[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

perchè è giusto dire: piove, governo ladro



da Eddyburg
 
Il territorio abbandonato
Data di pubblicazione: 03.03.2011

Autore: Valentini, Giovanni

Perché è giusto dire "piove, governo ladro". Oggi più che mai, in Italia. La
Repubblica, 3 marzo 2011

Non pioveva così da quarant'anni, secondo le imperturbabili statistiche
della meteorologia nazionale, nelle Marche flagellate dal maltempo. E di
fronte alla tempesta di acqua, neve e vento che imperversa da un capo all'altro
dello Stivale, è forte la tentazione di ricorrere ancora una volta al
cinismo di un vecchio proverbio popolare, per dire che da quarant'anni non
avevamo un governo tanto incline all'appropriazione indebita e al consumo
del territorio. Ma in realtà questa è solo l'ultima puntata, in ordine di
tempo, di una storia infinita che purtroppo dura da sempre e ormai ha
trasformato la nostra beneamata penisola nel Malpaese più sinistrato e
vulnerabile d'Europa. Auguriamoci che, prima o poi, arrivi a un epilogo
ragionevole.

Non c'è disastro o calamità naturale infatti che possano essere relegati
nella dimensione biblica della fatalità, senza chiamare in causa le
responsabilità o quantomeno le corresponsabilità dell'uomo, l'uomo di
governo e l'uomo della strada, il potente e il cittadino comune. Vittime,
feriti e dispersi; frane, smottamenti e alluvioni; danni e rovine non sono
altro che il triste risultato del combinato disposto tra la furia degli
elementi e l'inerzia o l'incuria degli esseri umani. Tutto è, fuorché
emergenza: cioè eventualità imprevista e imprevedibile, caso fortuito,
accidente della storia.

Non sorprende perciò più di tanto neppure la notizia che in Indonesia la
ricostruzione post-terremoto sia proceduta più rapidamente che all'Aquila.
Nonostante la retorica dei trionfalismi governativi, qualcuno avrebbe potuto
meravigliarsi semmai del contrario.

C'è sempre la mano dell'uomo, il suo intervento, la sua assenza o comunque
la sua complicità, nel dissesto del territorio che aggrava gli effetti e le
conseguenze dei fenomeni naturali. Vale a dire il consumo eccessivo del
suolo, l'alterazione diffusa dell'assetto idro-geologico, la
cementificazione selvaggia delle coste, l'abusivismo e quantaltro. Quando le
colline o le montagne franano a valle, molto spesso il fenomeno dipende dal
disboscamento incontrollato che taglia gli alberi e distrugge la "rete"
sotterranea delle radici. Quando i fiumi esondano, allagando le campagne e
mietendo vittime, la causa più frequente è la deviazione degli alvei
originari o la trasformazione artificiale degli argini. E così via, di
scempio in scempio.

Manca una politica organica del territorio, difetta la prevenzione, si
dispensano di tanto in tanto sanatorie o condoni: e allora sì, il governo è
veramente "ladro", perché sottrae alla collettività e alle generazioni
future un patrimonio irriproducibile. Ma manca perfino l'ordinaria
manutenzione, quella che tocca innanzitutto allo Stato, agli organismi
centrali e alle amministrazioni locali. E spetta però anche al privato
cittadino: all'agricoltore, al proprietario, all'inquilino o al singolo
condomino, a ciascuno di noi insomma nel proprio habitat vitale, per
promuovere quella che Salvatore Settis chiama "azione popolare" nel libro
intitolato Paesaggio, Costituzione, Cemento, invocando una battaglia per l'ambiente
contro il degrado civile.

Politica del territorio significa, innanzitutto, governo e gestione del
territorio. Cura, controllo, progettazione, pianificazione. Ma, ancor prima,
significa cultura del territorio: cioè conoscenza e rispetto. Consapevolezza
di un bene comune, di un'appartenenza e di un'identità. E quindi, difesa
della natura, dell'ambiente, del paesaggio.

Un fango materiale e un fango virtuale minacciano oggi di sommergere l'Italia.
Il fango prodotto dal maltempo, dall'acqua e dalla terra. E il fango
prodotto dal malcostume dilagante, dall'affarismo e dall'edonismo sfrenato.
Vanno fermati entrambi, in ragione della responsabilità e della solidarietà.

La convivenza di una comunità nazionale si fonda necessariamente sull'etica
civile. Questa riguarda l'ambiente in senso stretto e l'ambiente in senso
lato, la società e la politica. Non c'è legge elettorale, consenso popolare
o federalismo municipale che possa surrogare o sostituire un tale valore
costitutivo. È proprio attraverso la devastazione del territorio che rischia
di passare fatalmente la disgregazione del Paese.