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quale industria in quale economia



 

da greenreport.it
[ 6 maggio 2011 ]

In discussione non è "l'industria", ma quale industria e dentro quale economia
 
Alessandro Farulli
 
Non è certo una notizia che l'editoriale di oggi del Sole24Ore di Marco Fortis difenda l'industria. Impensabile che il quotidiano di Confindustria possa scrivere altrimenti. Le argomentazioni per cui la si difende, invece, possono esserlo - una notizia - nel bene o nel male. Ma soprattutto strumentalmente offrono a noi la possibilità di tornare sulla questione ormai non più rinviabile che pone l'economia ecologica, l'unica strada possibile per uscire dalla crisi economico-finanziaria e ambientale-sociale.
Fortis parte dall'assunto che il dibattito anche in Italia "se l'industria possa continuare ad avere davvero un ruolo preminente nella cosiddetta società post-industriale o se non siano invece i servizi il futuro delle economie moderne". Arrivando ad affermare che è un "falso problema" con un assunto secondo noi condivisibile: "avere una forte industria non significa necessariamente non possedere anche una forte presenza nei servizi".
Quale industria e quale servizi restano però fuori dall'analisi di Fortis che genericamente sostiene che "dove in Italia c'è più industria c'è anche più reddito, ricchezza, consumi, benessere".
La sommatoria di "reddito, ricchezza, consumi" non sempre - specialmente dal punto di vista della qualità della vita - generano "benessere". Lo dimostrano proprio i dati che lo stesso Sole24Ore con cadenza annuale propone sul tema indicando non certo nel "ricco" Nord-Ovest Italia l'area dove si vive meglio.
Ma se questo può essere un argomento debole, in parte lo sosteniamo anche noi, il punto è che la bassa crescita ormai storica dell'Italia dimostra che da noi la crisi è stato solo l'ultimo fragoroso schiaffo a un'economia che aveva già prima dei problemi seri, e che aveva scommesso troppo e male sull'edilizia come unico costruttore di Pil.
Oggi le cose sono cambiate, anche l'edilizia mostra "le corde" per non parlare del fatto che all'industria si è troppo spesso alternata l'idea di un turismo spinto in Italia di bassissima qualità e che non è stato in grado neppure di salvaguardare i tesori nazionali (Pompei è solo l'ultimo esempio).
"Per un Paese come l'Italia la centralità dell'industria nell'economia è un dato inconfutabile" sostiene sempre Fortis, ma se è l'economia ecologia l'orizzonte, bisogna che questa industria sia riconvertita. Come abbiamo già scritto la nostra non è affatto l'era post industriale, ma neo industriale e segnatamente neo industriale ecologica. Che non significa pannelli solari. O almeno non solo. Significa ricerca e innovazione nel campo della sostenibilità. Significa guardare al passato degli Olivetti, o all'era di internet avviata a Pisa venticinque anni fa, per un futuro dove ritroviamo le nostre eccellenze ben sapendo che ormai, anche in questo campo (quello della ricerca), Cina e India stanno correndo molto più di noi. Significa che ogni manovra del governo, ogni iniziativa industriale (sottoforma quindi di piano) ha nella sostenibilità ambientale e sociale il suo perno, ma non a chiacchiere, bensì nei fatti. Significa puntare sul riaprmio di materia e sul riciclo.
Perché lo stesso governo italiano quando deve fare le presentazioni si riempie la bocca di parole come sviluppo sostenibile, ma poi non governa gli incentivi per le rinnovabili; vara piani casa che sono vere deregulation; scommette sul nucleare per poi falsamente tornare sui suoi passi per fini politici; governa malissimo la gestione di una risorsa fondamentale come l'acqua; stessa cosa dicasi per quella dei rifiuti (tutti, urbani e speciali) ultimo caso quello del Sistri che si commenta da solo.
Quando allora Fortis conclude dicendo che "Si tratta ora di capire, nel nuovo scenario di ritorno ai "fondamentali" e di austerità che si è aperto dopo la fine dell'era delle "bolle" e lo scoppio della grande crisi finanziaria globale, se sarà più facile fare servizi in quei Paesi, come il nostro, dove c'è anche l'industria su cui l'economia può fare perno, o in quei Paesi dove essa ormai è stata in gran parte abbandonata", noi la riposta l'avremo anche, almeno in teoria, ovvero che certamente sarebbe più facile in un Paese come il nostro, ma non nella situazione data.
Nell'Italia che viviamo attualmente la migliore delle ipotesi è quella dell'ordine sparso, ovvero di chi coglierà l'opportunità e chi se la farà sfuggire, con una logica di mercato che non può essere di uno Stato che voglia dare un futuro solido e sostenibile alle generazioni attuali e future.