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il latte versato e le stalle vuote



da repubblica.it
 
Il Latte Versato e le Stalle vuote
 
CARLO PETRINI

C'È SICURAMENTE qualcosa di surreale nel vedere le immagini di poliziotti in tenuta antisommossa, in piena città, inondati da una grandiosa pioggia di fieno. Si può restare incantati, tra il divertito e il rapito, di fronte alle foto di un contadino che spruzza di latte quegli stessi tutori dell'ordine, facendolo schizzare direttamente dalla procace mammella di una mucca placida, seppur spaesata. Invece tutto ciò è terribile. Il latte sperperato nei giorni scorsi per i campi e lunedì in strada da parte dei settemila - secondo gli organizzatori - allevatori accorsi a Bruxelles per protestare di fronte ai ministri europei dell'agricoltura è un colpo al cuore. Mettetevi nei panni di quelle persone che si sono dovute ridurre a buttare via il frutto del loro lavoro: ha del tragico.
Sono ricorsi a questo gesto disperato perché il latte non vale quasi più nulla, in Italia glielo pagano meno di 30 centesimi d'euro al litro, ampiamente insufficienti anche solo per coprire le spese delle loro aziende e fattorie.

Le mucche che spariscono dalle fattorie e gli allevatori che protestano per le gravi perdite: le vittime sono loro In 20 anni l'Italia ha perso 140mfla stalle a vocazione casearia. E pure nelle aziende dove si produce carne icapisono diminuiti. Perché il sistema non regge più
 
 
Questo sistema che  ormai li ha irretiti,
sviliti, che gli ha tolto l'anima e ogni prospettiva. Non sarà un caso se negli ultimi vent'annì si è assistito a una vera ecatombe di stalle: nel settore lattiero-ca-seario siamo passati da più di l8Omila nell'89 alle attuali 43mila circa. Chi fa carne se la
passa forse un po' meglio, ma non ha nulla da ridere. Anche per loro il dato diminuisce inesorabile di anno in anno.
Dovremo immaginare un Paese senza stalle? Che cosa può essere successo se ne spariscono a migliaia ogni anno sono i nostri occhi distratti? La prima botta la diedero i sussidi comunìtari.erogati in modo da prediligere le stalle più grandi, con una maggiore concent razione di capi, falcidiando così le piccole aziende molto diffuse in Italia. La politica dei sussidi, pur modificandosi negli anni, ha poi continuato a mietere vittime: con rimborsi erogati sempre uguali per alcuni anni di seguito
 
In un tale contesto la conseguenza primaria è che sparisce il valore della qualità, nessuno ha più interesse a produrla e il mercato finisce facilmente in mano a chi ha abbastanza potere per condizionare i prezzi a suo vantaggio. Ovvero chi distribuisce, chi compra dai contadini a meno di 30 centesimi per poi rivendere da un euro in su al consumatore finale. E di fronte a questo potere alla fine si arriva al punto che neanche la quantità paga più: la conseguenza è che si arriva a poter buttare il prodotto nei campi per protesta.
Naturalmente la storia è ben più complessa. Certo, alcuni allevatori hanno avuto laloro par-
te di responsabilità: alcuni magari lavorano male e non si sono neanche resi conto della profonda insostenibilità ambientale degli allevamenti intensivi {che tra l'altro oggi per loro è fonte di costi notevoli, viste le norme sempre più restrittive in tema). Anche i consumatori non si sono saputi imporre di fronte a una qualità in continua picchiata, a prodotti di non certa provenien-za, venduti a prezzi sostanzialmente invariati anche quando il latte non sa più di niente e nutre poco, perché il gusto e i nutrienti vengono sottratti in fase di lavorazione e finiscono come sottoprodotti In altre catene dell'alimentazione industriale, come quelle dei biscotti e delle merendine

Situazione complessa, ma non c'è dubbio che oggi il mercato sia in mano ai grandi gruppi che ritirano il latte e la carne dagli allevatori. O meglio: che ritirano dopo aver imposto il loro prezzo. Il latte e la carne non sono come il Barolo che con il tempo migliora, se non si riescono a vendere quando sono pronti, tanto vale buttarli via. Così in un mercato dei grandi numeri, fatto soprattutto di grandi aziende che possono soltanto vendere attraverso questi canali, il potere contrattuale degli allevatori diventa pressoché nullo. Muoiono i piccoli; muoiono anche i grandi.
Come se non bastasse, ci si mettono di traverso anche i costi crescenti. Delle sacrosante norme ambientali abbiamo già accennato, ma gli allevatori lamentano anche un'eccessiva
pressione da parte dei sistemi sanitari, che a tratti sembrano del tutto aver perso il buon senso. Un iper-igienismo che pretende di normalizzare tutto a colpi di cemento e acciaio si ac-
canisce soprattutto con ìe aziende medio-piccole, le quali non è detto necessariamente che producano male o pericolosamente. Concedere deroghe, ripensare i controlli in maniera
più umana potrebbe essere un modo per dare loro respiro, invece di caricarle di costi che non possono sostenere.
Sicuramente una soluzione facile non c'è, ma certo non può prescindere da un ripensamento del sistema attuale di produzione e di distribuzione. Recuperare la qualità, indicare la pro-venienza del latte in etichetta, ricominciare a parlare di "latti" e non di latte in modo generico— come se, per il solo fatto che è tutto bianco, sia uguale ovun-que da qualsiasi bestia e da qual-siasi stalla—aiuterebbe senz'al-tro quelli che hanno scelto una strada più sostenibile, al servizio dei migliori prodotti che l'agroa-limentare sa esprimere. La qua-
lità, spesso confusa con la tipicità, non è soltanto un modo per spuntare un pezzo migliore o per difendere campanilisticamente una non ben precisata identità: dev'essere la priorità e
dev'essere reale, tangibile, gustatale. Altrimenti ogni misura non farà altro che mettere una toppa, che avere l'effetto placebo di rallentare l'ecatombe di stalle—e di agricoltori—che ca-
ratterizza il nostro Paese.
Non appelliamoci al mercato: in questo caso è finto, inesistente, incontrollato. Il predominio del prezzo su ogni altro fattore ha spogliato di valore il nostro
latte 
e lo stesso sta avvenendo con il nostro cibo più in generale. C'è una bella differenza invece tra valore e prezzo: equiparare i due termini porta proprio a buttare in un campo ettolitri ed ettolitri di latte che vale ben più dei 30 centesimi che gli vengono riconosciuti.
Se vogliamo difendere le stal-le difendiamo i piccoli e medi produttori, facciamo in modo che non sia un'impresa impossibile per un giovane continuare a fare il lavoro dei propri padri o iniziare a cimentarsi con l'agricoltura e l'allevamento. Favoriamo la vendita diretta, le piccole aziende che hanno radicamento sul territorio e che lo rispettano. Diamo a loro i premi, diamo a loro le tutele e invogliamoli a diversificare le produzioni, a trasformare direttamente il loro latte o la propria carne, a fare le cose in maniera sostenibile. Non è un caso che le aziende biologiche di bestiame non subiscano grandi flessioni, che chi fa in proprio il formaggio o conferisce un prodotto con buoni standard per i piccoli grandi gioielli caseari italiani queste crisi le senta meno.
Il ministro dell'agricoltura Luca Zaia: non si tratta di imprese qualsiasi
"Così rinneghiamo le nostre radici è la fine del presidio del territorio"

ANTONIO CMNCWLLO ^
Un'ecatombe. Hanno chiuso una dopo l'altra, a un ritmo impensabile. E, assieme alle stalle, se n'è andato un pezzo del nostro paesaggio, delle nostre tradizioni, della storia della nostra comunità. È la fine di un fondamentale presidio del territorio». Luca Zaia, ministro delle Politiche agricole, commenta con preoccupazione l'epidemia economica che ha colpito le stalle, il collasso di competitività che le ha travolte in pochi anni. Se l'aspettava?
«La dimensione numerica mi ha colpito. Mi ha fatto riflettere. Ma le ragioni sono evidenti: produrre il latte costa più di quello che si ottiene vendendolo. È un'attività in pura remissione».
Un seguace della scuola liberista direbbe che se un'azienda non ha i numeri per stare in piedi deve chiudere.
«Ma l'agricoltura non è fatta di aziende qualunque, aziende che possono aprire o chiudere senza ripercussioni che vadano oltre la sfera delle persone direttamente impegnate nell'impresa in questione. Stiamo parlando di un'attività legata all'identità del luogo, alle sue radici culturali e gastronomiche. Se l'Italia riempie i suoi alberghi è anche perché si mangia bene: dove si mangia male è difficile che ci sia turismo».
Che alternativa economica propone?
«Non possiamo accettare il terreno del confronto anonimo sui prezzi. Se ci mettiamo a competere sui costi con i contadini lituani o somali abbiamo perso in partenza. Noi dobbiamo presentarci come artisti dell'agricoltura. Le acciughe diCetara, il pecorino romano, il bit-to, l'asiago, le nostre eccellenze alimentari hanno un valore particolare e questo valore va utilizzato come leva economica. Bisogna difendere il brand, ci vuole una strategia per metterlo in evidenza».
Intanto le aziende agricole continuano a chiudere.
«I costi non sono tutto ma contano, e sono troppo alti. Un ettaro di terreno agricolo vale5.500euro in Francia, 6.500in Germania,8.500inOlandae25.500in Italia, con punte mol-to più alte in pianura padana. In queste condizioni mettere su un'azienda richiede uno sforzo economico che difficilmente un giovane si può permettere. Il settore va sostenuto. Io ho ottenuto 4,3 miliardi di euro, da qui al 20Ì3, per i piani di sviluppo rurale che ogni Regione potrà modulare puntando su un ventaglio di possibilità: dal rilancio dei pascoli montani agli incentivi per il lavoro dei giovani. In Italia ci sono un milione e 700 mila imprese agricole e solo nel 10 per cento ci sono giovani, credo che dobbiamo intervenire agevolando l'uso delle terre demaniali peri giovani che si presentano con un business pian convincente».
Altrimenti l'agricoltura in Italia rischia di diventare un'attività residuale?
«È un rischio che non possiamo permetterci di correre. Le tre effe che contano nella nostra economia sono fashion, food e Ferrari. Su queste tre effe dobbiamo puntare e i margini per i nostri prodotti agroalimentari ci sono: il 72 per cento dei consumatori si dice disposto a pagare qualcosa in più per avere un cibo di qualità. Il punto è trovare gli strumenti per misurare e certificare questa qualità».
L'Europa negli ultimi anni ha spinto verso la tracciabilità degli alimenti.
«Ma in settori ancora troppo ristretti. Noi ad esempio produciamo 11 milioni e mezzo di tonnellate di latte, ne importiamo 5 e quando la mattina beviamo un bicchiere di latte non sappiamo da dove viene. Bisogna fare l'opposto: difendere la tipicità, anche perché è la tipicità che ci permette di far quadrare i conti del settore. Non tutte le zucchine sono uguali, così come non tutte le macchine rosse sono Ferrari».
Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fondo per l'ambiente italiano
"Non uccidiamo la bellezza agreste"

Il fallimento dell'agricoltura rappresenterebbe un ulteriore, dram-à matico colpo per il territorio, un collasso con gravissime ripercussioni sul paesaggio». Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fai (Fondo per l'ambiente italiano), lancia l'allarme su un possibile crollo del settore agricolo.
Teme lo stravolgimento della fisionomia delle campagne?
«Le campagne sono state già in buona misura stravolte dall'urbanizzazione incontrollata. Ma quello che resta è ancora straordinario, rende ancora questo Paese un posto da visitare. Se però uccidiamo la bellezza soprawissuta, cosa resterà? Non è solo un problema estetico.o filosofico visto che la distruzione del paesaggio è un dan-
no irreversibile. C'è anche un discorso economico. 1 turisti non vengono in Italia per vedere gli svincoli autostradali: se non manterremo l'identità delle nostre campagne perderemo buona parte del turismo».
La fine delle stalle segnala anche l'indebolimento della catena corta dell'alimentazione.
«E questo è gravissimo. Per non ammalarci dobbiamo nutrirci con alimenti che non siano entrati in contatto con sostanze a rischio e che possano essere identificati per la loro provenienza. Salute, turismo e bellezza sono anelli della stessa catena, che per restare integra necessita di un'agricoltura sana».
(a.cian.)