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Amartya Sen «Ma qualche volta regole e limiti rendono più liberi».



Amartya Sen «Ma qualche volta regole e limiti rendono più liberi».
Data di pubblicazione: 22.05.2011

Autore: Franceschini, Enrico

Intervista, nell'ambito della preparazione del festival dell'economia, che
si svolgerà a Trento dal 2 al 5 giugnoLa Repubblica, 22 maggio 2011

«A volte le regole aumentano la libertà invece di restringerla, ma occorre
prima mettersi d´accordo sul significato di libertà». Amartya Sen, 74enne
economista indiano, cattedra ad Harvard, ora "in prestito" all´università di
Cambridge, premio Nobel 1998, pronuncia la sua apparente provocazione in
tono pacato, come un insegnante che corregge con dolcezza l´errore di uno
dei suoi studenti. Gli ho appena chiesto di parlare dei limiti della libertà
economica, il tema del suo intervento al Festival dell´Economia di Trento
(il 26 maggio), ma il professore comincia con una precisazione: «La libertà
non si deve mai limitare».
Eppure si discute molto di limiti alla libertà del mercato, dopo il collasso
finanziario del 2008.
«Io non ragiono in termini di limitazioni alla libertà». La libertà è la
virtù più importante per l´uomo e va sempre preservata. Chiediamoci
piuttosto quali sono i fattori che causano una diminuzione della libertà
umana. Uno è sicuramente la disoccupazione: senza lavoro, un uomo diventa
immediatamente meno libero, non è più libero di decidere il suo destino.
Ecco dunque che dobbiamo guardare al problema dal versante opposto: cosa è
necessario fare, a livello economico, per ampliare la libertà, intesa come
libertà di tutti, degli individui, delle aziende, della collettività».
Quali devono essere, in tal senso, le priorità per l´economia di mercato?
«Molti anni fa ricevetti il premio Giovanni Agnelli per le questioni
dell´etica a livello internazionale. Nel mio discorso parlai della libertà
individuale come un impegno sociale da raggiungere e difendere, un tema che
poi sviluppai in un libro, pubblicato in Italia da Laterza. Mantenere un
alto livello occupazionale, diminuire o far scomparire la povertà, garantire
un welfare sociale: questi, a mio avviso, gli obiettivi prioritari per
un´economia di mercato che funzioni correttamente».
Che lezioni bisogna trarre dalla crisi globale, finanziaria ed economica,
che ha investito il mondo tre anni fa?
«La prima è che è una crisi venuta da lontano. I semi di una folle
deregulation finanziaria sono stati piantati già all´epoca della presidenza
di Ronald Reagan negli Stati Uniti, e la semina è proseguita anche nel corso
di amministrazioni e presidenze democratiche, raggiungendo l´Europa,
estendendosi al mondo. Non ci si è resi conto che la libertà predicata in
quel modo era una libertà fittizia per i mercati, perché creava dipendenze,
inefficienze, debolezze strutturali, che avrebbero finito per privare della
libertà economica sia le banche che le aziende che i privati cittadini.
Perciò sostengo che le regole a volte aumentano la libertà, anziché
limitarla».
È stato fatto abbastanza in questi due-tre anni per cancellare tali errori e
ripristinare controlli e regole sull´economia globale che ne proteggano il
funzionamento?
«Qualcosa è stato fatto, ma in modo insufficiente, specie negli Stati Uniti,
il mercato che conosco meglio e che rimane più importante per come influenza
gli altri».