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il prezzo della crisi un programma per un futuro migliore



dal manifesto.it
 
Il prezzo della crisi
Data di pubblicazione: 29.06.2011

Autore: Viale, Guido

Le condizioni (il programma) che renderebbero realmente utile il "rigore
fiscale" per uscire dalla crisi e costruire un futuro migliore. Il
manifesto, 29 giugno 2011

Una crisi finanziaria di dimensioni globali è di nuovo alle porte. E non
sarà l'ultima. Il mondo si sta avvitando intorno ai suoi debiti. Con
liberismo e globalizzazione («finanzcapitalismo», orribile termine
introdotto da Luciano Gallino) gli Stati hanno ceduto il potere di creare il
denaro - il diritto di «battere moneta» - al capitale finanziario. Quasi
tutti gli Stati dei paesi sviluppati si sono pesantemente indebitati con il
sistema finanziario (quelli dell'ex Terzo Mondo lo sono da sempre). Lo hanno
fatto in parte per salvare banche o aziende sull'orlo del crack; in parte
per finanziare spese sia essenziali (infrastrutture, «welfare» o stipendi
del Pubblico impiego non sostenuti da sufficienti entrate fiscali), sia
illegittime (costi della corruzione e dell'evasione fiscale), sia inutili e
dannose (armamenti, costi della «politica», di grandi opere o di «grandi
eventi»). Per esempio, gran parte del debito che sta portando la Grecia al
fallimento è dovuto, oltre che alla corruzione e dall'evasione fiscale, alle
spese sostenute (senza adeguati ritorni) per le Olimpiadi di Atene e per
l'acquisto - da Francia e Germania, gli Stati che oggi la stanno
strangolando - di armamenti per «difendersi» dalla Turchia: due paesi della
Nato che si armano l'un contro l'altro, comprando le stesse armi dagli
stessi paesi e addestrandosi a farsi la guerra (c'è di mezzo il petrolio
dell'Egeo) nelle scuole militari degli stessi fornitori.

Gli Stati si indebitano perché di nuovo denaro non ne possono creare più di
tanto. In parte se lo sono vietato, con leggi nazionali (come negli Usa) o
accordi internazionali (come le regole di governo della Bce e il Patto di
stabilità dell'Unione Europea). In parte hanno già una montagna di debiti
contratti perché per molto tempo indebitarsi era più facile che imporre
nuove tasse o sostenere l'economia con l'emissione di nuova moneta e
un'inflazione controllata. Quello che gli Stati nazionali hanno perseguito
indebitandosi (evitare nuove tasse o maggiore inflazione) adesso li
strangola; e oggi i paesi europei, anche se potessero tornare alla moneta
nazionale e svalutarla, difficilmente otterrebbero un aumento di
competitività con cui accrescere le esportazioni e ripagare parte del loro
debito, come recita l'ortodossia economia (quella che consiglia alla Grecia
di «uscire dall'euro»); si ritroverebbero solo con un debito in valuta
estera ancora più pesante. Se invece, come consiglia, anche in questo caso,
l'ortodossia economica, tagliano la spesa pubblica - mettendo alle strette o
alla fame una parte crescente dei propri cittadini - e svendono servizi,
demanio e beni comuni per ottenere un avanzo primario, soffocano ancora di
più l'economia e non saranno mai più in grado di pagare né debito né
interessi. È una strada senza uscita.

Se la cosa riguardasse solo la Grecia, che è un piccolo paese, una soluzione
forse si troverebbe; ma riguarda anche l'Irlanda, il Portogallo, la Spagna,
l'Italia, il Belgio e in prospettiva la Francia, che adesso fa invece la
voce grossa. E riguarda anche gli Stati Uniti (anche il loro debito rischia
un ribasso del rating), gli unici che finora avevano potuto continuare a
«creare moneta» perché i loro dollari non li rifiutava nessuno. Ma crisi,
salvataggi e sconti fiscali per i più ricchi (quelli che neanche Obama osa
toccare) hanno moltiplicato per due il loro debito, che è quasi tutto in
mani altrui; e poiché ora ne devono rinegoziare una quota consistente si
trovano anche loro alle strette. La retorica - mai suffragata dai fatti -
secondo cui ridurre le tasse «crea sviluppo» ha messo tutti nei guai. Poi ci
sono le rivoluzioni dei paesi arabi, che a breve porranno inderogabili
scadenze al sistema finanziario mondiale. Insomma, qualunque cosa venga
decisa per la Grecia, si tratterà solo di tamponare una falla per rinviare
un crack inevitabile.

Gli Stati non «comandano» più il denaro perché i cordoni della borsa sono
ora nelle mani della finanza internazionale: basta la minaccia di un ribasso
del rating ed è come se dal bilancio di uno Stato si volatilizzassero di
colpo miliardi di euro. E per un paese che va in rovina c'è sempre, da
qualche altra parte, qualcuno che guadagna miliardi. È la finanza
internazionale, bellezza! Quella che ha riempito di titoli fasulli banche e
risparmiatori rivendendo un numero infinito di volte i propri crediti dopo
averli impacchettati in titoli derivati di cui era - ed è, perche sono
ancora in circolazione - impossibile conoscere origine e composizione. A
certificare che quei mucchi di carte, ma ormai anche solo di bit, sono
moneta sonante ci pensavano e pensano tre agenzia mondiali interamente
possedute da alcune delle banche che quei certificati li vendono. Ora, e
sempre con denaro fittizio, la speculazione si è spostata sulle materie
prime e sulle derrate alimentari, mettendo alla fame mezzo mondo. E minaccia
di far fallire, uno dopo l'altro, un buon numero di Stati. Ma dobbiamo per
forza continuare a lasciare in mano a costoro le redini dell'economia?

C'è un altro modo per affrontare la situazione: imporre ai propri governi un
cambio di rotta. Il che richiede certo «rigore fiscale», ma non quello che
ci vorrebbero imporre Tremonti. Il rigore, cioè i tagli nel bilancio, vanno
imposti ai costi della politica, alla corruzione, all'evasione fiscale, alle
rendite finanziarie, agli armamenti, alle guerre contro paesi che abbiamo
contribuito ad armare fino a ieri, alle grandi opere, ai grandi eventi, alla
burocrazia (ma senza segare l'albero del Pubblico impiego; curandolo invece
ramo per ramo, coinvolgendo che ci lavora, perché dia frutti migliori). Ma
un cambio di rotta richiede anche una montagna di nuove spese: in ricerca,
in istruzione (scolastica e permanente), in manutenzione del territorio, in
riconversione delle fabbriche obsolete o senza mercato, in promozione di una
conversione energetica che ci liberi gradualmente dalla dipendenza
dall'estero e dai combustibili fossili, in un'agricoltura che restituisca
fertilità ai suoli e cibo sano ai consumatori. E soprattutto per garantire a
tutti e ciascuno possibilità di non dipendere giorno per giorno dai capricci
di un mercato globale fuori controllo e dall'arbitrio di imprese attente
solo alle quotazioni del loro capitale.

Sono in gran parte le stesse rivendicazioni (e persino le stesse parole:
«non vogliamo pagare la vostra crisi») delle rivolte che infiammano le
strade della Grecia e delle manifestazioni che riempiono quelle della
Spagna - e ora anche del Belgio - e che hanno un unico sbocco possibile: in
prima istanza, l'annullamento del patto di stabilità e della stretta sui
bilanci degli Stati membri. Poi la garanzia di un reddito decente per tutti.
Ma fin da subito c'è da adoperarsi per coinvolgere il maggior numero di
soggetti, ciascuno con le sue competenze e a partire dai luoghi dove abita,
vive e lavora, nella costruzione dal basso di un piano di interventi
articolato su cui esigere l'impegno dei governi, quali che siano, sia a
livello locale che nazionale. Oggi programmi del genere non ci sono: troppo
pochi ci pensano e quasi nessuno ne parla, perché cambiare radicalmente il
paese sembra ancora un sogno. Ma l'Europa di domani, nel pieno di una crisi
finanziaria che coinvolgerà l'intero continente e nel mezzo di una crisi
ambientale che sta investendo l'intero pianeta, non sarà mai più come quella
che abbiamo conosciuto fino a oggi. Se non vogliamo precipitare nel caos che
si sta avvicinando, bisogna cominciare a discutere concretamente, caso per
caso, delle cose che vogliamo, senza aver paura della sproporzione delle
forze in campo. Il vento sta cambiando. «Prepariamoci» titola il suo ultimo
libro Luca Mercalli, parlando delle condizioni in cui dovremo a vivere nella
crisi ambientale. Prepariamoci anche a una nuova crisi finanziaria che
cambierà radicalmente i rapporti di forza nelle situazioni in cui ci
troveremo a operare.