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auto: ecco come uscirà dal tunnel della crisi



da repubblica.it
mercoledì 16 settembre 2009
 
Ecco come uscirà dal tunnel della crisi 
  
Dopo la strigliata a Wall Street, ieri Obama è accorso al capezzale dell´industria automobilistica Ma a differenza dei mercati finanziari, per le quattro ruote di tutto il mondo la ripresa resta ancora un´incognita. Solo quando finirà l´onda lunga delle rottamazioni si capirà se aiuti pubblici, ristrutturazioni industriali e nuovi modelli avranno davvero segnato una svolta
A settembre negli Usa si prevede un calo delle immatricolazioni del 19%. E il Wsj lancia l´allarme sulla Chrysler 
 
di federico rampini

Perfino in Asia c´è inquietudine. Il mercato cinese "tira" più di ogni altro ma è affollato da troppi produttori, la selezione sarà inevitabile e feroce. E nessuno sembra avere una risposta all´interrogativo esistenziale: come sarà l´auto del futuro, e sarà in grado di garantire un sussulto di vitalità a questo settore?
«So quanto avete sofferto quest´anno, quando da tre turni di lavoro al giorno siete dovuti scendere a uno»: era mesto il tono di Obama ieri, mentre parlava agli operai della fabbrica General Motors nella città di Lordstown, Ohio. Ben diverso dalle parole sfoderate alla vigilia per sferzare i banchieri di Wall Street. Ironia della sorte, gli operai fanno parte della constituency del presidente democratico certo più dei banchieri. Il sindacato dei colletti blu, Afl-Cio, è uno dei "grandi elettori" di Obama. Ma la terapia usata dalla Casa Bianca per rianimare l´industria automobilistica ha effetti lenti e ancora aleatori. A differenza dell´anniversario del crac Lehman, ieri Obama non ha potuto presentarsi ai metalmeccanici con la certezza che il peggio sia passato. «La disoccupazione resta insopportabilmente alta», ha dovuto ammettere il presidente in una zona decimata dalla deindustrializzazione. «La vostra comunità è sull´orlo del baratro».
Eppure, come nel caso delle banche, l´Amministrazione Obama ce l´ha messa tutta. Ha nazionalizzato la Gm. Ha accompagnato con robusti interventi di Stato il passaggio di Chrysler sotto la guida della Fiat. Per la prima volta nella storia americana il governo ha fatto ricorso agli incentivi della rottamazione, e con una generosità sconosciuta perfino in Europa: 4.500 dollari di sussidio pubblico per ogni vecchio modello rottamato, in cambio di un´auto nuova e meno inquinante. Un successo, nel breve termine. In agosto le vendite di vetture sul mercato Usa sono balzate all´insù del 12%. Hanno trainato loro la ripresa dei consumi, interamente dovuta alla corsa verso i concessionari. Ma i fondi stanziati per la rottamazione si sono esauriti e non c´è l´intenzione di ricominciare, il deficit pubblico non consentirebbe altre elargizioni.
E così ora tutti si attendono l´effetto-boomerang. La rottamazione, com´è accaduto tante volte in Europa, può essere una droga. Risveglia il mercato, finché questo è sotto l´effetto dell´eccitante. Poi c´è la crisi d´astinenza. Gli incentivi speciali spingono i consumatori ad anticipare acquisti che altrimenti avrebbero spalmato su un periodo più lungo. Ora arriva la calma piatta, torna la bonaccia. E´ quello che ci si attende in America, dove a settembre nel primo mese post-rottamazione si prevede un calo del 19% delle vendite. Una ricaduta che coglie in condizioni particolarmente vulnerabili la Chrysler controllata dagli italiani. Il Wall Street Journal lancia l´allarme con un titolo su "L´autunno gelido della Chrysler". Il quotidiano economico avverte: «Dopo un anno difficile, altre cattive notizie sono in arrivo». La Chrysler sembra destinata a subire un tracollo di vendite più brutale rispetto alla media delle altre case: meno 30% secondo le previsioni dell´istituto Ihs Global Insight. «Per Marchionne - commenta il Wall Street Journal - il lavoro è più difficile di quanto si aspettava». Resuscitare la più piccola delle tre sorelle di Detroit si scontra con ostacoli oggettivi, eredità del passato: «La partenza in massa di tanti ingegneri negli ultimi anni (anche per effetto degli esodi incentivati) ha indebolito le capacità di sviluppo della Chrysler e rallenta i progressi nelle nuove linee di produzione».
Intanto le ricadute della crisi americana presentano i conti in Europa. Dopo il lungo tira-e-molla politico sulla vendita a Magna, la filiale europea della General Motors avrà finalmente un nuovo azionista di maggioranza. Al tempo stesso dovrà avviare i tagli all´occupazione preannunciati: 10.500 licenziamenti, su un totale di 50.000 dipendenti della Opel. Le pressioni dei politici tedeschi, in un periodo condizionato dalle prossime scadenze elettorali, hanno forse diluito e sicuramente rallentato questa emorragìa di posti di lavoro. Il colpo ci sarà lo stesso, sia pure a scoppio ritardato. Non basta il "modello sociale europeo" a impedire che arrivino al pettine i nodi di una dolorosa ristrutturazione. Perché tutte le case europee lo sanno, la questione di fondo è l´eccesso di capacità produttiva. Il conto dei caduti non è ancora finito.
Neanche l´Asia è al riparo dagli choc, malgrado le apparenze. Certo in Oriente ci sono gli unici mercati dove la domanda ha continuato a tirare in modo spettacolare anche negli ultimi dodici mesi: la Cina e l´India. In Oriente ci sono anche i colossi in testa alla classifiche per vendite, qualità, affidabilità, risparmio energetico. Ma perfino sua maestà la Toyota, regina mondiale, quest´anno ha dovuto subìre due sconfitte gravi. Il primo bilancio in rosso della sua storia, e la prima chiusura di uno stabilimento in California. In quanto a Cina e India, hanno vantaggi pressoché incolmabili: le due popolazioni più vaste del pianeta, e due mercati di prima motorizzazione. Questo non toglie che siano malate di sovraffollamento industriale anche loro. Dovranno selezionare un numero più ristretto di marche e di produttori. Sarà un consolidamento pilotato dal governo nel caso cinese, ma non per questo indolore.
In Occidente il settore dell´automobile è ormai un mercato di sostituzione. Afflitto dai problemi del congestionamento urbano. Penalizzato da nuovi vincoli di risparmio energetico e riduzione delle emissioni carboniche. La speranza di uscire definitivamente dal tunnel, dopo quest´anno di sofferenze indicibili, è affidata a scommesse azzardate. Barack Obama ieri parlando ai metalmeccanici della General Motors ha esaltato la capacità delle case di Detroit di puntare su nuovi modelli. La Gm, obbediente alle direttive del suo nuovo padrone pubblico, punta molto sul prossimo lancio della Volt: il modello con motore elettrico. Ma al di là delle sincere aspirazioni "verdi" dell´Amministrazione Obama, resta da verificare se la Volt avrà un tale mercato da risollevare Gm. La rete di alimentazione per ricaricare le batterie è ancora troppo modesta se questa vettura vuole conquistarsi uno spazio significativo. Tutto il fervore della Silicon Valley californiana per sfornare vetture elettriche finora ha prodotto dei modelli di nicchia. «Non sono diventato presidente - ha detto ieri Obama - per fare l´amministratore di case automobilistiche». E´ una battuta che suona amara, e un po´ preoccupata. Segnala il fatto che il governo di Washington non vuole tenersi all´infinito la responsabilità di gestire la Gm. Ma per vendere il 60% del capitale che possiede, deve convincere il mercato e i capitalisti privati che l´automobile è alla vigilia di una seconda giovinezza.