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come cambiare dal basso



Cambiare dal basso
Data di pubblicazione: 07.11.2010

Autore: Viale, Guido

Una proposta politica ragionevole e coerente per uscire dalla crisi dell'economia,
della democrazia e dell'ambiente. Il manifesto, 7 novembre 2010

Per chi guarda alla crisi in corso dal punto di vista di un mondo diverso
alcune questioni già ampiamente dibattute in altre sedi possono essere date
per scontate. Innanzitutto, se c'è o ci sarà una "ripresa" dalla crisi - il
che è ancora da vedere - non sarà granché; dei tre principali indicatori con
cui si misura l'andamento economico (Pil, profitti e occupazione), la
ripresa potrà riguardare il Pil di alcuni paesi, i profitti di una parte, e
una parte soltanto, delle imprese; ma sicuramente non riguarderà
l'occupazione e i redditi da lavoro. Meno che mai possiamo pensare di andare
incontro a una nuova fase di espansione economica, come quella dei
cosiddetti "Trenta gloriosi" (1945-1975); per lo meno nella parte del mondo
che ci riguarda. Investimenti e profitti sono ormai irreversibilmente
disgiunti da occupazione e migliori condizioni di lavoro.

Il pianeta Terra è sull'orlo di un baratro dovuto all'eccessivo consumo di
ambiente, sia dal lato del prelievo delle risorse che da quello
dell'emissione di scarti, residui e rifiuti. Crisi economica e crisi
ambientale sono indissolubilmente legate. Per questo, per garantire reddito
e condizioni di vita e di lavoro dignitose a tutti è necessario un profondo
cambiamento sia dei nostri modelli di consumo che dell'apparato produttivo
che li sostiene. Consumi e struttura produttiva sono indissolubilmente
legati: fonti energetiche rinnovabili, efficienza energetica, risparmio e
riciclo di suolo e di risorse, mobilità sostenibile e agricoltura biologica,
multiculturale, multifunzionale e a km0 sono i capisaldi del cambiamento
necessario. Questo cambiamento impone una radicale inversione di paradigma
nei processi economici, per sostituire alle economie di scala fondate su
grandi impianti e grandi reti di controllo economico e finanziario (come il
ciclo degli idrocarburi, dalla culla alla tomba) i principi del
decentramento, della diffusione, della differenziazione territoriale,
dell'integrazione attraverso un rapporto diretto, anche personale, tra
produzione di beni o erogazione di servizi e consumo. L'esigenza di
rilocalizzare e "territorializzare" produzioni e consumi riguarda ovviamente
le risorse e i beni fisici (gli atomi) e non l'informazione e i saperi (i
bit); ma questo corrisponde perfettamente al criterio guida di pensare
globalmente e agire localmente.

Le attuali classi dirigenti, sia politiche (di maggioranza e di opposizione)
che manageriali o imprenditoriali non sono attrezzate né sostanzialmente
interessate a un cambiamento del genere. La crisi potrebbe sviluppare
processi sia di compattazione autoritaria che di disgregazione del tessuto
connettivo dell'economia e della società. In entrambi i casi, pericolosi per
tutti. C'è pertanto bisogno di una diversa forza trainante, non solo per
essere realizzare, ma anche solo per concepire e progettare nelle loro
articolazioni qualsiasi trasformazione sostanziale.

Una forza del genere oggi non c'è, ma nel tessuto sociale di un pianeta
globalizzato si sono andate sviluppando nel corso degli ultimi due decenni
pratiche, esperienze, saperi e consapevolezze nuove, anche se prive di una
"voce" commisurata alla loro consistenza o di collegamenti adeguati; sia per
mancanza di risorse e di accesso ai media, sia, soprattutto, per le loro
caratteristiche ancora in gran parte locali o settoriali. Ma per una
riconversione di vasta portata non bastano la difesa, la rivendicazione e il
conflitto; servono anche progettualità, valorizzazione dei saperi e delle
competenze mobilitabili, aggregazione non solo dell'associazionismo, ma
anche di imprenditorialità e di presenze istituzionali. Una aggregazione del
genere delinea un perimetro variabile, ma essenziale, di una democrazia
partecipativa - compatibile e per molto tempo destinata a convivere con le
rappresentanze istituzionali tradizionali - le cui forme non potranno
necessariamente essere simili dappertutto.


Ho evitato finora di nominare termini come decrescita, democrazia a Km0,
conversione ecologica, socialismo, lotta di classe, partito e simili: parole
che possono dividere. Cercando di porre l'accento su quello che unisce o può
unire uno schieramento di idee, di pratiche e di organizzazioni più ampio
possibile. Qui di seguito, invece, prendo posizione su questioni che possono
non trovare più tutti d'accordo.

Innanzitutto ritengo che lo Stato e gli Stati siano la controparte e non gli
agenti di una trasformazione come quella delineata, che non può essere
governata o gestita, ma nemmeno progettata, dall'alto e in forma
centralizzata. Tanto meno possono svolgere un ruolo del genere la finanza
internazionale o gli organismi che la rappresentano a livello planetario o
quelli in cui si articola il loro potere.

In secondo luogo, ritengo sacrosanta e irrinunciabile la difesa
dell'occupazione e del reddito sui luoghi di lavoro, ma se si svolge senza
mettere in discussione logica e tipologia dei beni e dei servizi prodotti,
al di fuori di una prospettiva di riconversione della struttura produttiva e
dei modelli di consumo vigenti, è una lotta perdente. Per esempio non porta
a nulla chiedere che la Fiat produca più auto, che ne produca di più in
Italia, che produca modelli a più alto valore aggiunto, cioè di lusso, che
produca "auto ecologiche" (peraltro un ossimoro). Per questo ritengo fulcro
della riconversione il passaggio dall'accesso individuale ai beni e ai
servizi a forme sempre più spinte di consumo condiviso. Non si tratta di
"collettivizzare" i consumi, ma di associarsi per migliorarne l'efficacia e
ridurne i costi. Gli esempi a portata di mano sono i Gas (gruppi di acquisto
solidale) che nel corso degli ultimi due anni si sono diffusi in modo
esponenziale; quelli più promettenti sono l'associazionismo per gestire il
risparmio energetico, installare impianti di energia rinnovabile o
promuovere la mobilità flessibile. È un modello che può investire tutti i
servizi pubblici locali: trasporti, energia, rifiuti, acque, manutenzione
del territorio, welfare municipale. E poi cultura, spettacolo, istruzione,
formazione professionale e permanente; ma anche riuso di beni dismessi o da
dismettere, attraverso la promozione di una cultura e di una pratica della
manutenzione.

Certamente c'è bisogno di un quadro programmatico generale, non solo di
livello nazionale, ma anche internazionale. Ma in mancanza di soggetti e
agenti in grado o disponibili a farsene carico - e comunque impossibilitati
a realizzarlo nelle sue articolazioni territoriali - è a livello locale che
si gioca la partita; oggi un disegno programmatico generale può nascere solo
dal concorso di iniziative a carattere locale, ancorché concepite con un
approccio e un pensiero globali. Per questo la salvaguardia o la riconquista
di un ruolo fondamentale per i poteri locali - municipalità e i loro bracci
operativi - assume una valenza strategica generale: cosa che la campagna
contro la privatizzazione dell'acqua ha messo in evidenza.

Niente a che fare con il "federalismo" sbandierato dalla Lega. Non c'è mai
stato tanto accentramento e tanta espropriazione dei poteri locali -
dall'Ici alle decisioni sulla localizzazione degli impianti nucleari; dal
sequestro dei fondi Fas al taglio dei trasferimenti e all'accentramento
degli interventi straordinari nelle mani della Protezione civile, cioè della
Presidenza del consiglio, cioè della "cricca" - come da quando la Lega è al
governo. Ma la minaccia e l'ostacolo maggiori per qualsiasi prospettiva di
cambiamento radicale dello stato di cose presente sono rappresentati dalla
privatizzazione dei servizi pubblici locali, promossa e portata avanti sotto
le false sembianze della loro "liberalizzazione". Non solo perché essa
sostituisce il profitto alla valenza e alle finalità sociali dei "beni
comuni". Ma soprattutto perché il divieto o la limitazione dell' in house
providing, lungi dal promuovere l'efficienza dei servizi, innescano processi
di aggregazione e finanziarizzazione delle gestioni; e con esse un
progressivo e violento allontanamento dei poteri decisionali dal territorio
di riferimento in attività che sono essenzialmente "servizi di prossimità",
la cui efficacia dipende dal grado di controllo e di condizionamento - ma
anche di partecipazione e di coinvolgimento - che l'utenza riesce a
esercitare su di essi. La vicenda dei rifiuti urbani della Campania, la cui
gestione era stata affidata nella sua interezza a una multinazionale
estranea al territorio, dopo essere stata sottratta, con l'istituto del
Commissario straordinario e con la militarizzazione del territorio, al già
debole controllo delle rappresentanze istituzionali e della contestazione
dal basso, è un caso da manuale. Come lo è la vicenda del sequestro del
servizio idrico privatizzato in provincia di Latina.

Per questo la promozione di forme nuove di consumo condiviso - che vuol dire
controllo o condizionamento sulle condizioni in cui il bene o il servizio
vengono prodotti, distribuiti o erogati - è al tempo stesso via e risultato
di una democrazia partecipata che coinvolga la cittadinanza attiva e la
faccia crescere in numero e capacità di autogoverno: protagonisti ne
dovrebbero diventare, secondo le modalità specifiche proprie di ciascun
attore, i lavoratori e le loro organizzazioni, il volontariato e
l'associazionismo di base, le amministrazioni locali o qualche loro
segmento, le imprese sociali e quelle, anche private, soprattutto se a base
locale, disponibili al cambiamento. La progettazione e la realizzazione di
questo passaggio richiede comunque un confronto aperto tra tutti gli
interlocutori potenziali; un confronto che nella maggior parte dei casi
andrà imposto con la lotta; ma che in altri potrà essere favorito dal
precipitare della crisi.

Le proposte maturate e già sperimentate in anni di riflessione e di pratiche
in seno ai movimenti sono vincenti. In un confronto aperto e trasparente non
possono che prevalere. Il che non significa che si impongano anche le
soluzioni proposte: tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.