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Ecologia e ambiente obiettivi dell´equità
Data di pubblicazione: 15.06.2010

Autore: Urbinati, Nadia

Imprigionata nel presente come l’economia, la politica non sa vedere le connesse emergenze dei nostri tempi. La Repubblica, 15 giugno 2010

I disastri naturali ed ecologici sono l´imprevedibile che mette a dura prova la politica dettando le forme e i costi degli interventi, imponendo la sua temporalità. Come le guerre, sono un´alterità radicale rispetto alla politica. L´istituzione di agenzie di intervento rapido e di soccorso, come la nostra Protezione Civile, sono nel migliore dei casi efficaci nel tamponare gli effetti del disastro e, come si dice con un tono ottimistico che a volte rasenta il cinismo, aiutare il ritorno alla normalità. Nel frattempo, milioni di persone soffrono e in molti casi perdono letteralmente tutto, come abbiamo visto in Abruzzo, Louisiana, Haiti e nei numerosi luoghi devastati dai cataclismi.

Ma è proprio corretto parlare di imponderabile e imprevedibile? La domanda è retorica nel caso dei disastri ecologici poiché qui il fattore umano, colpevole o negligente che sia, è determinante. Secondo Anthony Giddens, che è intervenuto recentemente al 20th European Annual Meeting di Amalfi organizzato dal Dipartimento di Studi Politici dell´Università la Sapienza, la scienza sociale e la politica farebbero bene a considerare le questioni climatiche come parte delle politiche sociali, insieme ai disastri ecologici e ai cataclismi naturali, non perché si sia in grado di determinare un rapporto causale tra loro, ma perché il mutamento climatico, i disastri ecologici e la crisi energetica ed economica sono incasellabili come emergenze del nostro tempo tra loro integrate. Di fronte alle quali, secondo Giddens, la politica dimostra tutta la sua deprimente inconsistenza, persa a gestire, spesso molto male, l´amministrazione quotidiana, stordita in un letargo che la tiene fissa al bricolage del presente.

La politica ha perso o deperito la vocazione a progettare e indirizzare la società civile e l´economia verso un fine che dovrebbe essere quello di realizzare le promesse democratiche: più eguaglianza, più o meglio distribuito benessere. Ma l´appello alla politica non deve essere inteso come un appello al ritorno del "big government", però. Giddens è stato tra i padri fondatori della "terza via" che ha messo sotto accusa lo statalismo sociale e non ha alcuna intenzione di rovesciare la propria posizione. La sua proposta è quella di applicare la partnership pubblico-privato, mercato-stato che era della terza via, alle questioni ecologiche e dei mutamenti climatici. Propone alla politica di riacquistare un´autorevolezza progettuale per porre regole, limiti e promuovere azioni di stimolo o di dissuasione; per impedire che il mercato sia solo nella cabina di regia.

Comprendere la natura della sfida del cambiamento climatico è essenziale. Secondo Giddens, questa sfida può essere governata riuscendo a portare il mercato a fare ciò che spontaneamente tende a non fare, soprattutto in casi come questi: considerare il futuro come una risorsa. La politica come correzione della miopia endogena all´economica. Progetto e regole, gli strumenti delle comunità politiche, sono improrogabili quando eventi solo in parte prevedibili o non prevedibili affatto travolgono la natura e la vita di milioni. L´uragano Kathrina o il disastro ecologico del Golfo del Messico targato BP sono invariabilmente portatori di povertà o perché si abbattono su regioni povere (anche quando parti di uno stato non povero come gli Stati Uniti) o perché causano impoverimento o aggravano l´esistente povertà. La sfida è chiara e non c´è chi non condivida l´inadeguatezza degli strumenti fin qui usati. Lo stato sociale era organizzato secondo previsione più o meno certe, basate su una regolarità e normalità delle relazioni sociali. Pensare al futuro era in qualche modo parte dell´investimento. Come si può incoraggiare il mercato a pensare in termini di futuro in situazioni di rischio radicale come sono quelle naturali? E´ proprio questa domanda che dovrebbe convincere a considerare i mutamenti ambientali e climatici come parte della elaborazione politica e sociale.

A provare che i cambiamenti climatici hanno cambiato i comportamenti economici tradizionali è il mutamento delle strategie delle assicurazioni: i rischi di alluvione, per esempio, sono diventati così alti che le assicurazioni coprono solo parzialmente o per nulla. Indubbiamente la frequenza e la gravità di queste calamità è messa in conto dalle assicurazioni (e questo vale ad ammettere che esiste una relazione tra mutamento climatico e disastri naturali) e se questo è vero, allora è urgente la riscrittura delle regole per indurre le compagnie assicurative a mutare le loro strategie. Incoraggiare il mercato – quello delle assicurazioni in modo particolare – è un´impresa tutt´altro che facile come la battaglia di Barack Obama per una riforma sanitaria seppur minima ha dimostrato. È arduo convincere le corporations che si deve proteggere chi è vulnerabile; compito della politica è convincere che è conveniente farlo. Giddens propone esplicitamente di "assicurare i poveri" o i disastrati del mutamento climatico come si assicura la vecchiaia o la malattia. Questa sarebbe la nuova frontiera dell´utopia pragmatica: inserire l´ambiente e l´ecologia tra gli obiettivi dell´equità, come la salute o l´educazione. Fare dell´ecologia a un tempo un progetto di giustizia sociale e un progetto di innovazione tecnologica al servizio del benessere generale.

Il padre teorico della "terza via" – che la Regina d´Inghilterra ha da poco elevato a Lord – ha mantenuto intatta la fiducia nella partnership virtuosa di pubblico e privato per la costruzione di una società dell´equa condivisione di responsabilità rispetto alla vulnerabilità. Tuttavia questa volta l´aspetto utopico è molto più accentuato di quanto non lo fosse quando si trattava di rinegoziare lo stato dei servizi sociali. Anche perché quella terza via ci ha lasciato una politica che è indubbiamente più debole, al punto che, come assistiamo da due anni, gli stati democratici pare non abbiano sufficiente autorità per imporre ai mercati finanziari regole di trasparenza e di responsabilità verso la comunità. Il capitale finanziario non ha confini né patria, soprattutto è indifferente alla materialità e alla produzione di beni. Perché dovrebbe sentire solidarietà per i vulnerabili dei cambiamenti climatici? E, poi, se i governi destinano finanziamenti per assicurare chi è colpito dalle catastrofi, non c´è il rischio che i disastri diventino cose economicamente vantaggiose e trattate come tali? C´è un assunto non detto nella "terza via" ecologica che non è convincente: che le corporations siamo mosse nelle loro decisioni da un senso civico o umanitario. E c´è un assunto ancor meno dimostrabile: che le relazioni di forza tra mercato finanziario globale e stati sovrani nazionali siano come tra partner equipollenti. E´ un fatto che gli stati sono sempre più impotenti di fronte ai mercati (luoghi di disastri altrettanto imprevedibili di quelli naturali). La politica è riflesso dell´economia anche nel senso che con l´economia essa condivide lo stato di miopia, l´incapacità o la non volontà di progettare il futuro.