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beni comuni e web



da  Eddyburg

Beni comuni pratiche egemoniche nella rete
Data di pubblicazione: 01.03.2011

Autore: Mattei, Ugo

Il capitalismo ci dà, il capitalismo ci toglie: progresso tecnologico da un
lato, potere e proprietà dall'altro. Il manifesto, 1 marzo 2011

Internet è la frontiera dove le regole della proprietà privata mostrano la
loro violenza ordinatrice. Ma è anche il contesto nel quale le grandi
imprese high-tech provano a piegare la comunicazione ai loro interessi. La
restistenza a questo tentativo di espropriazione passa attraverso una
concezione del comune che prenda congedo dal diritto privato e pubblico

Sempre più spesso si ripongono grandi speranze nella rete internet come
luogo di emancipazione e «contro-egemonia». Intorno ad Internet, negli anni
è stata costruita una vera e propria mitologia della rete come spazio
pubblico, «luogo comune» informato al principio di uguaglianza, connessione,
parità e libertà di accesso, spazio di creatività e condivisione libera. Le
belle favole sono numerosissime e tutte vedono come protagonisti giovani
geniali e creativi, capaci di idee (poi tradotte in servizi) che, in rapida
successione nella corsa continua per la soddisfazione di sempre di nuovi
bisogni, sono divenute l' arredo stesso del nostro mondo globale. Basterà
pensare agli inventori oggi multimiliardari di Google o di Facebook. Ma gli
eroi eponimi della rete sono anche altri e certamente questa rivoluzione del
«comune globale» tocca pure aspetti meno commerciali o narcisistici. Sul
piano politico, Wikileaks è divenuta icona della trasparenza.

Meno di cent'anni dopo che Lenin aveva denunciato la diplomazia dei trattati
segreti pubblicando unilateralmente tutti quelli in cui era entrata la
Russia zarista, ecco che Assange, che non ha neppure dovuto conquistare il
Palazzo d'Inverno, ha potuto produrre, grazie al suo server blindato,
altrettanto imbarazzo nelle Cancellerie di tutto il mondo. E poi abbiamo i
movimenti per i beni comuni locali, resistenti di tutto il mondo, dagli
zapatisti ai sem terra, dai NoTav alle lotte per l'università pubblica,
sparsi in ogni continente e organizzati intorno ai più varii temi. Tutti
questi gruppi, grazie a Internet, mettono in comune le proprie pratiche,
condividono idee e strategie, insomma contribuiscono alla creazione di una
cultura politica che coniuga aspetti locali con dimensioni planetarie.

Il mito della piazza globale

Sarebbe impossibile contestare il fatto che la Rete ha messo a disposizione
spesso gratuita e quindi largamente democratizzato, una quantità di
informazione assolutamente impensabile fino a poco tempo fa. Basterà pensare
a Wikipedia che ha colmato il divario fra quei ragazzi le cui famiglie
potevano permettersi un'enciclopedia e gli altri nella preparazione dei
compiti e delle ricerche a casa. Non solo, ma essa non offre solo
informazioni. In effetti Internet è pure luogo di pensiero critico che si
articola nei moltissimi blog che da tutto il mondo offrono riflessioni e
pensieri, talvolta intelligenti, dei loro instancabili autori. A questo si
aggiungano siti come YouTube, che da qualche anno consentono la messa in
rete e la condivisione di ogni sorta di immagine, con conseguenze ancora una
volta non indifferenti pure sulla sfera politica.
Grazie ad Internet sono possibili operazioni che altrimenti sarebbero
impensabili senza una poderosa organizzazione, quali per esempio portare per
un giorno in piazza oltre un milione di persone, come è riuscito in Italia
al cosiddetto «popolo viola» o al movimento delle donne. Sono questi alcuni
dei possibili usi di Internet che l'hanno fatta celebrare come «piazza
globale» e luogo di condivisione, facendo declinare dalla Rete alcuni degli
aspetti più significativi dell'idea dei beni comuni.

Tuttavia, una valutazione di Internet nella prospettiva dei beni comuni
consegna messaggi non univoci. Occorre innanzitutto sgombrare il campo da
alcuni miti ad esso relativi che mi pare abbiano prodotto eccessivi
entusiasmi circa la capacità del web di rompere con la logica tradizionale
della modernità costruita sul binomio «proprietà privata-stato». Bisogna
compiere uno sforzo di storicizzazione l'esperienze e lo sviluppo di
Internet anche se la sua breve esistenza come fenomeno politicamente
rilevante, e l'estrema velocità delle trasformazioni anche tecnologiche che
la vedono protagonista non rende la cosa agevole perché si tratta
sostanzialmente di storicizzare il presente. Quest'operazione consegna
immagini di segno opposto rispetto alla mitologia della «piazza globale».

Consumatori e produttori

Sul piano storico, infatti, la grande diffusione di internet è coincisa in
modo quasi perfetto con la «fine della storia», ed è stata sicuramente
l'aspetto tecnologicamente più rilevante della nascita e dello sviluppo del
cosiddetto capitalismo cognitivo. Internet infatti costituisce la grande
infrastruttura globale capace di fondare quel particolare sistema di
produzione di servizi fondato sullo sfruttamento del precariato
intellettuale e sulla trasformazione dei cittadini in consumatori che
caratterizza l'attuale fase di sviluppo capitalistico.
Inoltre, la diffusione di internet ha prodotto un'accelerazione talmente
radicale nella trasmissione di informazioni anche complesse da averne
prodotta una altrettanto impressionante nella finanziarizzazione
dell'economia, creando le condizioni per il trasferimento di capitali
ingentissimi in tempo reale da una piazza finanziaria all'altra (con
relativa facilitazione della speculazione). Altre conseguenze problematiche
si rinvengono nella sua capacità di sostituire la mano d'opera sul fronte
dell'offerta dei servizi, scaricando lavoro sul fronte della domanda, quella
appunto dei consumatori. Chi acquista un biglietto ferroviario via Internet
svolge personalmente un lavoro che sarebbe altrimenti stato a carico
dell'offerta (bigliettaio) o che comunque sarebbe stato intermediato da una
persona fisica (agente di viaggio). Non solo quindi, come diceva Jean
Baudrillard, il consumatore diviene sempre più qualcuno che paga per
lavorare al servizio del capitale (nel caso dei libri su Amazon.com facendo
autonomamente ricerca senza aiuto del venditore e perfino scrivendo piccole
recensioni ad uso dei succesivi acquirenti) ma la tendenza alla riduzione
dei posti di lavoro del capitalismo tecnologico-cognitivo è sotto gli occhi
di tutti.

È chiaro che la globalizzazione e l'ampliamento dei mercati distributivi
resi possibile dal Web produce una serie di effetti collaterali solitamente
sottostimati che comunque presentano costi sociali non indifferenti. Non
solo posti di lavoro persi ma anche tendenza alla spedizione da grande o
grandissima distanza che inquina l'ambiente e si colloca in tendenza
radicalmente opposta rispetto al modello «a Km 0» raccomandato dagli
ambientalisti. Inoltre, Internet rende tutti dipendenti dalla tecnologia
informatica e dalle grandi imprese delle telecomunicazioni che gestiscono l'
accesso alla rete. Infatti l'accesso alla piazza è precluso a chi non ha un
collegamento via cavo o celluare, cosa per nulla scontata in molti contesti
disagiati.

Alla conquista del wi-fi

Anche nei paesi ricchi Internet è illusoriamente gratuito o poco costoso
perché comunque costano tanto la tecnologia necessaria quanto l'accesso.
Sebbene da quest'ultimo punto di vista si comincino a registrare sforzi
pubblici volti a consentire l'accesso gratuito in molte città (spazi
pubblici wi-fi), la necessità di utilizzare computers continuamente «allo
stato dell'arte» (per non parlare di smartphones, iPad e altre tecnologie
simili) produce comportamenti consumistici insostenibili sia dal punto di
vista sociale che da quello ambientale. Dal primo punto di vista, la
rapidissima evoluzione tecnologica obbliga a continui upgradings e la durata
media di un computer è ormai inferiore a due anni. Dal punto di vista
ecologico poi si sa che la costruzione e lo smaltimento dei computer e della
tecnologia di acceso a Internet richiede un consumo del tutto insostenibile
di minerali rari (saccheggiati in Africa e in altri contesti fragili) e di
energie cosa che dovrebbe far riflettere bene quanti sostengono ecologica la
sostituzione di libri e giornali cartacei con i cosiddetti ebooks.

Se si osserva il governo di Internet si vedrà come inclusione e condivisione
siano ben lungi dalle motivazioni e dalle pratiche del suo governo attuale.
Infatti, dopo una fase storica iniziale in cui la rete era effettivamente
gestita dai suoi principali utenti e padri scientifici, interessati
principalmente a svilupparla e a farla crescere, a partire dalla fine degli
anni Novanta le cose sono cambiate radicalmente. Oggi la governance di
internet è saldamnente in mano ai potenti interessi politici e privati che
son stati capaci di adattare al capitalismo cognitivo la grande tenaglia che
fin dalla modernità stritola i beni comuni.

I baroni dell'immateriale

Sono oggi gli Stati Uniti d'America ed i grandi latifondisti intellettuali
che, come i robber barons fra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo, ne
determinano le politiche, mantenendo così saldamente in pugno il controllo
della rete. Un controllo che progressivamente ne stritola gli aspetti di
bene comune come dimostra il fatto che oggi più della metà del traffico che
circola sulla rete è costituito dalle cosiddette apps (le applicazioni)
private alle quali si accede soltanto a pagamento. Infatti la guerra per il
controllo di Internet, una volta che questo è diventata l'infrastruttura
fondamentale del capitalismo cognitivo, è durata assai poco. Il governo
degli Stati Uniti ha fatto pesantemente valere, anche con l'uso della
minaccia penale, la «proprietà» della rete.

Nel territorio degli Stati Uniti si trovano infatti la maggioranza dei
cosiddetti root servers cioè la quindicina di computers su cui fisicamente
si fonda il Domain Name System, ossia il sistema di assegnazione degli
indirizzi internet senza il cui continuo mantenimento la rete sarebbe
inservibile come una megalopoli in cui le persone abitino senza indirizzo o
come una grande biblioteca senza sistema di catalogazione libraria. Internet
non sarebbe in alcun modo concepibile senza un potere di assegnazione degli
indirizzi ed il controllo del livello base dell'indirizzazione conferisce un
autentico potere di vita e di morte sulla fruibilità della rete per i suoi
utenti. Tale potere di assegnazione, strettamente gerarchico in barba alla
retorica della rete, trova la sua «norma fondamentale» nel Root Server A, la
radice della piramide strettamente gerarchica ancorché invertita, che a sua
volta si trova in territorio statunitense (ed è quindi controllato dal suo
governo).

Oggi il centro decisionale della rete è un'altra corporation, nominalmente
no profit, Icann (Internet Corporaton for Assigned Names and Numbers) che
esercita il suo potere sulla Rete in forza di una convenzione con il
Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. Tutti i governi del mondo (con
l'eccezione di quello statunitense) hanno un ruolo di consulenza nelle
decisioni del Consiglio di amministrazione di Icann, cosa che appare quanto
meno ironica a fronte della retorica della rete come bene comune!