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come si esce dall'economia del debito



Come si esce dall'economia del debito ?
Data di pubblicazione: 29.10.2011

Autore: Cacciari, Paolo

Bisogna uscire da quella economia «che pone gli interessi del capitale sopra
a quelli del lavoro e della stessa vita delle persone e dell'ecosistema
terrestre» Il manifesto, 29 ottobre 2011

Le vecchie ricette keynesiane non hanno più margini in una crisi strutturale
di queste dimensioni e qualità. Deve decrescere la dipendenza dal mercato e
dall'ossessione del Pil

Alzino la mano quanti hanno azioni? Pochissimi, a giudicare dal fatto che
non ci dicono mai la loro vera consistenza (numero di persone per il valore
delle azioni possedute). Alzino la mano quanti hanno titoli di stato? Non
molti e comunque posseggono meno della metà della metà del valore dei titoli
emessi (la metà è all'estero, l'altra metà è nelle casse di imprese e
investitori istituzionali vari). Alzi la mano chi ha denari in banca?
Abbastanza, ma si accontentano di interessi che non proteggono nemmeno
dall'inflazione. E allora, chi se ne frega del default ! Falliscano pure
banche e stati, non vengano rimborsati i prestiti che hanno avuto, o vengano
congelati in attesa di tempi migliori. Le bancarotte (assieme alle guerre)
sono il metodo più sbrigativo per la remissione dei debiti e ricominciare da
capo. E' successo molte volte nella storia degli stati e, da ultimo,
l'Argentina insegna che ci si può risollevare. Chi vive del proprio lavoro,
chi non arriva alla quarta settimana, cioè la maggioranza delle famiglie, si
libererebbe così finalmente dal peso di dover foraggiare rendite e
interessi. Se è vero che su ogni italiano gravano 30.000 euro di debito
pubblico, quanti anni ci vorranno per estinguerli, ammesso che i futuri
governi riuscissero a non aggiungerne altri? I giovani senza futuro, gli
indignados che protestano a Wall Street, i disoccupati nelle piazze spagnole
e greche gridano: «Non vogliamo pagare noi i vostri debiti». Ed hanno più
che ragione.

Ma c'è un ma che rende ancora più grave la situazione e più profonda la
svolta economica e politica necessaria per uscire dalla crisi. Non sono solo
gli avidi speculatori, gli approfittatori alla Soros, i manager pagati in
opzioni alla Marchionne, i ministri della finanza creativa alla Tremonti che
ci hanno portato sull'orlo del baratro. Via loro (e sa iddio quanto sarebbe
bello!) non cambierebbe nulla perché anche l'azienda dove andiamo a
lavorare, l'amministrazione comunale dove abitiamo, la locale azienda
sanitaria, il fondo che gestisce la nostra pensione, la banca del nostro
bancomat, l'agenzia di stato che sborsa il sussidio di disoccupazione a
nostro figlio... sono da tempo, in un modo o nell'altro,tutti indebitati.
Tutti avevano fatto il conto ("aspettativa" si dice in economia) di riuscire
in futuro a guadagnare di più (facendo profitti, riscuotendo tasse,
realizzando interessi, vendendo immobili e "cartolarizzando" il Colosseo...)
di quanto non avessero ricevuto in prestito. Credevano, cioè, nella chimera
di una crescita economica esponenziale e senza fine. Un calcolo tragicamente
sbagliato. Da tempo (dieci, venti, chi dice trent'anni) le economie
occidentali sono in crisi di realizzo, il loro tessuto produttivo non è più
in grado di riprodurre guadagni tali da riuscire a mantenere gli standard
dei consumi privati e pubblici. Per mascherare questo fallimento e
allontanare il declino le hanno tentate tutte: la leva finanziaria, i titoli
tossici, il signoraggio del dollaro, oltre, ovviamente, al vecchio trucco di
stampare carta moneta. Niente, la "santa crescita", nonostante le continue
invocazioni e i lauti sacrifici umani, non arriva. E non arriverà mai più,
almeno per chi è da questa parte del mondo.

Doveva essere il secolo americano ed invece è quello del suo declino che si
trascina con sé propaggini e imitazioni. Ciò accade un po' perché portare
via le materie prime dal terzo mondo è sempre più costoso (militarizzazione
crescente, prebende a regimi fantoccio, esaurimento delle risorse naturali),
un po' perché i paesi emergenti hanno imparato che "arricchirsi è glorioso"
e nemmeno così difficile. In un contesto di economia neoliberista, fondata
sulla competizione selvaggia tra aree geografiche vince semplicemente il più
forte: chi ha più capacità produttiva, chi riesce più a spremere i fattori e
gli strumenti della produzione: a partire dal lavoro e dalle risorse
naturali. Questa volta la Cina è davvero vicina.

Oppure si decide di uscire dal gioco per davvero. Si esce dall'economia del
debito (cioè da quella economia che pone gli interessi del capitale sopra a
quelli del lavoro e della stessa vita delle persone e dell'ecosistema
terrestre) con tutto quello che ne deriva. E' questo il vero recinto di
pensiero da cui nemmeno la sinistra-sinistra riesce ad uscire. Le vecchie
ricette keynesiane non hanno realmente più margini di applicazione dentro
una crisi strutturale di queste dimensioni e di questa qualità. Le politiche
riformiste, anche quelle più caute sono tagliate fuori sia sul versante del
modello economico, sociale ed ecologico, sia su quello della distribuzione
della ricchezza. E' ormai chiaro che le risposte possono venire solo uscendo
dalle regole e dai dogmi del mercato. Dovremmo pensare ad un altro tipo di
ricchezza, ad un altro tipo di benessere, ad un altro modo di lavorare, ad
un altro modo di relazionarsi tra le persone che non sia quello che passa
attraverso il portafogli. E sarebbe certamente una società più umana, più in
armonia con la natura, più capace di futuro, più desiderabile. Se provassimo
a mettere la cura e la fruizione dei beni comuni (l'acqua, la terra, le
foreste, il patrimonio naturale, ma anche quello culturale: la conoscenza, i
saperi) al centro della nostra idea di società, riusciremmo facilmente e con
grande soddisfazione individuale e collettiva a fare a meno dell'ossessione
dell'aumento del Pil. Anzi, essere costretti a pagare per possedere, invece
che condividere per accedere ad una fruizione collettiva, sarebbe un
indicatore negativo di benessere. Decrescere la dipendenza dal mercato è
l'unico modo per sottrarsi ai suoi diktat. Non c'è modo di liberarsi dalla
tirannia della produttività misurata in budget se non ci si libera dal
dispositivo dell'incremento del valore di scambio delle merci. Ed è
esattamente questo, non altro, quello che chiamano, in modo assolutamente
bipartisan (da Napolitano a Berlusconi, dalla Camusso a Marchionne, dagli
economisti marxisti a quelli liberisti): crescita.

Il guaio non è la «vera e propria crisi del capitalismo» (sono parole del
The Observer), ma la mancanza di una alternativa di sistema. Cioè, la
mancanza di una soggettività politica che abbia il coraggio civile e
intellettuale di prospettare un sistema di valori etici e di regole sociali
all'altezza della odierna crisi di civiltà e capace di evitarci di pagare le
conseguenze del collasso. Per esempio: non ci si libera dagli strozzini e
dagli usurai se non si stabilisce che la finanza e la moneta devono tornare
ad essere strumenti neutri, beni comuni pubblici, di servizio, che nessuno
(né grande banchiere, né piccolo azionista) può pensare di usare per
arricchirsi. Non ci si evolve dal lavoro schiavo e precario se non si torna
a stabilire che anche il lavoro è un bene comune, non una merce, un modo di
realizzare sé stessi e, assieme, contemporaneamente, un modo per offrire
agli altri cose utili, sane, durevoli. Non ci si libera dal peso delle
crescenti spese militari e per la "sicurezza", se non si capisce che la pace
e la sicurezza sono beni indivisibili, universali.

Fastidiose utopie, dirà qualcuno, indispensabili modi di essere per chi
pensa che sia possibile praticare forme di economia non monetizzata, sociale
e solidale. Ernst Friedrich Shumacher diceva che l'economia è una «scienza
derivata», che deve cioè «accettare istruzioni». È urgente che qualcuno
impartisca nuove istruzioni.