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il tempo è sostenibilità, riprendiamocelo




Il tempo è sostenibilità: riprendiamocelo
         
22 settembre 2011

Alessandro Farulli
«Nel breve arco di sei o sette generazioni, la tecnologia ha determinato una rapida trasformazione di una scala che è rimasta immutabile per millenni nella mentalità umana. Grazie alla tecnologia il tempo tradizionalmente necessario per produrre un bene, scavare un tunnel, trasportare merci e persone da un punto all'altro del pianeta, fornire informazioni e fare un calcolo è sensibilmente diminuito. (...) Nel termini della quantità di tempo necessaria per la produzione, il trasporto o la comunicazione, il valore di un'ora in questo mondo è aumentato fino a quello che - nel vecchio mondo - era il valore di un mese, un anno o un decennio». Lo sostiene in un libro, considerato il suo testamento intellettuale, l'economista Tommaso Padoa-Schioppa (Nella foto), recentemente scomparso, di cui oggi il Corriere della Sera pubblica uno stralcio. Il tempo, dunque, quello che anche per colui che ha aperto la via alla moneta unica fa venire il fiato corto alle democrazie. Una tesi anche da noi sostenuta come una delle variabili a cui metter mano per contrastare la crisi mondiale. E', infatti, il mercato che detta i "tempi", che detta «l'agenda politica economica» creando così un ulteriore divario nel divario già enorme tra «lo spazio di azione dei mercati e quello delle politiche pubbliche». Una situazione dove «le istituzioni preposte alle politiche necessarie per sostenere i mercati continuano a fare capo esclusivamente agli Stati-nazione, che interpretano la sovranità in termini assoluti e rifiutano di riconoscere un'autorità superiore alla loro».
Per Padoa-Schioppa si può dire senza mezzi termini che ad oggi i «policy maker» hanno «abdicato alle loro responsabilità istituzionali». Da qui una crisi senza precedenti. Crisi politica quindi, ancor prima che economica, che è poi e anzi sua diretta conseguenza.
Questo, secondo l'economista, ha generato "l'ottica di breve periodo" considerata ‘insidiosa poiché non considera i molti aspetti della vita umana e della realtà economica per cui la scala temporale non è cambiata. Una prospettiva di breve periodo può prolungare una bolla e ritardare il momento in cui si impongono nuovamente i fondamentali economici; non può sostenere in modo permanente ciò che non è sostenibile. Se cerca di farlo, diventa una forma di illusione temporale destinata a terminare con un brusco risveglio». Visione confermata dal livello raggiunto dalla finanziarizzazione informatizzata appunto dell'economia che ha schiantato definitivamente qualsiasi possibilità di risposta progettuale. Per questo da tempo riteniamo che o si agisce per ripristinare proprio i tempi di riflessione umana e collettiva subordinando le azioni finanziarie ai tempi della prima o sarà il default delle economie occidentali.
E questo porta con sé altre riflessioni, basti pensare all'ecologia e a cosa questa accelerazione comporta in termini di consumi di energia e di materia. L'aggravante, poi, è che se qualcuno pensa - o pensava - che paradossalmente la risposta "migliore" al momento potesse arrivare da quelli Stati-nazione (vedi la Cina) in grado di prendere decisioni in tempi quasi vicini a quelli dell'economia informatizzata, oggi può fare una riflessione di fronte alle immagini che arrivano proprio del Dragone. Si chiamano città fantasma (http://www.repubblica.it/esteri/2011/09/22/foto/cina_su_google_maps_le_citt_fantasma-22035800/1/) visibili solo grazie alle foto scattate dal satellite di Google Maps e che mostrano migliaia di case, edifici e strade deserte. Città come Kangbashi, costruita in cinque anni e pronta ad ospitare 1,5 milioni di persone mai arrivate. Si tratta del fenomeno della bolla speculativa «che ha spinto il governo cinese a creare altre soluzioni abitative rimaste però un flop. Sono circa 64 milioni le case disabitate delle 20 città che ogni anno vengono edificate nelle distese meno popolate dell'enorme territorio cinese».
La globalizzazione, che prometteva benessere e democrazia, ci ha sottratto il tempo, cioè la stessa possibilità di esercitare la democrazia da parte degli esseri umani, che è socialità e incontro. Il benessere si è trasformato in consumo. L'erosione del tempo, la schiavitù del lavoro (per chi ce l'ha) e l'ossessione del lavoro (per chi non ce l'ha) hanno costretto la liberazione umana in un recinto ben guardato, dai poteri dittatoriali dove ci sono e dalla manipolazione dei media e delle informazioni dive le democrazie di mercato somigliano sempre più ad un mercato della democrazia. Il nostro tempo è obbligato dalle due funzioni di consumatori e spettatori e la cittadinanza diventa un'optional elettorale o addirittura un atto sovversivo se esce dal recinto dell'ovvietà massificata.
Per una visione lunga, che è pianificazione, che è sostenibilità, bisogna riappropriarsi della variabile tempo. Adattarsi non è possibile. Servono regole e servono regole condivise. Anche perché queste accelerazioni temporali che dovevano darci più tempo, purtroppo ce lo hanno tolto, e il prezzo da pagare è altissimo. Il tempo non è più solo denaro, ma è sostenibilità.