proprietà tanto pubblica quanto privata. Non esiste alcuna ragione di principio per cui il settore privato sia un miglior produttore di servizi rispetto a quello pubblico. Negli anni della fine della storia (1990-2008) una potente retorica ha scaricato sul solo settore pubblico il costo del malcontento generalizzato derivante dal declino della qualità della vita prodotto dalla mercificazione di massa. Una operazione ideologica vincente ma costosissima sul piano culturale. Quasi ovunque la figura dell'operatore pubblico, l'anglosassone civil servant, è stata delegittimata e ridicolizzata. Nei paesi meno ricchi gli stipendi molto bassi e la men che ideale preparazione del personale delle amministrazioni hanno facilitato fenomeni diffusi di corruzione. La risposta imposta da Banca Mondiale e Fondo Monetario, lungi dal rafforzare il settore pubblico restituendogli prestigio e capacità operativa ed indipendenza, è stata di segno opposto: l'«aggiustamento strutturale» ha infatti imposto smantellamento, tagli, ulteriori riduzione di personale del settore pubblico.
Questo modello, tipico delle «riforme a costo 0», ha caratterizzato anche paesi semiperiferici tipo l'Italia e perfino la Gran Bretagna, patria del civil service. L'eredità degli «aggiustamenti strutturali vede un settore pubblico incapace di «fare»: tutt'al più detta «regole» perchè il settore privato faccia. Così mentre un tempo l'Anas impiegava direttamente gli «stradini» che riparavano i buchi sulle strade, oggi è una società per azioni che gestisce appalti volti a far si che imprese private riparino i buchi. Ma al di la dell'efficienza comparata del risultato - i tempi delle riparazioni sono sempre eterni - ci sono altre ragioni per cui questo modello di amministrazione che regolamenta invece di fare è ben poco desiderabile. Innanzitutto gli «stradini» erano pubblici dipendenti in grado pur con sacrifici di garantire a se stessi e alla propria famiglia un'«esistenza libera e dignitosa». Ciò era, dal punto di vista delo Stato, un investimento di medio periodo sul capitale sociale, perché alcuni figli di «stradini» avrebbero potuto studiare.

La società ai minimi termini
Oggi gli «stradini» sono in maggioranza lavoratori migranti sfruttati, privi di garanzie e di stabilità. Essi rendono molto al settore privato che li impegna, ma non contribuiscono all'accumulo di capitale sociale così importante nella società dei servizi e della conoscenza. In secondo luogo, la Pubblica amministrazione a forza di «regolamentare» e «far fare» ha completamente disimparato a «fare». Ne segue che il modello di diritto amministrativo fondato sul mito dello stato regolatore in realtà rende il settore pubblico completamente dipendente da quello privato ed incapace di sovvertirne le logiche distributive che favoriscono il più forte. Quando l'amministrazione statunitense stanzia centinaia di miliardi di dollari pubblici per uscire dalla crisi, non solo deve necessariamente darli al settore privato (il solo che resta) ma per farlo utilizza quelle stesse banche d'affari e quegli stessi studi legali che sono stati in gran parte corresponsabili della crisi. Non esiste più alcuna struttura federale in grado di operare direttamente, perchè tali strutture sono state per oltre vent'anni smantellate o sottofinanziate (due esempi: Epa, l' agenzia per l'ambiente, e la Sec, l'equivalente americana della Consob).
Senza una vera rifondazione anche culturale del settore pubblico, visto come un bene di tutti in cui torni a prevalere la logica del servizio, dell' indipendenza e della pianificazione, sarà impossible limitare l'invasività del vero cancro che divora il settore privato: il conflitto di interessi.