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economia ambientale e agricoltura



da greenreport.it
[ 14 gennaio 2011 ] Economia ecologica
Gli agricoltori dell'Africa dimostrano che a innovare sono le comunità più
povere del pianeta
L'economia alimentare mondiale è anche al centro di problemi ambientali
globali
Presentato il rapporto "State of the World 2011"

Gianfranco Bologna
ROMA. Il problema dell'insicurezza alimentare globale costituisce uno dei
grandi temi con i quali l'agenda politica internazionale dovrà sempre più
confrontarsi, anche perché, come tutti i problemi del mondo odierno, è
strettamente collegato a tanti altri aspetti della sostenibilità globale,
quali il cambiamento climatico, la perdita e la trasformazione del suolo, i
problemi dell'agricoltura industrializzata ecc. Nel settembre scorso, la FAO
ha pubblicato il suo ultimo rapporto sulla situazione dell'insicurezza
alimentare a livello mondiale ("The State of Food Insecurity 2010", vedasi
www.fao.org) , sottolineando che oggi sono  925 milioni gli individui
sottonutriti - si tratta di 98 milioni in meno rispetto al 2009 .  Questo
dato in calo è incoraggiante, ma ovviamente il totale è ancora troppo
elevato e ben lontano da uno degli otto importanti Obiettivi di sviluppo del
millennio (Millennium Goals) che i governi di tutto il mondo si sono dati
nel 2000 e che prevede un dimezzamento delle persone affamate entro il 2015.
Allo stato attuale, il Ghana è l'unico paese dell'Africa subsahariana che
potrebbe raggiungere una significativa riduzione della sua percentuale di
affamati per quella data.
A livello globale, nei dati del 2010 sulla fame si è registrato un calo del
7,5% rispetto ai livelli del 2009. La riduzione si è concentrata
prevalentemente in Asia, dove la FAO stima che 80 milioni di individui in
meno soffrono la fame. Nell'Africa subsahariana, la diminuzione è stata
sensibilmente più contenuta. Qui, un terzo della popolazione soffre la fame.
Inoltre, nell'ultimo decennio, il numero complessivo di affamati nell'Africa
subsahariana è aumentato. In Burundi, nelle isole Comore, nella Repubblica
Democratica del Congo e in Eritrea la fame cronica affligge almeno la metà
della popolazione.
Complessivamente, donne e bambini costituiscono la maggioranza degli
affamati cronici. I prezzi elevati del cibo e i redditi più bassi aggiungono
alle famiglie più povere il rischio di non riuscire a garantire alle madri
in gravidanza, ai bambini e ai neonati un'alimentazione adeguata. Di fatto,
a livello globale, oltre un terzo della mortalità infantile è causata da
un'alimentazione inadeguata.
Gran parte degli uomini e delle donne, solitamente agricoltori, che vivono
con meno di 1,25 dollari al giorno risiedono in zone rurali, non possiedono
né terreni né infrastrutture e non hanno accesso ai servizi sanitari o
all'elettricità. Sempre più, però, le città sono interessate dalla fame.
Negli anni Ottanta e Novanta la popolazione urbana è cresciuta del 4%
l'anno, e anche i livelli di povertà hanno continuato ad aumentare. Nel
mondo, anche le persone che vivono negli slum sono in aumento, a un tasso
dell'1% l'anno. L'aumento dei prezzi degli alimenti durante la crisi del
2007/2008 ha colpito in modo particolare i poveri delle città. Nel 2009 la
FAO ha stimato che 4,1 milioni di poveri urbani in Kenya erano in una
posizione di "elevata insicurezza alimentare" e ben 7,6 milioni non erano in
grado di soddisfare il loro fabbisogno alimentare quotidiano.
Benché i prezzi alimentari globali siano calati dal 2008, sono rimasti
comunque al di sopra dei livelli precedenti al 2007, e il trend è stato
costantemente al rialzo nel 2009 e 2010. Molti tra i programmi di aiuti
alimentari non hanno potuto acquistare gli alimenti necessari, e in più la
recessione ha provocato una riduzione dei fondi per aiuti alimentari.
L'Agency for International Development degli Stati Uniti ha dichiarato che è
stata in grado di donare solamente 2,2 miliardi di dollari nel 2009, un
taglio del 15% rispetto al 2008.
Anche i finanziamenti per lo sviluppo agricolo sono in calo. Feed the
Future, la nuova iniziativa statunitense per l'agricoltura e la sicurezza
alimentare, ha in programma investimenti per 20 miliardi di dollari
nell'agricoltura africana entro i prossimi 10 anni. Si tratta di un
riconoscimento dell'urgenza di investire di più in questo settore, anche se
gran parte dei fondi devono ancora essere raccolti. Dal 1980, la percentuale
degli aiuti globali allo sviluppo destinati all'agricoltura è calata da
oltre il 16% al 4%. Inoltre, sono solo nove le nazioni africane che
stanziano almeno il 10% dei loro bilanci nazionali per l'agricoltura. Gran
parte dei poveri e affamati del continente dipendono dall'agricoltura per il
loro sostentamento. Tuttavia, la spesa pubblica in agricoltura è spesso
minore nei paesi con economie basate sull'agricoltura - in altre parole, gli
agricoltori sono, ironicamente, i più affamati di tutti.
Negli ultimi due decenni, i paesi meno sviluppati hanno fatto sempre più
affidamento sulle importazioni di alimenti. Nel 2005-2006, in 11 paesi
dell'Africa subsahariana la metà dei cereali utilizzati era d'importazione.
In 7 altri paesi, le importazioni ammontavano al 30-50% dei cereali.
Il Worldwatch Institute ha così deciso di dedicare il suo famoso rapporto
annuale sullo stato del mondo proprio alla problematica dell'alimentazione.
Il rapporto "State of the World 2011" coordinato da Danielle Nierenberg e
Brian Halweil è stato presentato a New York il 12 gennaio (l'edizione
italiana del rapporto, da me curata da 24 anni, sarà edita dalla meritoria
casa editrice Edizioni Ambiente entro marzo).
Il Presidente del Worldwatch Institute, Christopher Flavin scrive nella sua
introduzione: "Fino a poco tempo fa, gran parte dei politici riteneva che
l'unica strada per far progredire l'agricoltura in Africa fosse scommettere
tutto sulla Rivoluzione Verde - offrire più sementi produttive e più
fertilizzanti, aumentando così le rese. Si tratta di una formula semplice e
allettante, però in molti casi non ha funzionato. Le sementi e i
fertilizzanti sono spesso troppo costosi per la maggior parte degli
agricoltori poveri, e in molti casi non sono nemmeno disponibili. Inoltre, i
benefici di molti di questi progetti vanno a vantaggio di un esiguo numero
di grandi agricoltori, che possono produrre ingenti quantità di alimenti ma
fanno poco per la promozione dello sviluppo rurale.
Fortunatamente, l'idea secondo cui sarebbe possibile eliminare la fame nel
mondo col denaro e la tecnologia è ora messa in discussione non solo a causa
dei suoi limiti ma anche perché si accumulano le prove che dimostrano che i
nuovi approcci per la creazione di un sistema agricolo sostenibile possono
efficacemente integrare o sostituire gli elementi che si trovano nel
pacchetto dell'agricoltura standard. Ciò è particolarmente vero nell'Africa
subsahariana, dove migliaia di piccoli agricoltori attingono all'antica
saggezza culturale e, servendosi delle nuove tecnologie, producono cibo in
abbondanza, nel rispetto dei suoli locali e degli ecosistemi globali."
Il rapporto quindi documenta, come sempre in maniera chiara, rigorosa ed
avvincente, quanto il progetto del Worldwatch Institute "Nourishing the
Planet" ha sinora prodotto, anche attraverso analisi sul campo condotte in
25 paesi africani, scambiando opinioni con agricoltori e imparando dai loro
successi su argomenti quali l'irrigazione a goccia, la coltivazione sui
tetti, la silvicoltura e le nuove tecniche per proteggere il suolo. Il team
di ricercatori dedicato al progetto ha curato un'ampia raccolta ed analisi
dei progetti agricoli innovativi presenti in tante parti del mondo, e per
trasmettere tali informazioni a un pubblico sempre più ampio di lettori ha
avviato un apposito blog sul sito dell'Istituto (
www.worldwatch.org)
dedicato a Nourishing the Planet, oltre agli utenti di Youtube e Twitter.
Come ricorda Flavin il quadro che emerge è entusiasmante. Gli agricoltori
dell'Africa dimostrano che a innovare sono le comunità più povere del
pianeta - e ciò potrebbe avere un impatto sulla popolazione globale maggiore
di gran parte delle innovazioni ad alta tecnologia. Un cambiamento rapido e
proficuo è possibile a patto che venga conferito potere ai piccoli
agricoltori e in particolare alle donne, che in pratica controllano
l'agricoltura in Africa. Se anche una parte infinitesimale delle risorse che
ora si utilizzano negli allevamenti industriali statunitensi e nelle
piantagioni di soia brasiliane fosse investita in piccole aziende agricole
innovative, le nostre società con ogni probabilità non farebbero così fatica
a raggiungere l'obiettivo Nazioni Unite di dimezzare la fame nel mondo entro
il 2015.
Le questioni connesse all'agricoltura vanno ben oltre il problema immediato
della fame. In un momento in cui in molte aree del pianeta ci si sta
avvicinando ai limiti offerti dai terreni arabili e dalle disponibilità
idriche presenti, aumentare la produttività agricola sarà ancora più
essenziale che in passato.
L'agricoltura, come sappiamo, ha un enorme impatto sulla trasformazione dei
sistemi naturali e sui loro cicli. Molte delle innovazioni descritte nel
rapporto possono ridurre o annullare il danno che la produzione alimentare
spesso arreca all'acqua e al suolo nonchè ai servizi che gli ecosistemi ci
offrono gratuitamente e dai quali tutti dipendiamo.
L'economia alimentare mondiale è anche al centro di problemi ambientali
globali. L'agricoltura odierna, altamente dipendente dai combustibili
fossili, non solo contribuisce al riscaldamento globale - parte del carbonio
presente ora nell'atmosfera una volta era incorporato nelle profondità dei
terreni delle praterie dell'America del Nord e dell'Europa centrale - ma è
esposta a gravi rischi derivanti dai cambiamenti climatici. E' estremamente
interessante da questo punto di vista il progetto di ricerca sul cambiamento
globale dedicato all'alimentazione, nell'ambito delle straordinarie
iniziative dell'Earth System Science Partnership, il Global Environmental
Change and Food Systems (
www.gecafs.org).
Il presupposto su cui si basa il progetto Nourishing the Planet del
Worldwatch, come ricordano gli autori del rapporto, è semplice:
l'agricoltura è ormai giunta a un bivio. Dopo quasi mezzo secolo dalla
Rivoluzione Verde, una quota considerevole della famiglia umana soffre
ancora di fame cronica. Inoltre, gran parte dei risultati della rivoluzione
sono stati ottenuti con un'agricoltura intensiva che dipende pesantemente
dai combustibili fossili per input ed energia - e la domanda se i terreni
agricoli del pianeta possano produrre più cibo è eclissata dalla questione
se possano farlo senza compromettere i suoli, i cicli idrici e la diversità
delle colture da cui dipendiamo. A livello globale, i prezzi per gli
alimenti stanno subendo forti spinte al rialzo, sostenuti da una domanda in
rapida crescita di carne in Asia, di grano in Africa, di biocombustibili in
Europa e America del Nord e da altri fattori. In futuro, è poi probabile che
il cambiamento climatico possa aggravare tali pressioni, rendendo più
difficili le cose per gli agricoltori. L'obiettivo del progetto del
Worldwatch è proprio quello di individuare comunità, paesi e imprese che
possono diventare modelli per un futuro sostenibile ed attuare pratiche
agricole che aggiungano diversità alla catena alimentare e salvaguardino gli
ecosistemi.  In questo modo, se le singole innovazioni possano essere
utilizzate in modo da portare cibo sulla tavola non di un solo agricoltore
ma di cento milioni o più e anche ai consumatori che da esse dipendono, ciò
potrebbe cambiare l'intero sistema alimentare globale.
Come ricordano Nierenberg ed Halweil non esiste una soluzione unica a questo
problema come avviene per tutti i problemi della sostenibilità globale.
Anzi, gli approcci unidimensionali sono proprio quelli che hanno prodotto
gli effetti peggiori. I tentativi attuati in passato hanno fallito perché
hanno annullato la diversità o perché sono stati basati su sostanze chimiche
antropogeniche tossiche e su altri input che gli agricoltori non potevano
permettersi. Inoltre, hanno fallito poiché hanno ignorato quelle donne
dedite all'agricoltura o non hanno considerato la cultura alimentare come
modo per cambiare i modi in cui vengono coltivate le terre. E' ormai venuto
il tempo di promuovere ovunque uno stile di attività agricolo basato sulla
sostenibilità.