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green economy migliora rispetto alla brown economi. Dati



da greenreport
 
Green economy, Edo Ronchi: «La brown economy si sta ridimensionando»
[ 18 gennaio 2012 ]
 
Alessandro Farulli

Edo Ronchi, ex ministro dell'ambiente, è uno di quelli che fin dall'inizio non hanno scambiato la green economy come l'economia dell'energie rinnovabili punto e basta, allargando invece a tutti i settori, a partire da quello del riciclo di materia, il campo di quella che, nell'era pre Obama, si chiamava economia ecologica.
Oggi sul Sole24Ore, nello speciale Sostenibilità, Ronchi spiega come la green economy possa vincere non solo nel campo energetico, ma anche attraverso la filiera dei rifiuti, sostenendo «guadagni certi con il riciclo» fino a «triplicare i fatturati». Ma come?
«Ci sono settori emergenti - risponde a greenreport.it Edo Ronchi - come quelli che si stanno appena organizzando, vedi il riciclo degli pneumatici, che visti i grandi numeri della materia che ora va quasi per intero al recupero energetico, possono dare molto in termini di crescita, di fatturato e quindi di occupazione. Con il riciclo degli pneumatici si può fare molto, dall'asfalto ai pannelli fono assorbenti. Poi c'è tutta la partita degli inerti da costruzione e demolizione aggregati ai prodotti riciclati. Sono ancora molto basse le quantità in questo settore con il quale si può invece risparmiare energia e materiali. L'Europa è stata chiara: entro il 2020 il riciclo di rifiuti inerti prodotti dal settore edile dovrà raggiungere il 70%. Lo stabilisce la Direttiva Europea 2008/98/Ce recepita con il Decreto Legislativo n. 205/2010. Al momento in Italia c'è solo una stima potenziale che parla di un 10% di riciclo. Poi c'è il settore Raee, sistema partito in ritardo ma anche questo con un grande potenziale. Anche le altre filiere poi possono ancora migliorare, dalla plastica al legno soprattutto».
Questi ri-prodotti vanno però ri-impiegati, altrimenti la filiera non funziona.
«Bisogna sfruttare le leggi in materia di Gpp e avviare accordi di programma. Così il mercato può funzionare».
Ma bisogna anche che le leggi italiane aiutino e non creino invece ostacoli a causa della loro interpretabilità. Detta fuori dai denti nel nostro Paese siamo in quella che si potrebbe definire non solo la quasi  totale incertezza del diritto, ma pure del dovere.
«C'è in effetti un problema soprattutto sul fine vita dei prodotti. La legge ha introdotto norme applicative che non state ancora pubblicate e, nell'attesa, vale quanto stabilito dal decreto del 5 febbraio 98. Serve chiarezza su un punto fondamentale: quando non ho più un rifiuto ma un prodotto, è essenziale».
Per far meglio funzionare il settore delle rinnovabili, si sono introdotti degli incentivi; non crede che possa essere utile un incentivo anche per il riciclo che è una sorta di materia rinnovabile?
«Dal mio punto di vista credo che servano accordi di programma. Il contributo ambientale c'è già, gli incentivi in questo senso potrebbe servire per gli inerti. Per le altre filiere vale il "chi inquina paga" e quindi il costo della gestione del prodotto a fine vita è del produttore».
Dal nostro punto di vista invece servirebbe, perché i prodotti derivati dal riciclo faticano non poco a trovare mercato. Gli accordi di programma onestamente non hanno dato in tanti anni i frutti sperati. Con il "chi inquina paga" poi si incentiva la raccolta dei rifiuti, non il loro riciclo che significa aggiungere energia e lavoro sulla materia raccolta.
Raccolta e riciclo sono la testa e la coda di un lungo processo industriale. Il prodotto riciclato rientra in un'ottica di politica industriale non del settore-segmento dei rifiuti. Essendo politica industriale, esattamente come la politica energetica che finanzia (dati GSE 2011) per 1,2 miliardi la produzione di elettricità da "fonti assimilate", ovvero anche rifiuti, dovrebbe essere altrettanto incentivata. Detto questo, fosse Monti che farebbe sul piano della sostenibilità?
«Mi concentrerei sulle varie filiere per capire che cosa serve davvero in quanto a norme tecniche sul fine vita dei rifiuti, poi andrei avanti con accordi di programma per migliorare la filiera e dare sbocco ai prodotti. Lavorerei di fino insomma».
Confindustria finalmente pare si muova, con l'adozione da parte di Aldo Fumagalli del Manifesto sulla green economy da lei redatto, ma è green economy ancora intesa come driver oppure come unica economia possibile?
 «Per quello che vedo io ci sono varie anime in Confindustria. Quelle più green e quella ancora brown. La green economy non è un processo lineare, l'importante è che la parte green emerga e quella brown si ridimensioni. Al momento devo dire che c'è una parte di Confindustria green che comincia ad avere certo peso. Sia sull'energia sia sul riciclo».
Che ne pensa della liberalizzazione dei servizi pubblici? Li renderà più efficienti?
«La questione dell'acqua la ritengo già decisa dal referendum.  Nel resto dei servizi la presenza dei privati aiuta. Nei rifiuti abbiamo visto che possono operare benissimo i privati, ma è essenziale il ruolo pubblico  di controllo e di indirizzo, altrimenti sono dietro l'angolo le pratiche che ti rovinano settore».