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ricerche e studi di economia ecologica



da greenreport.it
21 gennaio 2011
 
Alla ricerca (e allo studio) di una macroeconomia ecologica

di Gianfranco Bologna

ROMA. Mentre la situazione globale economico finanziaria non fornisce segni
di significativa ripresa, la situazione globale dei sistemi naturali sembra
peggiorare sempre di più. Come già indicato ai primi di dicembre dal grande
climatologo James Hansen, direttore del prestigioso Goddard Institute for
Space Studies (GISS) della NASA e autore dell'ottimo volume "Tempeste"
edizioni Ambiente, il dato conclusivo del 2010 ha fatto registrare l'anno
che si è appena chiuso come quello che si colloca in una situazione pari a
quella del 2005, come anno più caldo da quando esistono le registrazioni
strumentali della temperatura media della superficie terrestre, cioè da 131
anni. Un ulteriore segnale di un trend ormai molto significativo che
dimostra chiaramente il mutamento climatico in atto confermato dal fatto,
come ricorda Hansen, che il 2010 ha registrato alcuni fenomeni significativi
che normalmente agiscono come "raffreddanti" della temperatura, quali La
Nina ed una ridotta inattività solare. L'Organizzazione Meteorologica
Mondiale (World Meteorological Organization) ha incluso allo stesso livello
del 2005 e del 2010 anche il 1998 (vedasi il sito www.wmo.int)
I segnali che ci indicano la necessità di cambiare la nostra marcia, ancora
costantemente indirizzata sulla strada del continuo perseguimento della
crescita economica, sono sempre più chiari. Costruire e praticare un nuovo
sistema economico non costituisce certamente un compito facile ma il lavoro
teorico e pratico di tanti studiosi, gruppi di ricerca, istituzioni,
organizzazioni e comunità che stanno agendo per il cambiamento in tutto il
mondo ci aiuta a tratteggiare e ad esplorare nuove strade concrete e
praticabili, rispetto all'attuale.

L'ottimo volume dell'economista britannico Tim Jackson, dell'Università del
Surrey, ("Prosperity without Growth", edizioni Earthscan)  già più volte
citato nelle pagine di questa rubrica (e che uscirà a marzo in italiano
edito da Edizioni Ambiente) indica alcuni elementi chiave che devono
caratterizzare una nuova economia.
1. Individuazione di "tetti massimi" di utilizzo delle risorse ed emissioni,
e conseguenti obiettivi di riduzione.
Per ottenere un'economia sostenibile è fondamentale fissare dei "tetti"
massimi per l'utilizzo delle risorse e per le emissioni prodotte, stabilendo
obiettivi di riduzione al di sotto di tali valori. Ad esempio, gli obiettivi
di stabilizzazione e i "budget delle emissioni" di gas serra, oggetto dei
negoziati internazionali sui cambiamenti climatici, costituiscono un tipico
esempio di questo tipo di azione.
Tali "tetti"che derivano dall'analisi dei limiti ecologici, devono essere
considerati in base al principio di equità. In questo senso può risultare
molto utile il modello noto come "contrazione e convergenza", in cui si
definisce una quantità ammessa, pari per tutti, in modo che ognuno tenda ad
allinearsi a un livello sostenibile con chi deve inevitabilmente ridurre e
quindi "scendere" e chi, invece, può "salire" per raggiungere il "tetto"
indicato. è un approccio adottato in parte per le emissioni, ma si
potrebbero stabilire tetti simili anche per l'estrazione delle risorse non
rinnovabili scarse, la produzione di rifiuti (in particolare rifiuti tossici
o pericolosi), il consumo di acqua fossile e il tasso di sfruttamento delle
risorse rinnovabili. Si dovrebbero anche prevedere meccanismi efficaci per
il raggiungimento degli obiettivi al di sotto di questi tetti, come ha
proposto, tra gli altri, il primo World Resources Forum, tenutosi a Davos
nel 2009 (vedasi www.worldresourcesforum.org) .
2. La riforma fiscale per la sostenibilità
L'interiorizzazione delle esternalità prodotte dalle attività economiche è
un principio ormai accettato da almeno vent'anni. Imporre una tassa sulle
emissioni, per esempio, fornisce un segnale forte e chiaro sul valore che
diamo al sistema climatico e incoraggia gli individui, le istituzioni, le
imprese ad utilizzare processi, tecnologie e attività a basso impatto. Una
soluzione di questo tipo è già stata prevista dai cosiddetti "meccanismi
flessibili" del Protocollo di Kyoto e dallo schema europeo di commercio dei
diritti di emissione (EU-ETS, Emissions Trading Scheme) e permette lo
scambio di permessi al di sotto del tetto stabilito. Un'estensione
interessante di questa logica è l'idea di una riforma fiscale ecologica, che
sposti la pressione dagli elementi economici positivi (come il reddito) a
quelli ecologici negativi (come l'inquinamento). Le tasse sulle emissioni,
per esempio, potrebbero essere fiscalmente neutre in modo da non pesare su
imprese e famiglie, e potrebbero essere compensate da sgravi per i datori di
lavoro. Questa logica si è sviluppata nel corso di almeno un decennio, con
implementazioni di varia entità in tutta Europa, ma purtroppo, come ci
ricorda Jackson, siamo ancora ben lontani dal veder realizzata una riforma
fiscale ecologica significativa.
3. Sostegno per la transizione ecologica nei paesi in via di sviluppo
E' evidente che per le nazioni più povere va fatto spazio alla crescita di
cui hanno vitale bisogno. Tuttavia l'espansione di queste nazioni deve
comportare anche l'esigenza di assicurare, da subito, che il loro sviluppo
sia sostenibile e rimanga entro i limiti ecologici del pianeta. In
particolare sono necessari solidi meccanismi di finanziamento che mettano
quantità sufficienti di risorse a disposizione dei paesi in via di sviluppo.
Le Nazioni Unite hanno già individuato un meccanismo del genere: il
cosiddetto Fondo globale per l'ambiente o GEF (Global Environment Facility).
La situazione dei paesi cosidetti in via di sviluppo presenta anche un'altra
questione problematica: quale effetto avrebbe sulle loro esportazioni una
riduzione dei consumi nelle economie avanzate? In realtà oggi alcuni studi
indicano che nel lungo periodo il problema potrebbe essere meno spinoso del
previsto, perché nei paesi di recente industrializzazione la crescita
dipende soprattutto dai consumi nazionali e dal commercio con altre nazioni
simili. Tuttavia per qualche tempo sarà necessario dare un sostegno
strutturale alla transizione verso un'economia sostenibile dei paesi in via
di sviluppo. Il finanziamento, sia degli investimenti sia di queste esigenze
strutturali, potrebbe derivare da varie fonti, tra cui una tassa
sull'anidride carbonica pagata dalle nazioni più ricche per le importazioni
dai paesi in via di sviluppo oppure una Tobin tax sulle transazioni in
valuta estera.
4. Correggere il modello economico e sviluppare una macroeconomia ecologica
Tim Jackson fornisce nel suo volume, una chiara dimostrazione che
un'economia fondata sull'infinita espansione dei consumi materialistici,
basati a loro volta sull'indebitamento, è insostenibile dal punto di vista
ecologico, problematica da quello sociale e instabile da quello economico.
Per cambiare le cose occorre quindi sviluppare una nuova macroeconomia della
sostenibilità . Abbiamo bisogno di un motore economico la cui stabilità non
dipenda dalla continua crescita dei consumi e dall'espansione del throughput
materiale. Dobbiamo costruire questo modello il prima possibile, e ci sono
vari modi in cui la politica può aiutarci a farlo. Un passo cruciale è
sviluppare le competenze tecniche relative a quella che Jackson definisce
"macroeconomia ecologica". In sostanza questo significa che dobbiamo
riuscire a prevedere la reazione dell'economia all'imposizione di limiti più
stretti su emissioni e utilizzo delle risorse, e quindi riuscire a
ipotizzare scenari caratterizzati da diverse combinazioni di consumi,
investimenti, occupazione e crescita della produttività.
Per questo è fondamentale rivedere ciò che pensiamo di sapere sulla
produttività del lavoro e del capitale. Inseguire continui miglioramenti di
produttività del lavoro costringe l'economia a crescere per mantenere
costante l'occupazione; ma questa logica potrebbe non essere applicabile nel
caso di conversione dell'economia a servizi caratterizzati dall'impiego di
un numero maggiore di persone per unità di output . Nell'Unione Europea
l'impatto della produttività del lavoro decrescente è già un problema.
Invece di cercare di contrastare questa tendenza, sarebbe meglio dare inizio
a una transizione strutturale verso attività e settori a basso impatto e ad
alta intensità di lavoro. Un altro elemento chiave è costituito infatti dal
cosiddetto "investimento ecologico" . Anche in questo caso riveste un ruolo
centrale la produttività, ma questa volta si tratta di quella del capitale.
Gli investimenti ecologici avranno tassi di rendimento e periodi di recupero
diversi ed è probabile che, valutati secondo le tecniche tradizionali,
risulteranno "meno redditizi" di altri. Per questo sarà opportuno tenere
conto anche delle condizioni e degli obiettivi di tali investimenti. Inoltre
la nuova macroeconomia dovrebbe tenere conto in qualche modo del valore del
capitale naturale e dei servizi forniti dagli ecosistemi. Alla fine anche
queste voci dovranno essere integrate nella valutazione dello stock di
capitale, nelle funzioni di produzione e nel calcolo dei flussi di consumo.
Jackson ci ricorda che riuscire a far funzionare tutto questo rappresenta
una sfida enorme, ma appassionante. Non abbiamo modelli precedenti a cui
fare riferimento per sviluppare un nuovo e coerente quadro macroeconomico
della sostenibilità, ma questa è l'occasione di stimolare giovani e
brillanti economisti a elaborare un'economia adatta al futuro.
 a.. 5. Aumentare la prudenza finanziaria e fiscale
Negli ultimi vent'anni la crescita economica si è basata sui consumi
materiali basati sull'indebitamento e per sostenerli, ci ricorda Jackson,
siamo giunti a destabilizzare la macroeconomia, contribuendo all'attuale
crisi globale economico-finanziaria. Sta fortunatamente crescendo un
consenso generale rispetto alla necessità di inaugurare una nuova epoca di
prudenza finanziaria e fiscale, e molte proposte importanti sono già state
discusse a livello internazionale. Tra di esse vale la pena citare la
riforma della regolamentazione dei mercati finanziari nazionali e
internazionali; la messa al bando di pratiche di mercato incaute e
destabilizzanti (come le vendite allo scoperto); la riduzione (o la
commisurazione alla performance) dei premi elargiti ai dirigenti; le azioni
volte a contrastare l'eccessivo indebitamento privato e a favorire il
risparmio. E' importante anche la cosiddetta "Tobin tax", concepita dal
premio Nobel per l'economia James Tobin, come meccanismo per ridurre
l'effetto potenzialmente destabilizzante delle fluttuazioni valutarie, ma
che è stata proposta anche per limitare la mobilità del capitale in generale
o per finanziare lo sviluppo dei paesi emergenti (ridistribuendo le entrate
fiscali sotto forma di aiuti).Per stabilizzare i mercati finanziari si è
ipotizzato anche di aumentare il controllo dello stato sull'offerta di
denaro. Le banche devono mantenere una quota delle proprie risorse
economiche sottoforma di riserva per prudenza: maggiore è tale quota,
maggiore risulta essere il grado di prudenza.

.6.      Rivedere la contabilità nazionale

Il PIL in pratica è una misura che somma quanto spendono e risparmiano i
consumatori, oppure il valore aggiunto prodotto dalle attività economiche.
Ma numerosi studi dimostrano la sua inadeguatezza come misura utile anche
solo per valutare il benessere economico. Tra le altre cose il PIL non tiene
conto della possibile variazione degli asset, né del minor benessere dovuto
a una distribuzione disomogenea dei redditi; non valuta l'esaurimento delle
risorse materiali e di altre forme di capitale naturale, non considera le
esternalità dovute all'inquinamento e ai danni ambientali di lungo periodo,
e ignora il costo di criminalità, incidenti stradali, incidenti sul lavoro,
frammentazione della famiglia e altri fenomeni sociali negativi. Infine non
comprende alcun fattore di correzione per le spese difensive e posizionali,
e non misura affatto i servizi che non rientrano nelle logiche di mercato,
come il lavoro domestico e il volontariato.

Le critiche al PIL hanno ormai conquistato una certa credibilità e ne
abbiamo parlato più volte nelle pagine di questa rubrica, attirando molta
attenzione nel corso degli anni. Si è tentato più volte di costruire un
indicatore modificato che potesse dare risultati migliori; per esempio il
risparmio netto rettificato della Banca Mondiale, la misura del benessere
economico di Nordhaus e Tobin, e l'indice del benessere economico
sostenibile di Daly e Cobb. L'iniziativa Beyond GDP voluta dalla Commissione
Europea, dal parlamento Europeo, dal WWF, dal Club di Roma e dall'OCSE sta
provando di mettere a sistema questi tentativi e di promuoverli
adeguatamente (vedasi www.beyond-gdp.eu) , come anche il lavoro della
Commissione internazionale sulla misura della performance economica e del
progresso sociale (vedasi www.stiglitz-sen-fitoussi.fr) voluta dal
presidente francese Sarkozy con ben 5 Premi Nobel per l'Economia tra i suoi
membri (come Joseph Stiglitz ed Amartya Sen). I tempi sono ormai maturi per
sviluppare una contabilità nazionale in grado di dare una misura più
adeguata della performance economica.

7. Politiche sull'orario di lavoro

Jackson ricorda che ci sono due motivi particolarmente importanti per cui la
politica sull'orario di lavoro è significativa nel dare vita a un'economia
sostenibile. Il primo è che il numero di ore che le persone passano al
lavoro è connesso in modo diretto (attraverso la produttività del lavoro)
all'output. Per essere più precisi, l'output è dato dal numero di ore
lavorate moltiplicate per la produttività del lavoro. Se ipotizziamo che la
produttività aumenti ma l'output sia sottoposto a un tetto (per esempio per
motivi ecologici), l'unico modo per mantenere la stabilità macroeconomica e
lasciare agli individui mezzi di sussistenza sufficienti è dividere le ore
di lavoro complessive tra più persone. Questa è una soluzione che viene
adottata spesso, su scala ridotta, durante i periodi di recessione.

Il secondo motivo è che la riduzione dell'orario si può considerare di per
sé un vantaggio. Ironicamente, alcuni credono che farebbe aumentare la
produttività (e fu questa la logica dietro l'esperimento francese delle "35
ore" a settimana, che doveva dimostrare che chi passa meno tempo al lavoro è
più produttivo nelle ore di presenza perché è più riposato, attento e in
forma).

Per ridurre l'orario "d'ufficio" a favore di un miglior equilibrio tra vita
e lavoro si potrebbero implementare delle politiche specifiche che
prevedano: maggiore flessibilità di orario; misure contro la discriminazione
dei lavoratori part-time in termini di selezione, carriera, formazione,
sicurezza d'impiego e paga; miglior trattamento dei dipendenti (e maggiore
flessibilità da parte dei datori di lavoro) in caso di impegni personali,
maternità o paternità e periodi sabbatici.

8. Affrontare le ingiustizie

Le disparità di reddito radicate nel sistema aumentano il livello di ansia,
minano il capitale sociale ed espongono le famiglie più povere a maggiori
rischi di malattia e insoddisfazione. Le prove che dimostrano come le
disuguaglianze abbiano effetti negativi sia sulla salute sia sul benessere
sociale di ogni tipo di popolazione sono sempre di più. Affrontare queste
iniquità permetterebbe di ridurre i costi sociali, migliorare la qualità
della vita e cambiare la dinamica dei consumi utili solo ad affermare il
proprio status. Non si è ancora fatto abbastanza per invertire il trend di
lungo periodo che tende a far crescere le disparità di reddito; questo si
verifica soprattutto nelle economie di mercato liberali, nonostante esse
prevedano ormai da molto tempo politiche e meccanismi per ridurre le
disuguaglianze e ridistribuire la ricchezza.

Tra le possibili azioni da adottare Jackson ricorda: la revisione della
struttura delle imposte sul reddito, la definizione di livelli minimi e
massimi di reddito, il miglior accesso a istruzione di qualità, le leggi
antidiscriminazione, le misure contro la criminalità e la valorizzazione
dell'ambiente locale nelle aree degradate. Ormai questo tipo di politiche
sono sempre di più di fondamentale importanza.

9.  Misurare le capacità e la felicità umana

E' necessaria una valutazione sistematica delle capacità di essere felici
che le persone hanno in tutto il paese (e nei diversi segmenti demografici).
Tale valutazione dovrebbe concentrarsi in modo specifico sulla misura di
"variabili risposta" della felicità umana quali la speranza di vita, il
tasso di partecipazione scolastica, la fiducia, la resistenza della comunità
agli impatti e la partecipazione alla vita della società.

Sono già state fatte numerose proposte per ottenere questo tipo di
risultati. Anche le ipotesi di sviluppare una contabilità del benessere
attingono a questa logica del "misurare quel che conta davvero". Un passo
ulteriore potrebbe essere rappresentato dall'integrazione sistematica di
tale contabilità nel quadro di quella nazionale esistente, magari facendo in
modo che i conti di matrice economica riflettano le variazioni in quelli
relativi alla felicità.

10. Rafforzare il capitale sociale

Consapevoli che la prosperità dipende in parte dalla nostra capacità di
partecipare alla vita della società, non possiamo non soffermarci sulle
risorse umane e sociali che tale partecipazione richiede. Creare comunità
sociali resilienti e resistenti è più importante che mai di fronte agli
shock economici. La forza della comunità può fare la differenza tra disastro
e trionfo di fronte al tracollo economico.

Serve un gran numero di politiche per aumentare il capitale sociale e
rafforzare le comunità. Occorre, tra le altre cose, creare e proteggere
spazi pubblici condivisi, incoraggiare le iniziative a favore della
sostenibilità che nascono dal basso, ridurre la mobilità geografica dei
lavoratori, offrire formazione per i lavori "verdi", facilitare l'accesso
alla formazione continua, delegare alle comunità maggiori responsabilità in
materia di pianificazione e proteggere le emittenti di servizio pubblico, i
musei, le biblioteche, i parchi e gli spazi verdi.

11. Smantellare la cultura del consumismo

Il consumismo in parte si è sviluppato come mezzo per proteggere la crescita
economica basata sui consumi, ma promuove una competizione sterile per
l'affermazione dello status e può avere effetti sociali e psicologici
dannosi sulle persone. La cultura consumistica è trasmessa da istituzioni,
media, norme sociali e da una pletora di segnali, velati o meno, che
incoraggiano la gente a esprimersi, cercare un'identità e trovare il
significato della propria vita attraverso beni materiali. Per smantellare
questa complessa struttura di incentivi sarà necessario non abbassare mai la
guardia di fronte alla miriade di modi in cui essa viene costruita.

La cosa più ovvia è che ci sarà bisogno di regolamentare in modo più
stringente i media commerciali, con particolare attenzione al ruolo della
pubblicità mirata ai bambini. In molti paesi, tra cui per esempio Svezia e
Norvegia, è vietato trasmettere in TV pubblicità destinata a bambini sotto i
12 anni. In altri casi sono state create zone protette dove gli spazi
pubblici non possono essere invasi dai messaggi commerciali, come quella
istituita dalla "Legge Città Pulita" a San Paolo in Brasile. Una terza
strategia può essere quella di sostenere i media di servizio pubblico con
finanziamenti governativi sistematici. Inoltre si potrebbero migliorare le
prassi commerciali in modo da proteggere i cittadini in qualità sia di
lavoratori sia di consumatori. Il commercio equo e solidale dà un ottimo
esempio dei risultati che le imprese possono raggiungere grazie ad azioni
spontanee in questa direzione, ma non è abbastanza diffuso da proteggere gli
standard etici ed ecologici lungo tutte le catene di distribuzione; inoltre
non può garantire che le persone acquisiscano consapevolezza delle questioni
che combatte e modifichino le proprie abitudini di acquisto di conseguenza.

Gli standard di mercato dovrebbero anche considerare la durata dei beni di
consumo: l'obsolescenza programmata e percepita è una delle piaghe della
società usa-e-getta, e mina i diritti e gli interessi legittimi di
consumatori e cittadini.

Dipanare la cultura del consumismo e cambiare la sua logica sociale, ricorda
Jackson, richiederà uno sforzo consistente e metodico, quanto quello che in
passato ci ha permesso di consolidare questo modello. è importante notare
però che non si tratterà solo di una serie di rinunce: si dovranno offrire
alle persone anche alternative realistiche allo stile di vita consumistico,
incrementando la loro capacità di essere felici in modi meno materialistici.