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un linguaggio comune



Un linguaggio comune
Data di pubblicazione: 16.10.2011

Autore: Mattei, Ugo

«Occore ridefinire i confini costituzionali dello Stato e allo stesso tempo
quelli del profitto e della rendita»Il manifesto, 16 ottobre 2011

È necessario un processo costituente per immaginare la società dei beni
comuni e sovvertire l'ordine costituito fondato sulla crescita
capitalistica. E per scalzare sia la proprietà privata che la sovranità
statuale

Un linguaggio nuovo è ciò che riduce ad unità le battaglie politiche di
dimensione globale per i beni comuni che oggi si ritrovano in piazza. In
Italia di queste battaglie e della produzione di questo linguaggio il
manifesto è stato in questi anni protagonista, fino ad essere riconosciuto
esso stesso come un bene comune. Queste battaglie, dall'acqua
all'Università, dal Valle di Roma al no Tav della Val Susa, dall'opposizione
ai Cie ai Gruppi azione risveglio di Catania, sono declinate in modo diverso
nei diversi contesti, ma fanno parte di uno stesso decisivo processo
costituente. Muta la tattica ed il suo rapporto con la legalità costituita.
Resta costante la strategia costituente che immagina la società dei beni
comuni. Ovunque si confrontano paradigmi che travolgono la stessa
distinzione fra destra e sinistra, consentendo vittorie clamorose come
quella referendaria su acqua e nucleare. Il paradigma costituito fondato su
un'idea darwinista del mondo che fa della crescita e della concorrenza fra
individui o comunità gerarchiche (corporation o Stati) l'essenza del reale.
La visione opposta, fondata su un'idea ecologica, comunitaria solidaristica
e qualitativa dello sviluppo, può trasformarsi in diritto soltanto con un
nuovo processo costituente, capace di liberarsi del positivismo scientifico,
politico e giuridico che caratterizza l'ordine costituito da cinque secoli a
sostegno del capitalismo che ancora colonizza le menti e i linguaggi. Il
modello costituito è sostenuto dalla retorica sullo sviluppo e sui modi di
uscita dalla crisi, che i media capitalistici continuano a produrre,
nonostante la catastrofica situazione ecologica del nostro pianeta.
L'insistenza mediatica è continua e spudorata ma progressivamente meno
seducente e le forze costituenti costruiscono nella prassi quotidiana un
mondo nuovo e più bello.

L'ordine giuridico costituito è radicato nell'individualismo proprietario,
nella sovranità dello Stato sul territorio, e nella stessa visione
antropocentrica della modernità (e dell'economia politica) fondata sull'homo
oeconomicus e sul survival of the fittest. L'ordine costituente vuole
riportare le leggi umane in sintonia con quelle ecologiche, secondo una
visione della vita come comunità di comunità, legate fra loro in una grande
rete, un network di relazioni simbiotiche e mutualistiche, in cui ciascun
individuo (umano o meno che sia) non può che esistere nel quadro di rapporti
e di relazioni diffuse secondo modelli di reciprocità complessa.

La visione meccanicistica e positivistica, che configura l'ordine costituito
come il solo reale è denunciata nelle piazze oggi perché è responsabile di
aver portato il mondo sull'orlo del baratro. Ad essa opponiamo una
costituente ecologica, collocando al centro la solidarietà, la bellezza,
l'immaginazione e la liberazione dal lavoro alienato. L'individuo solitario,
la competizione, la meritocrazia e l'uso della tecnica a fini di
sfruttamento sono smascherate oggi come l'ideologia letale che legittima la
diseguaglianza e l'accumulo senza fine. Se infatti l'individuo solo in
natura soccombe, la sua costruzione teorica e la sua spettacolarizzazione
sono funzionali alle esigenze di breve periodo dello sfruttamento.
L'individuo, reso solo, narcisistico e desideroso di consumare, trova nelle
merci e nel rapporto contrattuale il proprio principale orizzonte
relazionale. Una condizione umana miserabile che ancora vive della
distruzione dei beni comuni e che oggi con gioia e rabbia insieme
rifiutiamo.

L'emersione del linguaggio dei beni comuni e la loro riconquista va quindi
compresa nell'ambito di uno scontro politico epistemologico e anche
psicologico profondo fra due visioni del mondo. Uno scontro che va tradotto
in una prassi politica costituente capace di far trionfare a livello globale
in tempi estremamente ridotti la sola concezione scientifica compatibile con
il mantenimento e l'adattamento di lungo periodo della vita sul nostro
pianeta. Si tratta perciò di predisporre un'alternativa, politica e
culturale, che sappia scalzare tanto la proprietà privata quanto la
sovranità statuale dal ruolo di pietre angolari dell'organizzazione politica
costituita. Ciò è possibile solamente mettendo al centro il comune, ossia
riconoscendo la primazia della distribuzione sulla creazione di ricchezza,
della qualità delle relazioni sulla quantità del capitale, della bellezza
sull'osceno. Poiché gli attuali rapporti di forza fra proprietà privata
(corporation) e Stato rendono quest'ultimo succube della prima, la battaglia
non può limitarsi a strategie costituite. Esse possono soltanto essere
tattica, ancorché talvolta vincente come ha dimostrato la battaglia
referendaria condotta ex art. 75 Costituzione.

Ridefinire i confini costituzionali dello Stato e allo stesso tempo quelli
del profitto e della rendita, secondo un'idea di "meno Stato, meno proprietà
privata, più comune" è prassi costituente necessaria che rifiuta oggi le
condizioni di realtà create dal dominio e dalla concentrazione del potere.
Stiamo costruendo oggi una società ecologicamente sostenibile, coerente con
le nostre attuali conoscenze sulla fenomenologia del reale.

In questo quadro teorico lottare per un'entità (acqua, università,
culturale, rendita fondiaria, lavoro, informazione) come bene comune al fine
del suo governo politico-ecologico è una prima radicale inversione di rotta
rispetto al trend della privatizzazione e del saccheggio. Ciò tuttavia non
può essere circoscritto dalle condizioni costituite che comporterebbero un
ritorno del potere nelle mani di un settore pubblico burocratico,
autoritario o colluso. La tattica è dunque istituzionalizzare un governo
partecipato dei beni comuni capace di restituirli alle «comunità di utenti e
di lavoratori» secondo il fraseggio della nostra Costituzione (art. 43), ma
la strategia non può che essere costituente, per immaginare cominciando a
viverlo da subito, un mondo più bello in cui i beni comuni sono goduti
secondo criteri di accesso, di rispetto, di uguaglianza sostanziale, di
necessità e di condivisione.