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PIL pubblico & PIL privato






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  PIL pubblico & PIL privato
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L'estrema voracità dei presidi industriali e finanziari, che hanno divorato non solo gran 
quantità delle ricchezze esistenti ma perfino altre ancora da realizzare. Un naturale 
limite di disponibilità delle risorse globali, che con l'aumento dei prezzi ributta giù 
la crescita economica ogni volta che prova a rialzar la testa. Tutto questo insieme di 
cose ha causato una forte crisi economica che ancora si prolunga, costringendoci a 
rivedere tutte le nostre convinzioni in materia. Mentre sempre più forte si leva l'urlo 
dei lavoratori, i quali giustissimamente reclamano ciò che in una società, che si 
pretende sia evoluta, non dovrebbe essere nemmeno in forse: piena garanzia di un lavoro e 
di un reddito.

Ma è a questo punto che, osservando privi di preconcetti quanto accade, si scopre 
qualcosa che non quadra. I lavoratori infatti insorgono contro imprese private 
pretendendo da esse la suddetta garanzia. Ricalcando pari pari un approccio ormai 
tradizionale, risalente al secolo scorso, si pretende che le imprese private non 
licenzino bensì continuino a fornire la stessa quantità occupazionale di sempre. 
Nonostante che nel frattempo le varie situazioni siano drasticamente mutate. Il colpevole 
di sempre, contro cui si scagliano concordi i lavoratori, è un sempre rimasto controverso 
capitalismo: ché da una parte lo si aborrisce, ma guai se si permette di provare a 
decrescere!

In effetti, un gran numero di imprese private hanno, a più riprese, fatto ricorso ad 
abbondanti quantità di denaro pubblico, sarebbe a dire della collettività. Per la qual 
cosa, da un certo punto di vista, potrebbe apparire giusto che i lavoratori pretendano da 
esse le necessarie garanzie occupazionali. Tuttavia, praticando sempre l'obiettività, si 
percepisce pure che in effetti vi è una forte componente di irrazionalità nel pretendere 
dai privati quanto solo la collettività potrebbe, e dovrebbe, elargire per sua stessa 
natura e scopo. Davanti ai nostri occhi rimane un grosso vuoto che, ad un certo punto, 
non può non esplodere nella domanda: ma che fine hanno fatto le imprese pubbliche?


E di converso: per quale irragionevole ragione i cittadini si trovano a chiedere garanzie 
di reddito alle imprese private, pure a discapito dei loro prodotti (l'immobilismo del 
personale non può non immobilizzare anche il prodotto, facendolo rimanere indietro 
rispetto alle esigenze del tempo) e non invece alle imprese pubbliche? Non dovrebbero 
essere proprio queste ultime a praticare una economia ben più volta verso la SOLIDARIETA' 
di quanto possano e riescano a fare le imprese private? Non dovrebbero, proprio le 
imprese pubbliche, essere basate, anzi, su regole che permettano di dividere 
fraternamente il lavoro fra tutti coloro che volessero e fossero in grado di svolgerlo?


A vostro stesso avviso, quale delle due economie, quella privata o quella pubblica, 
dovrebbe maggiormente rispondere alle due esigenze primarie:

1) Quello che c'è si divide.
2) Quello che c'è da fare si fa.

di una famiglia quanto di una comunità?


Ed è a questo punto che tutto inizia a chiarirsi. La mente s'illumina, anche se il cuore 
si rannuvola. Per la miseria umana che subito si delinea sullo sfondo. La domanda che 
infatti ci poniamo ora è: la collettività a chi aveva dato incarico di far evolvere la 
sua organizzazione sociale? Ai politici? No! Un momento, non facciamo questo banalissimo 
errore. I riflettori dei media li illuminano in continuazione ed essi sembrano 
responsabili di tutto. Ma così non è! Chiediamoci ancora: a chi la collettività ha 
concesso titoli, onori e redditi allo scopo di osservare, studiare, ragionare ed infine 
proporre soluzioni all'avanguardia? Gli stessi politici da chi e dove sono formati? Da 
chi e dove vanno ad acquisire quelle direttive teoriche che poi tentano di mettere in 
pratica in Parlamento?

Ebbene, cari Presenti, all'origine di tutto troviamo l'intera classe dottorale umanista, 
i docenti, i professori, i filosofi, i giuristi, i sociologi, nonché gli economisti. 
Tutti coloro che erano deputati a cercare sempre più giuste e raffinate impostazioni su 
cui basare la società, in modo davvero squallido hanno evitato di mettere in discussione 
se stessi. Precisamente hanno omesso di considerare l'indebito privilegio 
dell'organizzazione (statale: assunzione a vita) nella quale erano e sono ancora 
inseriti. Hanno così causato un prolungato ristagno di pensiero ed azione, lasciando che 
le acque si confondessero in un modo tale che è stato facile per numerose attività, 
d'importanza fondamentale per la collettività, fuggire dal settore pubblico verso quello 
privato. Con tutta una serie di fraintendimenti e tristi conseguenze.


Gli emeriti "baroni", così come giustamente vengono comunemente chiamati, non volendo 
affermare il CARATTERE SOLIDALE del lavoro pubblico, non volendo riconoscere la VALENZA 
COMUNITARIA del pubblico impiego, hanno fatto sì che gli sguardi e le aspettative della 
popolazione si dirigessero verso tutt'altre direzioni che quelle dovute. Costoro hanno 
omesso di affrontare e sviluppare (tra altre altrettanto importanti) una prioritaria 
QUESTIONE PUBBLICA che avrebbe dovuto chiarire i rapporti tra collettività e cittadini, 
persone, privati, causando danni enormi a tutti noi.

Cos'è una Res Publica? Cosa essa deve comprendere in sé? Deve limitarsi ad essere una 
mera forma di governo, come nell'antichità, quando non vi era alcuna sviluppata 
organizzazione pubblica? Oppure comprendere anche l'insieme dei ruoli della imponente 
Funzione Pubblica moderna? Tale Funzione Pubblica è giusto sia radicata nelle mani di una 
ristretta cerchia di persone che la possiede, nei fatti, per la loro intera vita 
lavorativa, oppure non è più giusto venga redistribuita regolarmente, così come si fa coi 
ruoli di Governo? Può un Presidente della Repubblica essere tenuto ad abbandonare la sua 
carica dopo un certo numero di anni, mentre milioni di importanti ruoli pubblici 
rimangono stabilmente, decennio dopo decennio, nelle mani delle sempre stesse persone?


Non ponendosi queste domande e non offrendo loro degne risposte, i baroni hanno causato 
l'instaurarsi di una confusione totale nella cultura e politica della nostra società. Ed 
è per questo che oggi noi pretendiamo dal settore privato quelle garanzie che possono 
essere concesse soltanto dal settore pubblico. E' per questo che oggi gridiamo ancora 
contro un fantomatico capitalismo che in realtà mai si sarebbe potuto affermare in modo 
così massiccio, arrogante e sovrastante gli interessi dei singoli e della collettività, 
senza il meschino apporto della baronale classe pubblica! Sono stati innanzitutto gli 
statali, con la fuga da primari loro doveri, a causare il predominio capitalista nel 
mondo. Sono stati innanzitutto gli statali, con il loro rintanarsi e fare quadrato nel 
caldo ventre pubblico, a permettere che i capitalisti divorassero il mondo!


Oggi, presa coscienza di tutto ciò, la Collettività deve al più presto riacquisire 
attività economiche pari, per PIL, per prodotto interno lordo, ad una metà dell'intero. 
Sarebbe a dire che la Collettività deve ricostituire un sufficiente serbatoio di imprese 
atto a pareggiare peso ed influenza del settore privato. In modo che nessuna delle due 
aree possa sovrastare l'altra, bensì ognuna possa arricchire e completare l'altra:


PUBBLICO IMPIEGO A ROTAZIONE
COMPRENDENTE ATTIVITÀ ECONOMICHE
PER UNA METÀ DELL'INTERO.


Tramite la rotazione, le idee non sarebbero più bloccate come in passato ma si 
rinnoverebbero e diffonderebbero ovunque rendendo estremamente fertile e moderna, 
potente, la società. I servizi e prodotti forniti dalla Funzione Pubblica sarebbero 
perfettamente soddisfacenti le esigenze degli stessi cittadini che ci lavorerebbero. 
Inoltre sempre la rotazione assicurerebbe un lavoro minimo a chiunque, venendo esso a sua 
volta assistito dal reddito da cittadinanza tra una assegnazione e l'altra. All'interno 
del contraltare privato, invece, i proprietari delle aziende, sul piano delle assunzioni, 
potrebbero fare tutto quel che volessero. Perché la garanzia del lavoro e del reddito NON 
è un loro problema. E' invece un preciso compito della Collettività. Mentre compito delle 
imprese private è quello di permettere quella libera creatività che sempre ha trainato in 
avanti la collettività.


PIL pubblico e PIL privato: queste sono le due grandezze che d'ora in poi dovremo 
costantemente monitorare e confrontare. Liberata l'economia pubblica dagli statali, a 
partire dal presuntuoso monopolio della, tanto dottorale quanto analfabeta in fatto di 
buon senso, classe baronale, essa potrà smettere d'essere una mera voce di spesa e 
divenire un sistema produttivo all'avanguardia, potenzialmente arricchito dal contributo 
di ogni cittadino della Repubblica. Con questo rinnovato sistema produttivo pubblico, 
reso finalmente collettivo, il settore privato dovrà costantemente confrontarsi, se vorrà 
sopravvivere.

Ed infatti è la Funzione Pubblica il perno attorno al quale gravita la società. Così come 
ieri la Funzione Pubblica, non venendo sviluppata adeguatamente, anzi lasciata proprio a 
marcire per decenni, ha permesso il proliferare di ogni genere di esasperata espressione 
privata e criminale, domani, anzi: non appena possibile! la rinnovata Funzione Pubblica 
basata sulla rotazione e riequilibrata rispetto al privato, potrà far da brillante, 
lucida, incorruttibile guida all'intera società.


PUBBLICO e PRIVATO: sono esattamente il Nord ed il Sud che governano i rapporti interni 
di una società. Se vogliamo un settore privato che persegua il bene collettivo, dobbiamo 
innanzitutto affermare un settore pubblico impostato secondo principi di reale 
partecipazione democratica e di affermazione delle migliori idee e persone. E' cosa del 
tutto irragionevole pretendere il contrario, pretendere che il settore privato sia 
illuminato faro mentre il settore pubblico è un baratro di melma!


Mai più, quindi, perdiamo tempo ad accusare un indefinito e vago "capitalismo"! Dirigiamo 
invece il nostro sguardo ben più costruttivamente verso la Funzione Pubblica e, 
pacificamente, legalmente, civilmente, rinnoviamola come occorre. E mai più perdiamo 
tempo ad accusare il mondo politico! Rinnovando nel giusto modo la Funzione Pubblica 
tanto l'intera economia privata quanto l'intero mondo politico non potranno non adeguarsi 
ai nuovi standard di democrazia e rettitudine.


http://EQUO-IMPIEGO-PUBBLICO-A-ROTAZIONE.hyperlinker.org


Per un mondo libero dagli statali!

Hip, hip, hurrà!

Hip, hip, hurrà!!

Hip, hip, hurrà!!!



Danilo D'Antonio
Laboratorio Eudemonia




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