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crescita delle città e consumo di suolo



Crescita della città e consumo di suolo
Data di pubblicazione: 08.11.2011

Autore: Salzano, Edoardo

Qualche riflessione sull’argomento, cinque anni dopo “No sprawl”. Per la rivista online Verdiana network, novembre 2011

Eravamo pochi,
oggi siamo molti

Eravamo pochi, nel 2005, quando cominciammo a documentare e denunciare l’irrazionalità devastante del consumo di suolo in Italia. Di quei pochi, una parte si limitava a studiare il fenomeno nelle sue caratteristiche qualitative e ad analizzarlo dal punto di vista della possibile riqualificazione, riordinamento, riorganizzazione delle vaste estensioni di campagna invase dalla “diffusione urbana”. Nessuno, in Italia, si preoccupava di quantificare (di conoscere esattamente nelle sue dimensioni articolazioni, cause) il fenomeno, né tanto meno di combatterlo . Quando con alcuni amici organizzammo la prima edizione della Scuola di eddyburg questi due elementi ci preoccuparono molto. La nostra osservazione del fenomeno da una pluralità di postazioni locali e disciplinari, e le prime analisi sui loro costi, ci inducevano a dare una valutazione molto preoccupata delle conseguenze territoriali, sociali, economiche, culturali della sua espansione.

Riuscimmo a creare una certa agitazione sul problema, con l’aiuto soprattutto di due elementi: il successo che ebbe, da parte di alcuni gruppi politici, un testo legislativo idoneo a combattere il fenomeno che elaborammo ; la contemporanea reazione al fenomeno da parte di alcune associazioni protezionistiche (soprattutto Italia Nostra), di un certo numero di piccole amministrazioni locali, e di numerosi gruppi di cittadinanza attiva, soprattutto in Piemonte e in Lombardia. Questa ultime due componenti diedero vita a un movimento (Stop al consumo di territorio) che ebbe un inaspettato successo di adesioni.

Evidentemente, nonostante il lungo letargo della cultura urbanistica ufficiale (l’ultima ricerca significativa era stata quella coordinata da Giovanni Astengo , ItUrb80, svolta nella metà degli anni Ottanta), una certa sensibilità alla questione era maturata un po’ dovunque. Prova ne sia che, fin da allora, il “contenimento del consumo di suolo” è diventato un elemento della litania con la quale il politichese (la lingua dei politicanti) rende omaggio alla idee suscettibili di colpire l’opinione pubblica e, all’atto stesso, se ne impadronisce e le deforma utilizzandole ai propri fini. Molti, che oggi invocano quel contenimento, mentre non praticano né attuano politiche davvero capaci di ottenerlo, lo utilizzano come alibi per proporre “densificazioni” delle città esistenti senza nessuna preoccupazione per le reali necessità degli incrementi volumetrici.

La città della rendita

Caratteristica strutturale determinante del periodo che sta dietro le nostre spalle è il peso straordinario che ha avuto – nel sistema economico e nelle politiche territoriali – l’acquisizione privata delle rendite: sia quelle finanziarie che quelle immobiliari (ricordo che gli “immobili” comprendono sia le “aree” che gli “edifici”, talché la rendita immobiliare comprende la fondiaria e l’edilizia). Se volessimo utilizzare una definizione coerente con quella che Luciano Gallino dà all’attuale fase del sistema economico, “finanzcapitalismo” , dovremmo parlare di “urbanistica della rendita”. Questa è stata splendidamente descritta da Walter Tocci nel suo saggio su “Il trionfo della rendita” . A me sembra che tutte le tensioni che attualmente agitano la società civile e hanno generato i movimenti antagonisti nei territori italiani siano riconducibili al conflitto tra due usi alternativi del territorio: quelli che ho definito “città della rendita” e “città dei cittadini” .

La crisi finanziaria esplosa nel 2008 ha modificato in modo consistente il quadro, almeno per quanto riguarda i suoi aspetti di medio periodo. C’è da chiedersi se il disastro che è avvenuto negli scorsi decenni potrà proseguire negli stessi modi. Sembra ragionevole ipotizzare che i prossimi anni saranno invece caratterizzati da bassa domanda privata di alloggi e attività produttive, da scarse risorse pubbliche, e da un’offerta di spazi sovrabbondante e priva (per caratteristiche e localizzazione) di adeguati requisiti per qualsiasi utilizzazione. Insomma, il motore che sospingeva il consumo di suolo derivante dalla crescita della città (delle aree urbanizzate e urbanizzabili), non è forse entrato in stallo? Se così fosse, allora si porrebbe come primario il problema di come recuperare (socialmente, morfologicamente e paesaggisticamente, economicamente, funzionalmente) i territori devastati dallo sprawl.

Guardiamo il consumo di suolo
dalla campagna

Parallelamente si sta sviluppando però un altro fenomeno: le trasformazioni, patrimoniali e d’uso, dei terreni rurali. Consumo di suolo e riduzione del suolo agricolo sono certamente due fenomeni differenti per quantità, qualità, cause ed effetti. La riduzione del terreno agricolo dipende anche dall’aumento dei terreni rinaturalizzati e degli incolti nonché (nei dati delle analisi quantitative spesso utilizzate) dalla scomparsa di aziende agricole censite come tali . Se guardiamo alle trasformazioni dell’uso del suolo dalla città, allora la questione centrale è il devastante “sguaiato sdraiarsi della città sulla campagna”. Se le guardiamo invece a partire dal territorio rurale allora nascono preoccupazioni diverse, ma non meno rilevanti.

Nel territorio lo sviluppo capitalistico provoca infatti, in modo sempre più esteso: il land grabbing, l’accaparramento di suolo di una determinata comunità per costituire riserve alimentari per la nazione acquirente ; la pratica, tipica del colonialismo otto-novecentesco, della sostituzione delle colture tradizionali, legate a fabbisogni alimentari di prossimità; la più recente espansione dei suoli utilizzati la produzione di fonti energie alternative a quelle esauribili; infine, la specializzazione mercantile delle produzioni agricole: si produce là dove i costi di produzione (a partire dal lavoro) sono minori.

Le conseguenze di questi fenomeni sono di diverso ordine. Aumenta l dipendenza del consumo di beni alimentari dai luoghi della produzione internazionale, il che comporta a sua volta un consistente aumento del consumo energetico dovuto al confezionamento e al trasporto. L’omogeneizzazione dei gusti dei prodotti industriali comporta la scomparsa delle caratteristiche organolettiche dei beni; con la conseguenza ulteriore che gradi risorse vengono impiegate per la ricerca di “sapori” finti da aggiungere a merci rese omogenee dalla produzione industriale per “aggiustarne” il sapore e l’odore. Vengono distrutte le economie locali legate alle produzioni legate al territorio, e con esse le culture culinarie, profondamente radicate nella storia e nel paesaggio. Le fonti dell’alimentazione (le condizioni della produzione degli alimenti) vengono sottratte alla conoscenza diretta dei consumatori e affidate alle alchimie (e alle bugie) delle etichette e della propaganda.

Infine, last but not least, i prezzi dell’alimentazione sono sempre meno controllati dal rapporto tra produttore e consumatore. Rispetto ai rapporti produzione/consumo delle economie a filiera corta il prezzo è in costante aumento, grazie anche alle sempre più ingenti spese (in aggiunta al costo della terra e a quello del lavoro) impiegate per adulterare, confezionare, trasportare il prodotto e condizionare il consumatore. Con l’ulteriore conseguenza di contribuire all’aumento della povertà e, là dove la povertà giunge a determinati livelli, alla minaccia alla stessa sussistenza fisica. Perché dell’ultimo modello di telefonino la persona può fare a meno, del cibo no.

Che fare?

Per comprendere che cosa fare oggi credo che si debba partire da un principio. La terra, così come la natura e la storia l’hanno consegnata a noi, è un patrimonio che va amministrato con la massima saggezza sapendo che è un valore, che è limitata, che non è riproducibile, e che senza di essa la vita dell’uomo sarebbe impossibile.

Questo principio deve condizionare ogni azione di trasformazione. La sottrazione di un solo metro quadrato di suolo ai ritmi della natura è un prezzo, che può essere pagato solo se è strettamente necessario alla società umana nel suo insieme e se non ci sono modi alternativi di soddisfare l’esigenza che chiede il pagamento di quel prezzo. Nessuna casa nuova, nessuna strada nuova, nessun nuovo piazzale se prima non si è completamente utilizzato ciò che di artificiale già c’è. E di inutilizzato in Italia, malauguratamente, c’è tanto, se si guarda al nostro paese con lo sguardo fuori dalle bende della mitologia proprietaria e di quella economica.

Per quanto si possa guardar lontano, è difficile vedere un futuro nel quale la maggioranza dei decisori (locali, nazionali, globali) decida di applicare quel principio con piena coerenza. Allora la prima necessità, oggi, è di far diventare quel principio una consapevolezza di massa. É di rendere cosciente il maggior numero di persone di verità che condizionano la vita di ciascuno di noi: e ciascuno di noi, prima di essere casalinga o banchiere, operaio o poeta, professore o studente, spazzino od orefice, sfruttatore o sfruttato – è uomo e donna, è abitante del pianeta Terra, e la sopravvivenza è la prima esigenza di tutti noi e di ciascuno di noi.

Combattere il consumo di territorio non significa solo, oggi, ostacolare l’irrazionale espansione della città, lo sprawl urbano. Certo, questa è un componente essenziale, soprattutto nel nostro paese, in cui il trionfo della rendita immobiliare ha dominato, soprattutto negli ultimi decenni, in ogni aspetto delle politiche territoriali. E a questa necessità di difesa si aggiunge quella di sanare quello che il trionfo della rendita ha prodotto.

Difendere il territorio non significa solo tutelare la natura e il paesaggio, la capacità di rigenerazione fisica ed estetica che il esso fornisce, ma anche la sua prima funzione: alimentare l’umanità in ciascuno dei suoi componenti. Significa perciò anche difendere l’agricoltura: non necessariamente tutte le agricolture, ma certamente quelle che servono agli uomini che vivono il territorio, e li servono là dove essi lo vivono. Significa combattere la sostituzione delle colture locali con le colture industriali, le colture funzionali a primarie esigenze umane a quelle che sussistono solo perché premiate dal mercato globalizzato. Significa coinvolgere il più ampiamente possibile nella stessa grande vertenza le numerose associazioni che si impegnano per promuovere la difesa dell’agricoltura, l’approvvigionamento equo e salubre, la filiera corta, la difesa delle diversità colturali. E significa, al tempo stesso, legare le nostre battaglia - italiane, europee, nordatlantiche - a quelle dei paesi del terzo mondo, soggetti a quella rapina delle terre che ha già devastato le loro economie e la stessa sopravvivenza di interi popoli.