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complici locali per la bolla del cemento



da eddyburg.it
 
La bolla di cemento. Complici locali
Data di pubblicazione: 28.08.2009

Autore: Salzano, Edoardo

L'articolo di apertura di un servizio dedicato all'iniziativa distruttiva, mascherata dall'alibi della casa e della crisi. Carta, 28 agosto 2009

Sembra che stia per concludersi, con la discussione di un disegno di legge dell’on. Pili, la vicenda legislativa che, intrecciando governo nazionale e regioni, si concluderà nel parlamento nazionale con l’approvazione di una legge sul patrimonio edilizio. Ma durerà anni e decenni la storia nefanda aperta da Berlusconi il 7 marzo scorso: durerà nel territorio, sempre più trasformato nella “repellente crosta di cemento e asfalto” denunciata da Antonio Cederna; nelle città sempre più brutte e invivibili; nella vita della società che abita l’uno e le altre, e soprattutto dei più deboli; nei paesaggi, sempre più lontani da quell’immagine del Bel paese che ha conquistato tanti stranieri.

É una storia della quale il principale responsabile è certamente Silvio Berlusconi, i suoi consiglieri palesi (il sardo Cappellacci e il veneto Galan) e quelli più defilati, capofila l’ineffabile avvocato Ghedini. Ma una storia della quale sono complici molti altri: a cominciare dalle regioni, d’ogni colore e sfumatura, che si sono in un modo o nell’altro accodate alle parole d’ordine lanciare dal Cavaliere; i partiti delle opposizioni parlamentari, che hanno contrastato la proposta con una debolezza tale da far credere che ne condividano l’ideologia; e quelli delle opposizioni punite dalla legge elettorale e dalle loro stesse divisioni, cui l’attenzione alle loro vicende interne ha annebbiato la capacità di comprendere che cosa stava accadendo. Hanno reagito invece tempestivamente e con costanza le associazioni impegnate nella tutela del paesaggio, del territorio e dell’ambiente: dalla decana Italia Nostra, al WWF, a Legambiente, al FAI. In un sia pure succinto panorama delle forze in campo non si può trascurar di citare né qualche generoso ma sporadico sforzo di gruppi di opposizione in qualche consiglio regionale, né il lavoro di numerosi comitati di cittadini, né, soprattutto, l’intervento di chiarimento e critica di qualche segmento dei mezzi di comunicazione di massa.

Nel commentare a caldo la proposta del “”piano casa”, sul manifesto del 7 marzo, osservavo che con quella proposta si scatenavano gli “spiriti animali” della speculazione edilizia più forsennata e rozza, e che con essa si cancellava vano alcuni secoli di tentativi di regolare un mercato (quello dell’utilizzazione del suolo a fini urbani) che, lasciato alla spontaneità, distruggeva le città e rendeva invivibili le condizioni per gli abitanti e le attività. In sostanza le componenti e conseguenze più perverse di quel “piano” erano tre: l’accreditamento della tesi, manifestamente falsa, che si sarebbe potuto alleviare il problema della casa consentendo ai proprietari di aumentare il volume del loro edificio; il rilancio del settore delle piccole imprese di costruzioni edilizie, palesemente pletorico rispetto alle reali necessità del paese, come “volano dello sviluppo”; la scelta di ottenere questi obiettivi, di per sé sbagliati, allentando il sistema delle regole di utilizzazione del territorio definite dalla disciplina urbanistica, edilizia, paesaggistica e ambientale.

Nel merito, la proposta di Berlusconi prevedeva di consentire ampliamenti dei volumi degli edifici esistenti (residenziali, industriali, commerciali) con percentuali variabili dal 20 al 35%, in deroga agli strumenti urbanistici; di sostituire il permesso di costruire con un’autodichiarazione dell’interessato; di modificare a piacimento le utilizzazioni degli edifici; di non rispettare i vincoli di tutela del paesaggio, dell’ambiente, dei beni culturali; di cancellare una serie di pareri e di controlli, stabiliti a garanzia dell’interesse pubblico, sull’attività dei costruttori.

L’emanazione di un decreto con quei contenuti sarebbe stata palesemente in contrasto con le leggi esistenti, a partire dalla Costituzione. Ebbero quindi buon gioco le regioni quando si opposero, rivendicando le loro competenze in materia di legislazione urbanistica. Protestarono, ottennero di discutere con il governo, e giunsero a un documento concordato: un documento di una debolezza estrema, che avrebbe consentito alle regioni virtuose di non applicare gli elementi più negativi della proposta, ma non obbligavano le altre a comportarsi correttamente.

All’ombra di quell’accordo, che non fu mai approvato dal governo, quasi tutte le regioni si affrettarono a legiferare, sospinte da un perverso intreccio di smemoratezza (che cosa era successo in Italia quando gli stessi animal spirits erano stati scatenati per la ricostruzione postbellica?), di disinteresse per le future condizioni di vita (lo sguardo non va al di là delle prossime elezioni), di ignoranza per le regole che governano la vita del territorio (la pianificazione urbanistica non esiste più nella cultura politica) . Tutte le regioni, nessuna esclusa, sono cadute nella trappola di Berlusconi e accettando la sua logica. Ma forse è più giusto dire che tutte le parti politiche condividono le convinzioni e le pratiche proprie della destra italiana: sviluppo significa crescita di qualunque attività capace di accrescere il reddito, non importa di chi e vantaggio di chi; l’attività edilizia e la speculazione immobiliare,anche se sganciata da qualunque bisogno sociale, vanno liberate da tutti i “lacci e lacciuoli”; guai a contrastare provvedimenti che sono “popolari”, nel senso che sembrano premiare fette consistenti dell’elettorato.

Le differenze tra destra e centrosinistra si distinguono a fatica. Se la legge indubbiamente migliore è la toscana (che non consente deroghe alla pianificazione urbanistica e alla tutela delle qualità del territorio), la peggiore è considerata da molti quella della Campania, prodotta anch’essa da una maggioranza di centrosinistra.

C’è insomma un vasto accordo bipartisan nell’incoraggiare il disordinato aumento dei volumi edificati, realizzabile in deroga ai piani urbanistici, sfuggendo al controllo pubblico, accrescendo l’appropriazione privata della rendita immobiliare. Ciò è stato giustamente denunciato da molti (in eddyburg.it c’è una vasta documentazione, nella cartella “la barbara edilizia di Berlusconi”). Ma pochi hanno osservato che tutti sono ugualmente d’accordo nel rinunciare a una delle più importanti conquiste degli anni 60 e 70: la disponibilità di aree da destinare alle attrezzature pubbliche in quantità adeguata. In effetti nessuno si oppone al fatto che l’intensificazione delle costruzioni esistenti, non si accompagni alla previsione di aree da destinare ad attrezzature pubbliche nelle quantità corrispondenti ai nuovi volumi (quindi ai nuovi abitanti insediabili). Non solo, ma gran parte delle leggi approvate o in corso di approvazione prevedono addirittura uno sconto sugli oneri urbanistici che chi realizza nuove cubature è obbligato per legge a pagare al comune. Questi oneri furono previsti per dare ai comuni le risorse per costruire asili, scuole, verde, impianti sportivi. Oggi, paradossalmente, sono considerati risorse che possono essere sacrificate proprio quando diventano più necessarie.