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seveso 35 anni dopo



 

 

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 12 luglio 2011

Giorgio Nebbia nebbia at quuipo.it

Seveso, chi ? Alla maggior parte degli Italiani questa parola dice ben poco; eppure è il nome di una cittadina della Brianza, a nord di Milano, assurta a dolorosa celebrità dopo il 10 luglio 1976 --- sono passati 35 anni --- quando in una fabbrica, la Icmesa, della vicina cittadina di Meda si verificò un incidente industriale destinato a modificare la cultura ecologica e industriale dell'intero paese, anzi dell'intera Europa. Lo stabilimento fabbricava cosmetici e insetticidi partendo dal triclorofenolo, una sostanza chimica ottenuta a sua volta scaldando il tetraclorobenzolo con una soluzione di idrato di sodio.

Il 9, venerdì, quando gli operai chiusero lo stabilimento, la massa di prodotti fu lasciata a sé in un reattore raffreddato ad acqua. Durante la notte per un difetto del raffreddamento la massa si surriscaldò, aumentò la pressione, e a mezzogiorno del sabato 10 il liquido contenuto nel reattore uscì all'esterno, attraverso il camino, non trattenuto da una valvola difettosa.

Una nube di polvere si sparse nel cielo di Lombardia e ricadde sulla vicina Seveso. Ben presto gli animali all'aperto morirono, sulla pelle dei bambini e degli abitanti cominciarono a comparire delle dolorose pustole e il mondo intero imparò a conoscere il nome "diossina", una sostanza che si forma dal riscaldamento ad alta temperatura del triclorofenolo, ma anche di altre sostanze organiche clorurate come i policlorobifenili (usati come isolanti dei trasformatori), il pentaclorofenolo (un agente usato per la protezione del legno di pali e traversine ferroviarie dall'attacco dei microrganismi), la plastica a base di cloruro di polivinile, eccetera.

A dire la verità alcuni anni prima si era scoperto che alcune partite di agenti defolianti, usati dagli americani nel Vietnam per distruggere le foreste in cui si nascondevano i partigiani, contenevano diossina presente nel triclorofenolo impuro usato per la fabbricazione degli erbicidi, e malattie da diossina si erano verificate nei soldati americani che avevano percorso le foreste contaminate dal lorop stesso esercito. Ma l'incidente di Meda ebbe un ben più forte effetto sull'opinione pubblica. Gli amministratori locali non sapevano che cosa fare; vari rimedi miracolosi e inefficaci furono proposti per decontaminare le zone su cui si era sparsa la diossina; le persone, soprattutto le donne incinte, erano terrorizzate sul futuro dei loro figli; per la prima volta a chiare lettere si parlò della necessità di autorizzare degli aborti.

Un intero fascicolo della rivista "Sapere", allora diretta da Giulio Maccacaro (1924-1977), fu dedicato agli aspetti scientifici dell'incidente. Maccacaro, un professore di biometria dell'Università di Milano, scrisse delle pagine storiche sulla pericolosità delle fabbriche cresciute senza precauzioni e avventurosamente un po' dovunque in Italia. La "Edizioni dell'asino", ha opportunamente riprodotto, a cura di Enzo Ferrara, vari saggi di questo studioso, prematuramente scomparso. L'incidente di Seveso fu oggetto di una inchiesta parlamentare e mise in moto varie iniziative per un maggiore rigore nella localizzazione e nel controllo delle attività industriali e dei loro rapporti con l'ambiente circostante.

L'Unione Europea emanò, nel 1982 una prima direttiva, recepita con tutta calma in Italia solo sei anni dopo, che prese il nome proprio di "direttiva Seveso". Essa stabiliva che ogni stabilimento industriale, al cui interno si trova una certa quantità di alcune sostanze considerate pericolose, doveva avvertire le autorità locali e predisporre un piano di emergenza attraverso cui avvisare la popolazione circostante di quello che dovevano fare in caso di incidente. Furono allora redatti i primi inventari di geografia industriale e ogni città o paese potette conoscere quali stabilimenti si trovavano nelle sue vicinanze, che cosa contenevano, quanto erano pericolosi.

Nuove parole entrarono nel vocabolario anche popolare, come "valutazione di impatto ambientale", per indicare gli studi attraverso cui conoscere gli effetti ambientali delle attività produttive. Naturalmente agli imprenditori davano noia questi vincoli sulle loro attività e così sono state emanate varie altre "direttive Seveso", siamo alla quarta, sempre più permissive; anche l'opinione pubblica si è ben presto distratta e i piani di emergenza, dove esistono, sono finiti in qualche cassetto delle prefetture, con molti dati coperti dal segreto industriale.

Ricordare Seveso, così lontana nel tempo, come ha fatto Laura Centemeri nel libro: "Ritorno a Seveso", dell'editore Bruno Mondadori, è utile perché gli incidenti industriali non sono diminuiti, continuano a verificarsi in tutta l'Europa, ancora di più in tutto il mondo, per cui la disponibilità di crescenti quantità di merci è pagata con un crescente prezzo di morti di lavoratori e di cittadini, con dolori, con perdite di ricchezza e di beni materiali, con danni alla natura.