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cambiare lo stile di vita per sopravvivere



da Eddyburg.it

Una questione di stile
Data di pubblicazione: 03.12.2009

Autore: Giddens, Anthony

Cambiare stile di vita per salvare il pianeta. Un’analisi in attesa della conferenza di Copenaghen. Su la Repubblica, 3 dicembre 2009 (m.p.g.)

Nelle ultime settimane sono stati pubblicati molti articoli sui negoziati sul cambiamento del clima che si inaugureranno a Copenaghen la settimana prossima. Quasi tutti si sono concentrati sul «contenuto» dei potenziali accordi, nello specifico la possibilità di raggiungere un «patto per il cambiamento del clima».

In verità, a prescindere dal fatto che a Copenhagen si riesca o meno a raggiungere un’intesa di questo tipo, resta da fare quasi tutto. Maggiore enfasi dovrebbe essere data a questo punto non soltanto al contenuto, ma anche alle modalità con le quali si deciderà di intervenire. Il vecchio motto delle suffragette: «Fatti, non parole!» dovrebbe essere il riferimento costante della politica per il cambiamento del clima.

A voler considerare i fatti e non le parole, le cose nel mondo reale non appaiono così positive. Si considerino, tanto per cominciare, i Paesi sviluppati, che si suppone debbano indicare la strada con il loro esempio e riducendo le emissioni di gas serra in modo radicale. La maggior parte di loro hanno compiuto progressi soltanto limitati nel mantenere gli obiettivi che si erano prefissi a Kyoto in tema di riduzione delle emissioni, per quanto modesti fossero.

Un piccolo gruppetto di Stati – quali Svezia, Danimarca, Germania – ha fatto progressi significativi. Esaminando i dati da vicino, tuttavia, si scopre che la maggior parte dei progressi da loro conseguiti finora non sono semplicemente il frutto di un’attiva politica per il cambiamento del clima. Svezia e Danimarca avevano reagito risolutamente alla crisi petrolifera della fine degli anni Settanta, introducendo tecnologie rinnovabili in quello specifico periodo. La Germania ha ottenuto ottimi risultati sviluppando l’energia eolica, anche se alle energie rinnovabili si deve soltanto il 7 per cento del mix di energie che utilizza.

Pertanto, perfino nei Paesi che hanno fatto segnalare passi avanti consistenti, sarà necessario che intervenga un drastico potenziamento dei risultati raggiunti. Preoccupa molto il fatto che vi sia un lungo elenco di Paesi che arrancano e nei quali si sono fatti pochissimi progressi o nessuno, e altri dove le emissioni sono addirittura aumentate. In Europa si parla di Italia, Spagna e Grecia. Altrove di Giappone, Australia, Canada. E naturalmente Stati Uniti.

Si è molto parlato ultimamente della posizione di particolare debolezza che il presidente Obama avrà, negoziando a Copenhagen, tenuto conto delle difficoltà incontrate nel far approvare dal Congresso una legge sul cambiamento del clima.

A parte questo iter legislativo, il compito di ridurre le emissioni americane in modo sistemico è immane. Lo stile di vita americano si basa su un’energia a basso costo sommata a un credito a basso costo, unitamente a un’espansione sub-urbana pressoché senza limiti. Come è possibile invertire questi trend, e farlo in un arco di tempo relativamente breve? Al momento non mi risultano da nessuna parte pratiche di governo già in atto che si possano definire proporzionate alla portata del problema.

Molte persone credono che le tecnologie per lo sfruttamento dell’energia eolica, solare, termale e ancora altre a bassa emissione di biossido di carbonio possano progressivamente sostituire i combustibili fossili. Di sicuro potranno risolvere soltanto in parte il problema, ma se non saremo in grado una volta per tutte di ridurre i nostri consumi faremo ben pochi progressi nella riduzione delle emissioni. Cambiare stile di vita a livello generalizzato, in tutto il mondo industrializzato, è dunque un’esigenza. Il Pil non è un indice di misura del welfare minimamente adeguato, ma nessun Paese ha trovato finora il modo giusto di sostituirlo per renderlo accetto alla popolazione.

Finché il problema riguarderà i Paesi più poveri al mondo tale compito sarà altrettanto immane, o forse ancor più. In sostanza, si dovrebbe lanciare un nuovo modello di sviluppo. Cina, India, Brasile e altre nazioni in via di sviluppo hanno il diritto di aspirare a standard di vita equiparabili a quelli del mondo sviluppato. Eppure, al di là di un certo punto, sarà impossibile per loro limitarsi semplicemente a seguire la medesima strada percorsa dai Paesi ricchi: le devastanti conseguenze di ciò, in termini di cambiamento del clima, sarebbero assolutamente enormi.

È a questo punto che subentra la necessità di pensare in termini creativi, anche dal punto di vista sociale e politico. Dobbiamo considerare la possibilità che alcuni stili di vita tradizionali e alcuni rapporti sociali non debbano essere sacrificati sull’altare della modernità, ma possano servire a mostrare una strada alternativa verso la prosperità. Per esempio, i Paesi in via di sviluppo potrebbero fare ritorno al futuro tutelando le loro comunità locali e tutto ciò che a esse è correlato, integrandole con mezzi e strumenti di comunicazione hi-tech, ed evitando al contempo di espandere ulteriormente gli abitati urbani?

Vi è poi la sfera delle relazioni internazionali, che necessita anch´essa di altrettanta innovazione. Al momento vi sono pochi modi per garantire che i Paesi che firmano gli accordi internazionali poi onoreranno le loro promesse. Qual è il fine ultimo, allora, di far firmare agli Stati un preciso impegno a rispettare determinati obiettivi, se poi non c´è modo di far sì che siano vincolati a rispettarli? Un monitoraggio costante dei progressi da parte di un ente internazionale o di più enti gioverebbe, mentre criticare e sbugiardare avrebbe un impatto soltanto marginale. Occorre pertanto fissare sanzioni a più largo raggio, per quanto ciò possa essere difficile tenuto conto che gli Stati difendono gelosamente la propria sovranità nazionale.

Infine, anche a livello di semplici accordi e negoziati in stile Copenhagen, si potranno ottenere progressi soltanto limitati. Sarebbero molto importanti al riguardo patti bilaterali, specialmente tra Cina e Stati Uniti, i Paesi che inquinano di più il pianeta. Per esempio, gli Usa potrebbero acconsentire ad attenuare alcuni diritti brevettati per trasferire tecnologie a bassa emissione di biossido di carbonio in Cina in cambio di concessioni commerciali analoghe da parte di Pechino.

Accordi e piani regionali potrebbero quindi rendersi necessari in ogni regione del mondo, e non soltanto per ridurre le emissioni, ma anche per adattarsi ai cambiamenti su vasta scala che il cambiamento del clima implica.

In conclusione, ovunque rivolgiamo lo sguardo ci accorgiamo che resta da fare ancora moltissimo e che si rende necessario quanto prima un nuovo modo di pensare.

Anthony Giddens é membro della Camera dei Lord. Il suo ultimo libro si intitola Politics of Climate Change.