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quel che dice la protesta globale



La protesta globale
Data di pubblicazione: 19.10.2011

Autore: Ravaioli, Carla

Se guardiamo al mondo, e non al nostro giardino, possiamo dire: il 15
ottobre è stata una rivoluzione senza precedenti. Se la nostra sinistra
capisse….Il manifesto, 19 ottobre 2011

Quanto è accaduto sabato scorso in novantacinque città del mondo (a
prescindere dalle vicende italiane, soltanto italiane, che esigono un
discorso specifico ad esse esclusivamente dedicato) parla di qualcosa come
cinquanta e più milioni di persone in marcia contro il capitalismo. A negare
clamorosamente la vulgata che con insistenza da tempo parla di neoliberismo
incontrastato e vincente, dunque di “fine delle sinistre”, ecc. Ciò che
peraltro in effetti risponde non solo quantitativamente alla debolezza delle
sinistre, ma alla totale mancanza di una politica che possa in qualche
misura distinguerle dalle logiche dominanti; prescindendo ovviamente
dall’impegno sostenuto soprattutto dai sindacati a favore dei lavoratori,
nello specifico di situazioni di volta in volta in questione (salario,
orari, mansioni, “difesa del posto di lavoro”, ecc.); una lotta
indubbiamente utile, anzi indispensabile, che però non rimette in alcun modo
in causa l’organizzazione produttiva nelle sue logiche e nelle sue ricadute,
né in alcun modo garantisce un’occupazione sempre più a rischio.

Di fatto “ripresa”, “uscita dalla crisi”, “rilancio della produzione”, ecc.
sono gli obiettivi che – non diversamente dall’intero mondo politico – le
sinistre auspicano e perseguono, nel segno dell’accumulazione capitalistica.
Di recente addirittura è stato recuperato il vecchio slogan “Creare posti di
lavoro”: insensato invito alla promozione di attività destinate solo a
occupare vite altrimenti ritenute inutili; di fatto capovolgimento e
negazione del lavoro nella sua funzione di risposta a bisogni dati.

L’origine di tutto ciò risale d’altronde a fatti lontani, da potersi
sostanzialmente situare nel trentennio della grande ripresa postbellica,
quando l’organizzazione produttiva che andava via via imponendo al mondo i
modi e le logiche dell’ accumulazione capitalistica, e modellandolo di
conseguenza, per più versi però parve oggettivamente migliorare le
condizioni delle classi lavoratrici; e fu allora che le sinistre (pur senza
mai negare quell’anticapitalismo nel cui nome erano nate) in qualche misura
andarono rimodellando le proprie politiche, puntando (sovente d’altronde con
apprezzabili risultati) sulle riforme piuttosto che sulla “rivoluzione”. La
quale da allora, specie dopo la fine dell’Urss, di fatto venne “messa in
sonno”.

Ma il “peccato” più grave delle sinistre è l’aver di fatto “regalato” il
progresso scientifico e tecnologico al capitalismo. Di fronte alla più
grande rivoluzione compiuta dal pensiero umano, che avrebbe potuto
consentire quella “liberazione del lavoro e dal lavoro” auspicata da tutti i
grandi utopisti, compreso Marx , le sinistre non hanno saputo che difendersi
dal rischio della disoccupazione tecnologica, d’altronde con risultati non
proprio entusiasmanti. Di fatto operando secondo la forma dell’
accumulazione capitalistica, accettandone logica e conseguenze, e solo di
volta in volta, nello specifico delle singole situazioni, combattendo spesso
valorosamente in difesa dei lavoratori.

Oggi, “ripresa”, “rilancio”, “crescita”, ecc., proprio come nei palazzi del
potere, sono le parole d’ordine delle sinistre. Incuranti (o così parrebbe)
della qualità del mondo che a questo modo si trovano a sostenere: un mondo
in cui l’1% della popolazione detiene il 50% della ricchezza, 1/6
dell’umanità è sottoalimentato mentre in complesso si distrugge circa il 40%
del cibo prodotto, un dirigente d’azienda guadagna fino a 640 volte il
salario di un operaio, la produzione di armi rappresenta il 3,7% del Pil
(cifra ufficiale secondo gli esperti assai inferiore alla verità, se si
considera l’entità del contrabbando attivo nel settore).

Un mondo che continua a considerare la crisi ecologica planetaria come una
sorta di variabile marginale, cui dedicare momenti di esclamativa attenzione
quando si verificano le catastrofi più gravi, la grande industria
(petrolifera, nucleare, che altro) viene pesantemente colpita, i mutamenti
climatici distruggono raccolti agricoli di intere stagioni, ecc. Senza mai
prestare adeguata attenzione alle voci della comunità scientifica mondiale.

La quale parla di sempre più prossima e forse irrecuperabile rottura di
equilibri millenari, e continua a ricordare i “limiti” del pianeta Terra:
che è “una quantità” data, non dilatabile a richiesta, e pertanto incapace
sia di alimentare una produzione in continua crescita, sia di neutralizzare
i rifiuti, liquidi solidi gassosi, che ne derivano, e squilibrano
l’ecosistema. Mentre imperterrito risuona il richiamo alla “crescita”,
invocata come una sorta di dovere sociale, cui le sinistre puntualmente si
associano.

Ma dove sono le sinistre? Questa è l’obiezione di regola sollevata appena si
accenna a posizioni e iniziative che, nella situazione data, alla sinistra
appunto parrebbero appartenere. E tuttavia, i milioni di giovani e meno
giovani che sabato scorso hanno manifestato in novecentocinquanta città del
mondo, che altro sono se non sinistre? E i popoli della “primavera
africana”? E i tantissimi che si battono per la pace, per i “beni comuni”,
contro il nucleare, contro opere monumentali quanto inutili, ecc. ecc. che
insomma, nei modi più diversi e per i più diversi obiettivi immediati,
mettono in discussione le regole portanti del capitale? E le donne che,
anch’esse, in folle sempre più vistose, manifestano il loro “sentire altro”
dalla vulgata del sistema imperante, e che perfino nei paesi di più dura
misoginia storica sempre più di frequente trasgrediscono la regola che le
offende? Ecc. ecc.

Certo, non può stupire che le sinistre organizzate - quel poco che ne rimane
- fuggano di fronte a una “rivoluzione” come questa, che per qualità e
quantità non ha precedenti. E d’altronde, è pensabile che la situazione
possa protrarsi così, indefinitamente? Dopotutto teste pensanti, convinte
della insopportabilità sociale, culturale e fisica, della situazione
attuale, a sinistra non mancano. E non mancano intelligenze capaci di una
lettura adeguata della “globalizzazione”: un processo mondiale ormai
interamente compiuto nella sua dimensione economico-finanziaria (ivi incluse
devastanti conseguenze ecologiche); sempre più largamente e capillarmente
impostosi dal punto di vista culturale (con la pubblicità a giocare in ciò
un ruolo decisivo quanto stravolgente); ma di fatto tuttora inesistente sul
piano politico (essendo la politica ormai di fatto identificata con
l’economia, e da essa sostituita).

Teste non solo pensanti, ma volonterose di “pensare contro”, e di
avventurarsi sui rischiosi sentieri di una rivoluzione che non ha precedenti
né modelli… io sono certa che non manchino. Forse si tratta solo di
cominciare…



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