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le due grandi ipocrisie del federalismo di bossi



da repubblica.it

LE DUE GRANDI IPOCRISIE DEL FEDERALISMO DI BOSSI 
 TITO BOERI

Secondo Umberto Bossi la settimana che si sta aprendo sarà quella decisiva per il varo del federalismo fiscale. Fosse vero! In realtà rischia solo di sancire il passaggio dal federalismo al contrario perseguito coerentemente in questa legislatura a un federalismo ipocrita, che deresponsabilizza i politici locali, facendo pagare le imposte comunali proprio a chi non ha la possibilità di scegliere chi dovrà amministrare queste risorse.
Da quando la Lega, il partito che da sempre ha fatto del federalismo fiscale la propria bandiera, è andata al governo, la quota di entrate correnti di Regioni, Province e Comuni costituita da imposte proprie si è progressivamente ridotta. Tra il 2008 e il 2009 per tutti questi livelli di governo la fonte principale di finanziamento è consistita nei trasferimenti dallo Stato. Come dire che le amministrazioni locali dipendono sempre di più da scelte operate al centro, dalle decisioni prese a (se non da) "Roma ladrona". Un paradosso. Cui adesso si cerca di porre rimedio con l´assegnazione solo formale ai Comuni di tributi propri. Il decreto che la Lega vorrebbe approvato entro la prossima settimana è un capolavoro di ipocrisia: si dice una cosa per fare esattamente il contrario. Si candida a detronizzare l´altra grande opera del ministro per la Semplificazione legislativa nella gara per conquistare l´attributo di porcellum.
Il principio cardine del federalismo fiscale è quello di mettere i cittadini in condizione di valutare se le tasse da loro versate alle amministrazioni pubbliche sono utilizzate in modo efficiente per fornire i servizi pubblici da loro richiesti. Un Comune che gestisce male il proprio bilancio e che è perciò costretto ad alzare le tasse senza migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini potrà essere punito dagli elettori. Al contrario, un Comune efficiente potrà far leva sulla sua capacità di ridurre le tasse a parità di servizi, quando si presterà al giudizio degli elettori. Ma questo controllo democratico richiede che i cittadini possano identificare il politico locale come il responsabile sia della qualità dei servizi offerti ai cittadini che dell´entità delle tasse che vengono pagate per finanziare questi servizi. E soprattutto richiede che chi paga le tasse possa scegliere, con il proprio voto, chi dovrà gestire queste risorse.
Gli unici margini di autonomia impositiva concessi dal decreto ai Comuni con la bozza Calderoli riguardano tuttavia proprio la tassazione dei non residenti. Il nuovo tributo previsto dal decreto, la tassa di soggiorno, è per definizione a carico di chi non vive in quel Comune. Sarà dunque pagata proprio da chi non ha voce in capitolo nella scelta degli amministratori locali e, quindi, non ha alcuna possibilità di sanzionare il loro operato. L´Imposta Municipale sul possesso (l´imposta che sostituirà l´Ici) interverrà esclusivamente sulle seconde case, possedute in gran parte da non residenti, dunque tasserà anch´essa soprattutto chi non può scegliere i politici locali. Data la progressiva erosione della base imponibile (oltre all´esenzione totale delle prime case, verranno abolite diverse imposte erariali sugli immobili che valgono oggi fino a 3 miliardi di euro e verranno introdotte nuove detrazioni e non verranno tassate le attività commerciali operate dagli enti non commerciali) il grosso del prelievo graverà proprio su questi non residenti. Il decreto non offre numeri, ma nelle simulazioni si ragiona su di un raddoppio dell´aliquota dell´Ici sulle seconde case e gli uffici commerciali, che passerebbe dall´attuale 5-6 per mille fino al 12 per mille, più dell´1%, un patrimonio. Per avere un´idea dell´entità del prelievo, pensiamo che il proprietario di una seconda casa del valore di 250.000 euro potrà versare fino a 3.000 euro all´anno a un politico locale che non può eleggere. Siamo al trionfo della taxation without representation.
Ma c´è anche un´ipocrisia nell´ipocrisia. Riguarda la natura e l´entità delle agevolazioni fiscali concesse alla Chiesa. La Commissione Europea e la Corte di Giustizia ci chiedono di tassare allo stesso modo tutte le attività commerciali, perché il Trattato dell´Unione Europea vieta espressamente di avvantaggiare solo alcune delle imprese che operano sul mercato. Il decreto che la Lega vorrebbe approvato entro la prossima settimana prevede, invece, l´esenzione di tutte le attività compiute da enti non commerciali. La Chiesa gestisce cliniche private e alberghi, che si configurano come vere e proprie attività commerciali e che, dunque, andrebbero tassate come tutte le altre attività commerciali. Di quanto si tratta? Il presidente della commissione tecnica per l´attuazione del federalismo, Luca Antonini, minimizza. Secondo lui non sarebbero più di 70-80 milioni. Non ne siamo convinti. Primo perché Antonini ragiona con le aliquote attuali e non con quelle che vengono utilizzate nelle simulazioni che la commissione da lui presieduta sta svolgendo. Dato che si ragiona su aliquote doppie rispetto a quelle attuali, la cifra sottratta alle entrate comunali dovrebbe aggirarsi attorno ai 150 milioni, anche prendendo per buone le stime implicitamente fornite da Antonini sulla base imponibile sottratta all´imposizione. Ma anche queste stime ci sembrano poco plausibili. Si tratterebbe di circa 10 miliardi. Come dire che il valore catastale di tutti gli edifici adibiti ad attività commerciali dalla Chiesa e degli altri enti non commerciali in Italia non supererebbe i 10 miliardi. Oggi il valore complessivo di tutto il patrimonio immobiliare italiano al netto delle prime case si aggira attorno ai 1700 miliardi di euro. Possibile che tutti gli edifici religiosi e di altri enti non commerciali adibiti ad attività commerciali contino per solo lo 0,5% di questo patrimonio?