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poveri noi. Un saggio sul precariato



DA REPUBBLICA
MERCOLEDÌ, 01 DICEMBRE 2010
 
"La vita precaria ci fa diventare un Paese cattivo" 
 
 L´intervista/ Marco Revelli racconta il suo nuovo saggio È un´analisi sullo stato di sofferenza economica che mina il tessuto sociale
"L´impoverimento riguarda anche il ceto medio e i giovani senza più prospettive"
"Tra frustrazioni risentimenti e crisi d´identità ormai dilaga l´invidia sociale"
 
LUCIANA SICA

Sono i lavoratori del ceto medio e i giovani, i nuovi poveri in Italia. La situazione è peggiorata per tutti, più grave che all´inizio degli anni Ottanta quando si contavano sei milioni di persone in condizioni di indigenza. Oggi non soltanto sono almeno due milioni in più ma – secondo i dati Istat del 2008 – gli italiani messi ko da una spesa imprevista di settecento euro sono diciannove milioni, più di un terzo della popolazione. Proprio noi messi così male, noi che apparteniamo al "club dei grandi"?
È un ritratto dell´Italia reale, stridente nell´asprezza dei numeri con il racconto "apologetico" del potere, Poveri, noi, il breve saggio di Marco Revelli in uscita oggi da Einaudi (pagg. 128, euro 10). Il politologo, alla guida negli ultimi tre anni della Commissione d´indagine sull´esclusione sociale, racconta un Bel Paese più povero e molto più cattivo. Usa una metafora: come Gregor Samsa, il protagonista del celebre racconto di Kafka, anche noi un giorno ci siamo svegliati e ci siamo ritrovati irriconoscibili. Non solo delle canaglie con gli "ultimi" della piramide sociale che è meglio spingere sempre più in basso, meglio ancora se "fuori". Ormai con un´inedita ferocia trattiamo un po´ tutti gli "altri", quelli che per le ragioni più svariate stanno peggio di noi –negli ambienti di lavoro come anche in famiglia.
Professor Revelli, lei fa dubitare delle "magnifiche sorti e progressive" di questo Paese così pieno di simboli di un´opulenza anche ostentata. Non sarà un catastrofista?
«Sono i numeri e i fatti, le statistiche e le storie di cronaca che denunciano vistosamente l´estrema fragilità della nostra struttura economica, sociale e anche morale. Non solo non siamo in crescita, ma su un piano che inclina pericolosamente verso l´arretratezza. Viviamo una condizione generalizzata di malessere che disgrega il tessuto sociale, producendo una rottura a catena delle relazioni, dei legami, dei meccanismi più elementari della solidarietà. Gli effetti sono gravissimi sulla qualità e sulle prospettive della nostra democrazia».
La crisi morde anche sulle fasce finora considerate relativamente "forti" del mercato del lavoro: sul ceto medio. Chi sono questi nuovi poveri?
«Sono figure sociali estranee alla "cultura della povertà" che – per stile di vita, interessi, amicizie, rapporti professionali, modelli famigliari – appartengono a tutti gli effetti a una middle class che si considerava "garantita" contro il rischio del declassamento e a maggior ragione dell´impoverimento».
Faccia degli esempi.
«C´è l´ingegnere dell´Eutelia (ex Olivetti) ad altissimo livello di professionalità che contava su un reddito medio-alto e si ritrova "messo in mobilità". Ci sono i tanti impiegati delle industrie, i "quadri" tecnici d´improvviso privi di consulenze, i piccoli e medi commercianti schiacciati dalla grande distribuzione. Tutti fino all´altro giorno sicuri del proprio tenore di vita, e ora in grave affanno. E poi ci sono le donne, anche laureate e con una posizione professionale di tutto rispetto, costrette a cambiare radicalmente vita se si ritrovano sole – dopo una separazione, il che è molto frequente. Sono donne che spesso hanno figli, pagano una baby sitter, e magari anche il mutuo o le rate dell´auto... Non saranno "tecnicamente" povere, ma la loro è una condizione difficile, per quanto in genere dissimulata».
Sono invece tutt´altro che poveri "occulti" i giovani, derubati del presente e del futuro. Lei scrive che sono stati "massacrati". Non teme che l´espressione sia troppo forte?
«No, perché sono proprio loro le vittime sacrificali del declino del nostro Paese. Qui parlano i numeri: l´80 per cento dei posti di lavoro perduti tra il 2008 e il 2010 riguarda i giovani, quelli che erano entrati per ultimi nel mercato del lavoro, attraverso la porta sfondata dei contratti atipici, a termine, a somministrazione, a progetto... Precari nello sviluppo, disoccupati nella crisi, senza la copertura degli ammortizzatori, spesso senza neppure un sussidio minimo. La scelta di puntare esclusivamente sulla cassa integrazione ha aperto un ombrello sui padri, ma lasciando fuori i figli, licenziabili con facilità e a costo zero. I più istruiti e altamente qualificati, quelli che appartengono al "mondo dei cognitivi", alle nuove professioni come l´informatica, sono ormai ridotti a sottoproletariato».
C´è poi lo scandalo della povertà delle famiglie numerose, il 40 per cento concentrate nel Sud. Quanti sono in Italia i bambini che oggi non hanno niente e domani saranno degli adulti a rischio?
«Il Paese del Family Day ha il triste privilegio di avere il tasso più alto di povertà minorile dell´Unione europea. A inchiodarci a un 25 per cento è Eurostat: come dire che un minorenne su quattro vive in una famiglia molto disagiata, e che in questo Paese fare più di due figli è una maledizione».
Cosa ci sbattono in faccia – sgradevolmente – le statistiche dei poveri?
«La realtà di un Paese che arranca e l´illusionismo allucinatorio di un Paese virtuale da piani alti. In mezzo, tra le punte della forbice, trovano terreno fertile le frustrazioni e i veleni, i risentimenti e i rancori, le rese morali e i fallimenti materiali, le solitudini e le crisi d´identità che hanno sfregiato l´antropologia sociale italiana. L´indurimento del carattere nazionale e la diffusione dell´invidia come sentimento collettivo. L´intolleranza per le fragilità dei deboli, la tolleranza per i vizi dei potenti. Tutto il repertorio d´ingredienti che hanno nutrito le fiammate populiste, il "tribalismo territoriale" come forma di risarcimento, ma anche le più silenziose ondate di "esodo" dalla politica e dallo spazio pubblico».
Con quali effetti sulla qualità della democrazia italiana?
«I principi democratici vengono profondamente corrosi in un Paese dove cade la speranza nei meccanismi di redistribuzione del reddito e sembra impossibile attingere alla ricchezza dei pochi fortunati, dove chi è povero è destinato a rimanere povero e una parte consistente della popolazione cessa di considerare pubblicamente garantita la propria aspirazione a una vita degna. L´individuo insicuro della propria posizione e timoroso del proprio fallimento chiede al potere protezione e offre al potere fedeltà. Oggi questo scambio perverso riempie il vuoto lasciato dai diritti, ma né la discrezionalità dei diversi titolari dei poteri né la dedizione dei servi appartengono allo statuto della democrazia. Senza un segnale netto di alt a questa deriva, che implica un confronto duro con le attuali classi dirigenti, si rischia l´abdicazione al proprio status di cittadino e un ritorno alla passività del suddito». 

Il caso
 
Ripubblicato il libro di interviste di Alasia e Montaldi 
Le storie degli immigrati nella Milano anni ´50 
 
GUIDO CRAINZ

Alla fine degli anni Cinquanta Franco Alasia, che aveva già conosciuto e condiviso l´esperienza di Danilo Dolci in Sicilia, raccolse intense "storie di vita" fra gli immigrati giunti tumultuosamente nelle periferie milanesi dalle aree più povere del Paese. Vecchie e nuove forme di marginalità venivano così alla luce in modo prepotente, e Danilo Montaldi prese avvio da esse per un´analisi penetrante delle grandi trasformazioni in corso. Nacque così Milano, Corea, pubblicato nel 1960 da Feltrinelli e riproposto ora dalla Donzelli, un testo fondamentale per comprendere cosa hanno rappresentato quegli anni nel lungo e contraddittorio processo che ha portato a "fare gli italiani". Il libro scandaglia a fondo quei grandi flussi di uomini e di donne: «ciò che colpisce - scrive Montaldi - è il "consenso" di tutto un popolo che si muove, da ogni regione, per cause ogni volta diverse e particolari ma sempre estreme».
Ci fa cogliere sia i tratti talora "feroci" della nostra modernizzazione sia il permanere al suo interno di orizzonti mentali arcaici e di grandissime sacche di miseria. Non a caso, del resto, titolo e simbolo del libro sono le "coree", agglomerati disordinati e fitti di abitazioni costruite dall´oggi al domani dagli immigrati stessi: «mia moglie, quando è venuta su voleva tornare indietro - racconta un giovane campano - lì era la Corea, non Milano. Siamo a otto chilometri da Milano e ci manca tutto".
Montaldi segnala al tempo stesso il riproporsi in forme nuove di antichissimi scenari di fatica: «non diversamente dal tessitore del 1830», osserva, «il lavoratore industriale che arriva al mattino in Città dal Bergamasco tra viaggio e lavoro spende dalle 15 alle 18 ore quotidiane (…). L´alba della Città comincia a tanti chilometri di distanza con un risveglio di massa». Siamo, insomma, nel cuore del "miracolo economico" e delle sue contraddizioni: negli anni stessi delle "coree" sorgono a Milano, ad esempio, il grattacielo Pirelli o la Torre Velasca. E il libro di Alasia e Montaldi esce contemporaneamente a Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti o alla prosa "agra" de L´integrazione di Luciano Bianciardi.
Le storie di vita raccolte da Alasia illuminano di luce cruda anche i luoghi di partenza degli immigrati. Non di rado un Veneto poverissimo ("al mio paese ne è venuto via oltre la metà dopo la guerra"), che ha un "luogo" simbolico nel Polesine devastato dalle rotte del fiume ("venuta l´alluvione siamo rimasti proprio senza niente"). E naturalmente il Mezzogiorno: le testimonianze fanno cogliere sia le irruzioni della storia, con le occupazioni delle terre e le lotte per il lavoro, sia il permanere di "una preistoria ben contemporanea", per dirla con Montaldi, presente sin nel modo di misurare il tempo e lo spazio ("quello ce n´ave di terra, minimo minimo quattro ore di camminare con il cavallo sempre sulla sua terra"). Ancor più illuminanti sono però gli sguardi sulla "capitale del miracolo", che da un lato evocano una possibile via all´emancipazione ("sono arrivato a vivere nella nazionalità operaia"), dall´altro suggeriscono domande rilevanti anche per l´oggi
Milano, Corea ci ricorda infatti che quelle colossali migrazioni interne coesistono sino al 1961 con un permanere della legislazione fascista contro l´urbanesimo che le rende illegali e trasforma gran parte degli immigrati in "clandestini del lavoro" nella propria patria. Prosperano così le "cooperative", forme di appalto e subappalto "selvaggio" della manopera, e non vi è solo l´ingiustizia o l´estorsione praticata per questa via ai danni degli immigrati. Vi è un aspetto ancor più di fondo: la società moderna, meta di migliaia e migliaia di persone, si presentava ad esse profondamente segnata dall´assenza delle regole, dall´arbitrio e dalla sopraffazione; alimentava la diffidenza verso le strutture pubbliche, verso le istituzioni e il loro modo di essere. A chi si interrogava sulle conseguenze dei flussi migratori sulla società d´arrivo Milano, Corea rispondeva con un rovesciamento radicale: quali sono i guasti che la società d´arrivo, nel suo funzionamento concreto, induce in essi? Quanto contribuisce ad irrobustire al loro interno le tendenze meno virtuose, a favorire le mentalità e i comportamenti meno rispettosi delle regole? Un rovesciamento di bruciante attualità, come si vede.