[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

il consumismo che uccide la terra



 

Il consumismo che uccide la Terra
Data di pubblicazione: 30.04.2010

Autore: Ragozzio, Guglielmo; Forti, Marina

Estrarre per produrre, produrre per consumare, consumare per vendere, vendere per incassare. E, di nuovo, distruggere.Due articoli dal manifesto, 30 aprile 2010

FUOCHI DI APRILE
di Guglielmo Ragozzino

La macchia nera nel Golfo del Messico ha questo di particolare. Si tratta di un guasto causato dagli umani con conseguenze gravi sulla natura, sulle coste, sulle paludi, sul volo degli uccelli. Il fuoco che esce dal mare, con tutto il carico di sostanze inquinanti, inarrestabile, micidiale, è certamente opera dei più esperti e accreditati apprendisti stregoni del nuovo millennio: petrolieri, costruttori di isole in mezzo al mare, appaltatori di servizi per gli eserciti più potenti di sempre: Bp, Transocean, Halliburton. Deepwater Horizon, questo il nome dell'isola artificiale sprofondata nel mare, è l'esatto contrario del vulcano islandese, innocuo di fatto dal punto naturale, ma capace di precipitare nel disastro l'economia degli uomini, il sistema dei nostri voli in mezza Europa. Inutile parlare di contrappasso, di vendetta orgogliosa dell'uomo contro la natura: «sono capace anch'io, caro vulcano Eyjafjallajökul. Anzi so fare più danni di te». È certo invece che per la seconda volta nel mese si è mostrata la fragilità del nostro modello di sviluppo: una corsa ignorante, senza pause, senza riflessione, priva di protezione e di garanzie, sotto la spinta del profitto ad ogni costo.
Ma non basta. È stato in aprile, il primo aprile, che Barack Obama ha fatto lo scherzo di capovolgere la sua politica in tema di ricerca del petrolio off-shore, aprendo gran parte della costa orientale, dalla Florida al Delaware, alle esplorazioni di petrolio e di gas. Il presidente parlava in una base militare, a Andrews in Maryland e per assicurare agli ambientalisti che la sua prima scelta era sempre la riduzione dell'inquinamento - o forse la seconda scelta, essendo ormai la prima l'indipendenza energetica - ha concluso affermando di aver «ordinato 5.000 auto ibride per la flotta governativa».
Molti, sulla destra, hanno allora visto il presidente infine libero dalle fisime ecologiste; non sulle posizioni del «drill baby drill» di Sarah Palin, ma solo per un pudico ritegno. C'è chi ha suggerito l'esistenza di complicate alchimie tra legislazione ambientale e immigrazione, un dare e un avere tra un Senato infedele e una Camera già distratta dalle elezioni di novembre. Solo che di fronte alle future, scintillanti cinquemila auto ibride, ci sono sporchi e attualissimi i cinquemila barili di petrolio in mare, ogni giorno; quelli che spinti dalla corrente si avvicinano alle coste della Louisiana, cinque anni dopo l'uragano Katrina, per portarvi distruzioni e miseria. Ci sono 11 morti e feriti per la piattaforma affondata, indicibili disastri nel mare e sulla costa. Può darsi che adesso Obama ci ripensi, ma si è fatto tardi.
Sempre in aprile, il 27, dopo il disastro, le agenzie hanno pubblicato le cifre di Bp, il padrone di quel petrolio. Vendite del primo trimestre 73 miliardi di dollari, contro i 47 del 2009; utili degli azionisti 6,1 miliardi, contro i 2,6 dell'anno prima. La produzione ha raggiunto i 4.010 barili al giorno, mille in meno di quanto Bp perde ogni giorno per l'affondamento di Deepwater Horizon. Povera Bp! Faremo una colletta per lei.
PERICOLO greggio
LA LOUISIANA DICHIARA LO STATO D'EMERGENZA
di Marina Forti

Potrebbe arrivare già questa sera sulle coste della Louisiana, la marea nera provocata dal petrolio che sta sgorgando da un pozzo della British petroleum nel Golfo del Messico. E rappresenta ormai un disastro «di portata nazionale», ha detto ieri Janet Napolitano, capo del Dipartimento alla sicurezza interna (la «Homeland security»). Mentre il portavoce della casa Bianca Robert Gibbs ha detto che il presidente Barack Obama ieri ha cominciato il suo breefing quotidiano di intelligence con un aggiornamento sulla situazione.
La chiazza di petrolio aveva raggiunto ieri le dimensioni dell'intera pianura padana, con un fronte di oltre 160 chilometri. In alcuni punti è già a una trentina di chilometri dalla costa della Louisiana, vicino all'estuario del Mississippi: zona di stagni, isolette, zone protette marine e zone di allevamenti di ostriche e gamberi.

Quello che è peggio, il petrolio continua a sgorgare: e al ritmo di circa 5.000 barili di greggio al giorno, cinque volte più dei mille suggeriti dalle prime stime. L'ammiraglio Mary Landry, comandante della Guardia costiera degli Stati uniti (è lei che ha il comando delle operazioni federali per contenere il disastro) ha convocando la stampa mercoledì a tarda sera per annunciarlo. Le nuove stime, ha spiegato, risultano dalle osservazioni aeree sulla traiettoria della chiazza nera, la sua densità e altre variabili.

Tutto è cominciato con l'esplosione di una piattaforma petrolifera, il 20 aprile - 11 lavoratori sono stati presumibilmente uccisi, ma i loro corpi non sono stati ancora trovati. L'esplosione ha provocato un incendio e due giorni dopo i resti della piattaforma - la Deepwater Horizon, della società svizzera Transocean - sono affondati. Nel frattempo la tubatura che dalla piattaforma raggiungeva la bocca del pozzo petrolifero, a 1.500 metri di profondità, si è adagiata sul fondale: si pensava che il petrolio sgorgasse da un solo punto di rottura, ieri la Bp ha detto che altri due punti di perdita sono stati individuati, più vicini alla fonte.

Contenere il disastro è l'opera in cui ora sono impegnati la guardia costiera Usa e le due aziende coinvolte - Bp, che è responsabile (anche finanziariamente) della ripulitora, e Transocean. Mercoledì sera la Guardia costiera ha cominciato a condurre il primo «incendio controllato»: significa raccogliere il petrolio in una zona circondata da barriere ignifughe galleggianti, in modo che l'area sia delimitata e la densità del petrolio sia maggiore, e bruciarlo. Pare che l'operazione abbia avuto successo - gli esperti considerano «successo» se si brucia circa la metà del petrolio delimitato. Non è la soluzione definitiva, si può fare su aree limitate; e poi il 97% dell'attuale marea nera è costituta da un'emulsione di petrolio e acqua, su cui il fuoco non è una soluzione efficace.

L'incendio, insomma, «è uno degli strumenti» da usare, non l'unico, ha spiegato ieri l'ammiraglio Landry. E in questo momento si stanno usando un po' tutti i rimedi del caso. Bp ha mandato aerei e una trentina di navi a spruzzare solventi chimici. Aveva cercato di usare veicoli sottomarini telecomandati per andare a tappare il pozzo alla fonte, ma l'operazione per ora è fallita. Sta preparando delle cupole galleggiandi da piazzare sulla perdota, sul fondale, per poi raccogliere il greggio: ma è un'operazione finora mai tentata a quella profondità, e che richiederà almeno tre o quattro settimane. Transocean sta cercando di scavare un secondo pozzo «di sfogo» per prosiugare il primo. Ma questo richiederà ancora più tempo. Tony Hayward, capo esecutivo di Bp, l'ha definita ieri «la più ampia operazione di contenimento nella storia». Non è detto che basti. Il dipartimento alla difesa ha offerto di intervenire, se non bastassero i mezzi privati della Bp.
Intanto la marea nera si allarga. E sulle coste di Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida, la Guardia costiera e le autorità locali stanno preparando migliaia di chilometri di barriere. Perché ormai è chiaro che il petrolio arriverà sulle coste: «Siamo qui un po' a pregare, un po' a incrociare le dita», diceva ieri il presidente dell'Associazione dei coltivatori di ostriche.

La Louisiana ha dichiarato ieri lo stato d'emergenza. Il computo dei danni non sarà lieve: e poiché questo è un tema a cui «i mercati» sono sensibili, ieri le azioni di Bp e di Transocean sono scese del 6% - dal giorno dell'esplosione hanno perso il 14% del valore.