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come fare a contrastare il consumo di suolo



da Eddyburg
 
Eddytoriale 136 (18 dicembre 2009)
Data di pubblicazione: 18.12.2009

 
Che fare per contrastare il consumo di suolo? Non basta una cosa sola. Il fenomeno deve essere contrastato con un insieme sistematico di azioni, che ne affrontino i diversi aspetti.

Innanzitutto è necessario fare ricorso alla pianificazione territoriale e urbanistica: ha perso credibilità in Italia, dove è stata sommersa dalla de-regolazione e dalla sollecitazione all’edificazione selvaggia. In Europa stati, regioni e comuni adottano la pianificazione come strumento ordinario di governo del territorio, e le regole definite dai piani sono rispettate da tutti.

La pianificazione territoriale (regionale o provinciale) deve stabilire le quantità di ulteriore edificazione ammissibile in relazione a chiari parametri di necessità sociale, e limiti invalicabili all’espansione delle città. Di queste si deve promuovere la compattezza, ponendo limiti alla densità: densità troppo basse sono perniciose perché aumentano i costi, favoriscono la disgregazione sociale, aumentano lo spreco di energia e l’inquinamento, distruggono inutilmente la natura. Occorre favorire città compatte, dai margini definiti, servite e connesse tra loro da efficienti sistemi di trasporto collettivo. Occorre coordinare le previsioni delle diverse città in relazione alle attività produttive e commerciali e alle attrezzature comuni ad ampio bacino d’utenza(dall’istruzione superiore alla sanità, dalla gestione dei rifiuti all’approvvigionamento idrico, ecc.), che non possono essere disseminate nella logica di “uno per ogni comune”.

La pianificazione urbanistica a livello locale deve a sua volta, rispettando i limiti posti dalla pianificazione d’area vasta, tracciare sul territorio il limite che separa la città dalla campagna, l’urbano dal non urbano né urbanizzabile: un limite invalicabile, rigorosamente vigilato. Città compatta non significa città fatta solo di case e strade. Una densità ragionevole si può raggiungere senza la necessità di costruire grattacieli e riservando metà dell’area a verde e spazi aperti non asfaltati. Tra le ragioni che spingono i cittadini a cercare una sistemazione nella “villettopoli” c’è anche quella di avere un migliore rapporto con la natura. Riportare la natura in città non è quindi solo una misura essenziale per il benessere dei cittadini, è anche un modo concreto di lottare contro lo sprawl.

Ma i progetti e le regole della pianificazione non bastano ad affrontare il problema. Occorrono provvedimenti statali e regionali che, sulla base di chiari indirizzi politici volti a contrastare gli sprechi, finanzino i comuni virtuosi e disincentivino quelli che non accettino di contenere l’espansione edilizia e non riducono gli sprechi. Provvedimenti che, al tempo stesso, sostengano la riqualificazione della città esistente (dai centri storici alle periferire, dalle aree dismesse ai pubblici), aiutino i comuni a dotarsi delle risorse tecniche necessarie (personale, attrezzature, informazioni) e incentivino il coordinamento intercomunale, invece di stimolarne la competizione.

Lo slogan “no al consumo di suolo”, che costituisce il vessillo di un arco sempre più vasto di associazioni, comitati, gruppi di cittadinanza attiva, sindacati presenti in moltissime aree della Penisola, non deve rimanere isolato. Deve essere accompagnato da un altro: “riqualificare le nostre città per tutti i loro abitanti”.

Non è vero che non ci siano esigenze di nuovi interventi di trasformazione delle città e dei territori. Insieme a un serio programma di difesa del suolo e di ricostruzione di ambienti compromessi bisogna dedicare attenzione e risorse alle esigenze che richiedono trasformazioni di tipo urbano (soprattutto alloggi a condizioni accessibili alle fasce meno dotate della popolazione le attrezzature collettive necessarie e, dove serve, spazi per le nuove attività produttive).

Per queste esigenze esistono in ogni comune e in ogni territorio vaste aree urbanizzate e non utilizzate: dalle caserme alle zone industriali semivuote, alle fabbriche obsolete ai servizi trasferiti altrove, dalle zone urbane degradate o compromesse dall’abusivismo. Tutte possibilità di trasformazione e ri-utilizzazione su cui è possibile impegnare le intelligenze e le capacità professionali dei tecnici, e le risorse follemente impiegate nelle devastanti Grandi opere, inutili a tutti fuorché alla crescita dell’Ego dei promotori (primi ministri o sindaci che siano) e a quella del conto in banca di quanti approfittano del banchetto.

Questo articolo è stato postato su Tiscali il 14 dicembre 2009, e lì riceve numerosi commenti.