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sognatori di miserie nella città diffusa



da Eddyburg
 
Sognatori di miseria nella città diffusa
Data di pubblicazione: 19.02.2010
 
di Fabrizio Bottini
Pian piano la verità ha cominciato a comporsi a mosaico: prima qualcuno ha notato gli steccati un po’ meno lindi delle villette, poi le automobili meno nuove, o piccoli segnali di disagio come gli affari tentennanti del supermercato …

Alla fine sono stati gli analisti a impugnare dati e tabelle, a sigillare l’acquisizione della scoperta: il suburbio all’americana non dà né benessere, né ricchezza, né prospettive per il futuro. Ovvero anche lì ci sono pochi (sempre di meno) che stanno molto bene, e tantissimi (sempre di più) che scivolano verso la soglia di povertà.

Ma c’è di più. I dati statistici si raccolgono per circoscrizioni urbane e circoscrizioni suburbane, e dopo la crisi dei subprime e quella economica generale che l’ha seguita a ruota emerge una divaricazione. Da un lato le città sembrano rispondere bene agli investimenti di stimolo economico. Dall’altro il suburbio a parità di investimenti non vede neppure lontanamente risultati paragonabili. E dove gli analisti, dati alla mano, individuano la differenza fondamentale?

Nella materia prima dell’american dream: il suburbio, risposta individualista alla città tradizionale, manca quasi del tutto delle reti sociali ed economiche in grado di far partire meccanismi di sviluppo. Ovvero, non è affatto il motore economico cantato per anni dagli esegeti di certa destra, ma il suo esatto contrario, una tara che spreca risorse umane, ambientali, economiche, energetiche e chi più ne ha più ne metta.

Fin qui, le recentissime conferme della Brookings Institution, nel rapporto The Suburbanization of Poverty (gennaio 2010). Nel frattempo da noi infuria la campagna per le elezioni, e cosa succede? Succede che si ascoltano ancora le sciocchezze degli esegeti della città diffusa e di certo sviluppo locale che fa riferimento alla dispersione urbana. Ma dove vivono? E perché li ascoltiamo?