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maternità. i nuovi tempi delle donne



CORRIERE DELLA SERA
Data        13-11-2009

Maternità, i nuovi tempi delle donne

Fino all'ultimo respiro. E appuntamento. Con il pancione rotondo e l'agenda piena, sotto l'ala protettiva degli estrogeni e del progesterone, i compagni di viaggio delle mamme che scelgono di lavorare fino all'ottavo mese di gravidanza. «Non starò a casa nemmeno un giorno, mi sento in stato di grazia» sorride il ministro Mariastella Gelmini dentro un cardigan che comincia ad essere troppo stretto per due. È in buona compagnia.
Le lavoratrici col pancione, sempre più numerose, sono dappertutto. In politica, in tv, negli uffici, sedute alla scrivania accanto alla vostra. Sono le libere professioniste (17,5%), le dirigenti, le imprenditrici e le donne che lavorano in proprio (30,3%) le future mamme che, forti di un certificato medico di buona salute, scelgono di rimanere nel mondo del lavoro fino all'ottavo mese, grazie alla flessibilità della legge sulla maternità obbligatoria (introdotta nel 2000 dall'allora ministro per la Solidarietà Sociale Livia Turco). Il 46% delle operaie interrompe il lavoro entro il quinto mese, ed è naturale che sulle statistiche incidano la pesantezza delle mansioni e i maggiori rischi per madre e feto. Ma ad essere cambiati favorendo la scelta di libertà della flessibilità, in generale, sono il ruolo delle donne nella società e la loro percezione di se stesse.
«Quarant'anni fa eravamo meno istruite e facevamo mestieri infinitamente meno gratificanti — spiega la professoressa Chiara Saraceno, sociologa —. Non a caso le dipendenti statali erano la categoria con maggiore tendenza a restare a casa appena possibile, una volta incinta. Oggi tutto è diverso, le donne investono di più nel lavoro, grazie al quale si sentono realizzate, e non vogliono mollarlo». Anche per paura di non ritrovarlo più. Una donna su cinque, in Italia, non torna a lavorare dopo il parto: al 23,9% non viene rinnovato il contratto, il 6,9% viene licenziato, il 69,2% si licenzia.
Ma è soprattutto il non pensarsi limitate, o addirittura malate, la grande rivoluzione culturale a cui stiamo assistendo. «Un corpo incinta, vivaddio, non è più scandaloso né indecente, non va tenuto nascosto, possiamo ascoltarci e decidere che sì, fino all'ottavo mese abbiamo voglia di lavorare: è questa la vera liberazione delle donne» gioisce la professoressa Saraceno. Sostenuta, nella sua analisi, dal punto di vista della medicina. «Viso trasognato, capelli luminosi, occhioni languidi: tutto, in caso di gravi-
danza felice, congiura a favore della bellezza della donna — dice la dottoressa Stefania Piloni, esperta in ostetricia e ginecologia, specializzazione alla clinica Mangiagalli di Milano e, particolare non secondario, madre di tre figli —. L'ottavo mese, poi, è il momento in cui il bambino sceglie la posizione di nascita. Una mamma non vede l'ora di conoscere la creatura che ha in grembo, ha voglia di contatti, socialità, incluso l'ufficio». O il ministero. Lo stato di grazia del ministro Gelmini, si spiega anche così.
Quella che negli anni '70 era una legge all'avanguardia (nonché un riuscito compromesso tra la posizione dei cattolici e dei sindacati), però, sulla soglia del 2010 si sta rivelando sorpassata. Spentosi il vento della rivoluzione, torna a spirare una leggera brezza di riforme. Non tanto nella parte che riguarda la maternità obbligatoria, cioè 2 mesi più 3 0 1 più 4 dopo il parto, quanto nel trattamento retributivo del congedo parentale, cioè l'astensione dal lavoro della lavoratrice 0 del lavoratore (ma in Italia il 40% degli uomini pensa che la cura dei figli sia compito esclusivamente della donna), pagato fino al terzo anno di vita del bambino con un'indennità pari al 30% della retribuzione. «Siamo nella metà bassa della classifica dei Paesi europei — conferma la professoressa Saraceno —. Siamo messi male per due motivi: tutto insieme, mamma e papà fino agli 8 anni del figlio possono prendere 10 mesi di congedo; in Germania, per esempio, arrivano a 12, come in Belgio e in Svezia. E poi da noi è mal pagato: lo svantaggio economico per là coppia derivante dal fatto di rinunciare al 70% del salario più elevato (generalmente quello maschile) è troppo penalizzante». In Scandinavia, infatti, dove si ha diritto al 100% della retribuzione durante tutto il primo anno di congedo, la percentuale dei padri che ne fa uso è in continuo aumento.
Il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna, coinvolta nell'inchiesta dal Corriere, si è detta favorevole a una riforma. «La legge che tutela la maternità ha funzionato bene ma merita certamente alcuni micro-interventi migliorativi. Tra questi, l'estensione dei congedi alle libere professioniste e, soprattutto, alle lavoratrici precarie, per le quali la maternità rischia di essere un ostacolo. Entrambe le operazioni, però, hanno un costo molto alto: ce ne occuperemo appena le casse dello Stato ce lo consentiranno. Una misura che presto saremo in grado di presentare riguarda il periodo
post-parto, cioè la possibilità di rendere ancora più flessibile (orizzontalizzan-dolo) il part-time». Cosa pensa il ministro del fatto che una donna italiana su cinque dopo il parto non torna a lavorare? «Le donne non devono rinunciare ad avere figli: servono asili, assistenza, supporto, con il sottosegretario Giova-nardi abbiamo finanziato un "piano asili" nella pubblica amministrazione che creerà mille nuovi posti entro l'anno, ottantamila nei prossimi dieci anni. Se tutte le donne italiane potessero lavorare, il nostro Pil salirebbe di ben 17 punti».
Molto altro si può fare: quote riservate ai padri nel congedo parentale, perché «se la scelta è degli uomini, non se
10 prendono» sottolinea la professoressa Saraceno, e introduzione di maggiore flessibilità: «Molte donne vorrebbero tornare in ufficio a part-time tutti i giorni però godere di un periodo di maternità più lungo, possibilmente senza perderci soldi». Retribuzione, quindi, almeno al 60%.
E come si comporterà il ministro Carfagna quando avrà la gioia di vivere l'esperienza della maternità come la collega Gelmini? «Spero che le mie condizioni di salute, se avrò la fortuna di diventare madre, mi consentiranno di lavorare il più possibile, di non perdere le mie abitudini e di non dover abbandonare il lavoro». Supermamme d'Italia unitevi. Senza esagerare. «Programmare concepimento e parto in base al calendario del lavoro non è una buona idea — conferma la dottoressa Piloni —. In Italia abbiamo un cesareo ogni tre parti, ma così non si rispettano i tempi del bambino». E che tristezza quegli interventi di plastica all'addome contestualmente al taglio, per far finta che nulla sia successo e tornare in forma subito. E
11 modello americano, mettersi in ferie per partorire, non aiuta. «Riprendere il lavoro in tempi record è una scelta individuale che però non deve corrispondere a un'imposizione» stigmatizza la Carfagna. Anche perché un'esperienza così normale, e insieme unica e potente come la gravidanza andrebbe centellinata, assaporata, vissuta in sacro raccoglimento. «È un processo di trasformazione fisica e di autoanalisi, di riscoperta di se stesse e di scoperta di una vita che resterà per sempre, visceralmente, legata a noi» dice la dottoressa Piloni. Non abbiate fretta di lasciare il lavoro. Ma nemmeno di ritornarvi. «Libertà non è aderire al modello maschile».
Gravida, ergo sum.
Gaia Piccardi