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corte dei conti: alta velocità, altissimi danni



da Eddyburg
 
Alta velocità, altissimo danno
Data di pubblicazione: 10.11.2009

La Corte dei Conti chiama in causa amministratori e tecnici toscani per danno erariale, dopo i disastri ambientali provocati dalla Tav. Gli articoli su Il Tirreno, 10 novembre 2009 (m.p.g.)

Tav, 741 milioni da pagare.
Mario Lancisi

Qualcuno ha provato a scherzarci sopra: «Ragazzi, cominciamo a fare una colletta...». Eh, sì: un brutto affare per le tasche di 52 amministratori e tecnici, tra i quali il presidente della Regione Claudio Martini e l’ex presidente Vannino Chiti. La Corte dei conti li ha infatti invitati a difendersi, in relazione alla realizzazione dell’Alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna, prospettando guasti ambientali nel Mugello tali da comportare un danno erariale di 741 milioni. Una cifra che se venisse suddivisa equamente per 52, il numero delle persone coinvolte nell’inchiesta della procura della Corte dei conti, fa 14 milioni e spiccioli. Oltre 28 miliardi di vecchie lire, a testa. Cifre da far tremare i polsi e perdere il sonno. Chiti e Martini si sono detti «stupiti e amareggiati», ma profondamente tranquilli». Ha detto Chiti: «La tranquillità deriva dal fatto che, con le competenze e per il ruolo che la Regione aveva, abbiamo svolto i nostri compiti con serietà e con attenzione all’ambiente e alla sicurezza sul lavoro».

I danni provocati. La procura della Corte dei conti incolpa la Regione (tutti i componenti delle giunte Chiti, dal 1990 al 2000), i dirigenti regionali responsabili dell’istruttoria, i presidenti e membri delle commissioni nazionali per la valutazione di impatto ambientale, nonché i consiglieri delle commissioni ambiente del consiglio regionale di quel decennio, di aver dato il via libera al progetto dell’Alta velocità che ha provocato danni ambientali nel Mugello. Danni che, stimati da una perizia trasmessa dalla procura alla Corte dei conti, si riferiscono a quelli subiti dagli enti pubblici per la perdita della risorsa idrica in Mugello: il disseccamento o l’impoverimento di 81 corsi d’acqua, 37 sorgenti, una trentina di pozzi e cinque acquedotti.

Gli assessori di Chiti.
I nomi degli amministratori coinvolti non sono stati resi noti. Nelle due giunte Chiti c’erano, tra gli altri, Marialina Marcucci, Paolo Benesperi, lo stesso Martini (chiamato in causa come ex assessore e non come presidente), Tito Barbini, anche se il provvedimento riguarda solo quelli presenti alla seduta di giunta in cui è stato dato il via libera al progetto dell’Alta velocità (e relative varianti).
L’invito a dedurre rappresenta una prima fase dell’inchiesta: i destinatari hanno 60 giorni di tempo per presentare atti e documenti e chiedere di essere sentiti. Dopodiché la Corte dei conti deciderà se e quali posizioni archiviare e se e quali posizioni citare a giudizio.

Il processo penale.
Il processo penale di primo grado, che ha riguardato una cinquantina di imputati, fra responsabili e dipendenti del consorzio di imprese Cavet (che aveva in appalto i lavori), di ditte in subappalto, gestori di cave e di discariche, intermediatori per i rifiuti, si è concluso il 3 marzo scorso con 27 condanne da tre mesi d’arresto a 5 anni di reclusione e provvisionali per il risarcimento danni di oltre 150 milioni di euro. Alla Regione, che con il ministero per l’Ambiente e la Provincia si costituì parte civile, venne riconosciuta una provvisionale del risarcimento danni di 50 milioni di euro.

Nessun avviso ai ministri.
E quest’ultima è una delle due incongruenze evidenziate sia da Chiti che da Martini. «Come è possibile essere da una parte riconosciuti come parte lesa e dall’altra come responsabili?», si sono chiesti. L’altra incongruenza è il fatto che il progetto dell’Alta velocità appartiene al governo, mentre nessun ministro è stato chiamato in causa. Senza considerare il fatto - ha sottolineato Martini - che la Regione - unica in Italia - ha istituito un Osservatorio sui problemi ambientali dell’opera.
A chiamare in causa il governo è Marco Carraresi, capogruppo Udc in Regione, che nell’indagine della Corte dei conti, trova «conferma di quanto sempre sostenuto», mentre il capogruppo del Pdl Alberto Magnolfi è stato laconico: «I contorni della vicenda appaiono importanti e complessi».

Il ventre dell’Appennino si è ribellato ai martelli pneumatici e alle mine
Elisabetta Arrighi

Il termine tecnico è “ammalorata”. Una parola che nel corso degli ultimi dieci anni è stata ripetuta tante volte, riferita alle gallerie dove si sono aperte crepe e dove l’acqua ha bagnato pavimenti e volte.
L’associazione fiorentina di volontari Idra, che ha passato ai raggi x la costruzione della Tav nel tratto appenninico, non si è mai stancata di denunciare. Affiancata anche da associazioni ambientaliste e politici, fra cui Marco Carraresi, consigliere regionale Udc, che raccontò di quando bambino andava a pescare in Mugello. «Ma oggi - diceva a fine 2006 - non si può più fare perché i fiumi sono secchi».
Opera mastodontica e strategica la Tav toscana, che fra un mese si collegherà ai grandi corridoi europei: alta velocità per i passeggeri e alta capacità per le merci. Ma il Mugello, che dalla metà degli anni ’90 ha subito l’esplosione delle mine e il rumore dei “martelloni” con cui si perforava il ventre dell’Appennino, ha contato tanti danni: dall’intercettazione delle falde acquifere per arrivare all’essiccamento dei torrenti. Un danno anche economico se si pensa a due settori importanti come l’agricoltura e la zootecnia.

A cavallo fra il 2006 e il 2007 il problema del danno ambientale emerse in tutta la sua drammaticità. Il Carzola, uno di quei tipici fiumiciattoli che gorgogliano a mezza montagna, non aveva più un goccio d’acqua: l’alveo era diventato un acciottolato bianco che lo faceva assomigliare ad un sentiero da trekking. Di danni alle fonti idriche superficiali e sotterranee - ricordava Idra nel marzo 2007 - se ne sono contati a bizzeffe, compresi quelli a cinque acquedotti. E poi - proseguiva l’elenco - una settantina di sorgenti danneggiate; oltre 40 pozzi inservibili; una ventina i torrenti, i fiumi e i fossi prosciugati. Senza dimenticare l’impatto alle acque sotterranee di falda.
Fu in quel periodo che il presidente della Regione Claudio Martini si recò, insieme ad alcuni assessori e tecnici regionali, nei cantieri della Tav: qualche settimana prima una lettera e un programma tv avevano scatentato un putiferio politico. Il primo riferimento era alla galleria di Firenzuola, lunga 15,285 km, dove si stavano demolendo e rifacendo alcune centinaia di metri di rivestimento nel tratto compreso tra la finestra di San Giorgio e l’imbocco sud vicino all’autodromo del Mugello, nei pressi di Scarperia. Alla fine si era arrivati a circa 1500 metri di lavori-bis. Il secondo riferimento era al tunnel di Borgo Rinzelli, dove si stava rimuovendo il pavimento. Crepe e infiltrazioni, quindi, non solo alla volta delle gallerie, ma anche all’arco rovescio, cioè al calpestio delle stesse. «Problemi da ricercare - dissero Tav e Cavet (il realizzatore dell’opera) - nella composizione morfologica dell’Appennino». Ma già nel 1999, proprio a Firenzuola, si era verificata una cascata eccezionale d’acqua all’interno dello scavo: fu l’inizio degli ammaloramenti e dei danni ambientali.