[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

la crisi keynes e la decrescita



La crisi, Keynes, la decrescita
Data di pubblicazione: 21.03.2012

Autore: Lunghini, Giorgio

Anche nella storia del pensiero economico ci sono pensatori che hanno compreso il rapporto tra capitalismo e natura. E qualche economista d’oggi che non l’ha dimenticato. Il manifesto, 20 marzo 2012

Proibire la guerra e ogni strumento bellico, cambiare radicalmente stile di vita, evitare sprechi energetici, rinunciare a mode e prodotti inutili. Siamo pronti a diventare keynesiani?

Sul manifesto sono frequenti scritti che a fronte della crisi evocano la questione dell'ambiente e dei beni comuni, che come via di uscita invocano la teoria della decrescita, e per i quali Keynes non basta più. Hanno ragione tutti, salvo che su un punto: Keynes non è mai servito, se non come alibi abusivo per forme di keynesismo bastardo o criminale, forse perché il capitalismo non vuole essere migliorato, e per ragioni che aveva ben chiare Kalecki: «Ogni allargamento dell'ambito dell'attività economica dello Stato è visto con sospetto dai capitalisti; ma l'accrescimento dell'occupazione tramite le spese statali ha un aspetto particolare che rende la loro opposizione particolarmente intensa. Nel sistema del laissez faire il livello dell'occupazione dipende in larga misura dalla così detta atmosfera di fiducia. Quando questa si deteriora, gli investimenti si riducono, cosa che porta a un declino della produzione e dell'occupazione (direttamente, o indirettamente, tramite l'effetto di una riduzione dei redditi sul consumo e sugli investimenti). Questo assicura ai capitalisti un controllo automatico sulla politica governativa. Il governo deve evitare tutto quello che può turbare l' "atmosfera di fiducia", in quanto ciò può produrre una crisi economica. Ma una volta che il governo abbia imparato ad accrescere artificialmente l'occupazione tramite le proprie spese, allora tale "apparato di controllo" perde la sua efficacia. Anche per questo il deficit del bilancio, necessario per condurre l'intervento statale, deve venir considerato come pericoloso. La funzione sociale della dottrina della "finanza sana" si fonda sulla dipendenza del livello dell'occupazione dalla "atmosfera di fiducia"».

Infatti Luigi Einaudi, oggi molto di moda, pensava che Keynes fosse un bolscevico. Tuttavia la questione dell'ambiente - ma sarebbe meglio dire: della natura - era ben presente allo stesso Keynes e a un altro autore meno noto ma qui particolarmente autorevole: Georgescu-Rögen; tutti e due autori consapevoli delle premesse tecniche e politiche di un rapporto non disastroso tra capitalismo e natura. Di Keynes ricordo soltanto un passo: «Il secolo XIX aveva esagerato sino alla stravaganza quel criterio che si può chiamare brevemente del tornaconto finanziario quale segno della opportunità di una azione qualsiasi, di iniziativa privata o collettiva. Tutta la condotta della vita era stata ridotta a una specie di parodia dell'incubo di un contabile. Invece di usare le loro moltiplicate riserve materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, gli uomini dell'ottocento costruirono dei sobborghi di catapecchie; ed erano d'opinione che fosse giusto ed opportuno costruire delle catapecchie perché le catapecchie, alla prova dell'iniziativa privata, "rendevano", mentre la città delle meraviglie, pensavano, sarebbe stata una folle stravaganza che, per esprimerci nell'idioma imbecille della moda finanziaria, avrebbe "ipotecato il futuro"? La stessa regola autodistruttiva del calcolo finanziario governa ogni altro aspetto della vita. Distruggiamo le bellezze del paesaggio, perché le bellezze della natura che non si possono privatizzare non hanno alcun valore economico. Probabilmente saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo».

Di qui una domanda molto semplice: è possibile superare queste contraddizioni, in particolare la contraddizione tra capitalismo e natura? È una domanda molto difficile, ma un principio di risposta si trova in un ragionamento di Georgescu-Rögen, che qui riassumo e la cui premessa è che anche il processo produttivo è soggetto alle leggi della termodinamica, cioè è soggetto a una dissipazione irreversibile. Circa le conseguenze sulla natura del processo capitalistico di produzione, così come per le sue conseguenze economiche, in prima istanza conviene chiedersi se è tecnicamente possibile ridurle in maniera significativa; chiedendoci poi se e come ciò sia possibile politicamente.

Georgescu-Rögen riconosce che una rinuncia completa alle comodità offerte dall'industria moderna è improponibile; e che però è pensabile un programma minimale, il quale comprenda almeno questi punti: 1. Proibire non soltanto la guerra in sé, ma anche la produzione di qualsiasi strumento bellico. 2. Impiegare le forze produttive così liberate al fine di consentire ai paesi sottosviluppati di raggiungere rapidamente gli standard di una vita buona: tutti i paesi devono essere alla pari, nelle condizioni necessarie per riconoscere l'urgenza di un cambiamento radicale negli stili di vita. 3. La popolazione mondiale deve ridursi a un livello tale che ne sia possibile la nutrizione mediante la sola agricoltura organica. 4. Fino a quando l'energia solare e l'energia nucleare non diventeranno davvero convenienti e sicure, ogni spreco di energia dovrà essere evitato e controllato. 5. Dovremo rinunciare ai gadget, a tutti i troppi prodotti inutili. 6. Dobbiamo liberarci dalla moda, che ci spinge a buttar via vestiti, mobili, oggetti ancora utili. 7. I beni durevoli devono essere ancora più durevoli, e perciò riparabili. 8. Dobbiamo liberarci della frenesia del fare, e renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è l'ozio: tempo libero liberato dall'ansia e impiegato in maniera intelligente.

Così come per quelle economiche, anche a fronte delle crisi naturali si possono dunque concepire, e si potrebbero praticare, comportamenti umani che eviterebbero le une e le altre. Siamo pronti, noi per primi ma soprattutto i potenti della terra, a fare nostri i programmi di Keynes e di Georgescu-Rögen, programmi che sono semplicemente un elogio della sobrietà? Tutto ciò ha ovviamente a che fare con la questione di fondo: dobbiamo rassegnarci a morire nel mondo del capitale? Qui la risposta è semplice: sarebbe strano se così fosse, e proprio per semplici ragioni storiche: se ci sono state altre forme di organizzazione dell'economia e della società prima di questa, è forse possibile che questa duri in eterno? Altrimenti dovremmo convenire con Pangloss: «Ogni avvenimento è concatenato in questo migliore dei mondi possibile; ché, infine, se non foste stato cacciato per amore di Cunegonda a pedate sul didietro da un bel castello, se non foste passato sotto l'Inquisizione, se non aveste corsa l'America a piedi e non aveste perduti tutti i montoni del bel paese dell'Eldorado, non mangereste qui cedri canditi e pistacchi».

Qui tuttavia si entra nel terreno vago e scivoloso della filosofia della storia; e sarebbe davvero un bizzarro scherzo della Storia se si inverasse la tesi di Hegel secondo Kojeve, se con il capitalismo la storia finisse. Meglio dunque rileggere questo brano di Marx: «In quanto il processo lavorativo è soltanto un processo tra l'uomo e la natura, i suoi elementi semplici rimangono identici in tutte le forme dell'evoluzione sociale. Ma ogni determinata forma storica di questo processo ne sviluppa la base materiale e le forme sociali». Dunque si potrebbe dire che alla forma capitalistica del processo lavorativo e dello sfruttamento del lavoro, corrisponde una forma capitalistica dello sfruttamento della natura. E così come esiste un limite al saggio di sfruttamento del lavoro, oltre il quale si danno crisi economiche, così esiste un limite al saggio di sfruttamento della natura, oltre il quale si danno crisi non soltanto del sistema economico, ma della stessa natura. Quel brano di Marx così seguita: «Quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica determinata viene lasciata cadere e cede il posto ad un'altra più elevata (il corsivo è nostro, ndr). Si riconosce che è giunto il momento di una tale crisi quando guadagnano in ampiezza e in profondità la contraddizione e il contrasto tra i rapporti di distribuzione e quindi anche la forma storica determinata dei rapporti di produzione ad essi corrispondenti, da un lato, e le forze produttive, capacità produttiva e sviluppo dei loro fattori dall'altro. Subentra allora un conflitto tra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale».

Mai come oggi, con l'intensità e gravità delle crisi economiche e naturali ora in atto, sembra ragionevole dare ragione a Marx: salvo che per quell'ottimistico «più elevata», una questione rilevante anche per quell'esame di noi stessi, lettori e collaboratori del manifesto, cui ci sollecita Rossana Rossanda.










Versione per la stampa


Ultime in Società e politica
Carlo Smuraglia: «Il reintegro è come l'uguaglianza nella Costituzione»
Fabozzi, Andrea
( 23.03.2012 11:54 )
La base del Pd si scalda su Facebook e la pagina del segretario viene presa d'assalto
( 22.03.2012 00:27 )
La crisi, Keynes, la decrescita
Lunghini, Giorgio
( 21.03.2012 05:26 )
Il male oscuro dell´Europa
Spinelli, Barbara
( 21.03.2012 05:06 )
Il benecomunismo è una cosa seria
( 20.03.2012 21:22 )
La prossima guerra. La bomba iraniana
Chomsky, Noam
( 18.03.2012 20:51 )
Torniamo a Marx, non andiamo «oltre»
Burgio, Alberto; Gianni, Roberto
( 17.03.2012 22:13 )
L'anima bucolica di «Occupy Wall Street»
Gaggi, Massimo
( 16.03.2012 10:06 )
L´illusione della flessibilità
Saraceno, Chiara
( 15.03.2012 09:40 )
La legge ferrea dell´oligarchia
Spinelli, Barbara
( 14.03.2012 09:20 )
Quell´idea di un Mezzogiorno che si ispirava ai modelli dell´America di Roosevelt
Erbani, Francesco
( 12.03.2012 12:18 )
Questione morale ultimo atto
Rodotà, Stefano
( 12.03.2012 07:22 )
La Manifestazione della FIOM a Roma
( 10.03.2012 22:27 )
Chi ha inventato occupy wall street
Bosetti, Giancarlo
( 10.03.2012 06:52 )
Caro Presidente, difenda l'articolo 39
Bevilacqua, Piero
( 09.03.2012 19:48 )
Cosa resta dopo cent'anni della festa della donna
Tobagi, Benedetta
( 08.03.2012 21:03 )
Ma quale diversità, il partito col vizio del capannone
Facchinetti, Giovanni
( 08.03.2012 15:27 )
I posti migliori per essere donna
Morrison, Sarah
( 08.03.2012 06:54 )
Uno sciopero per noi tutti
Campetti, Loris
( 07.03.2012 08:59 )
La Resistenza raccontata da una ragazza di oggi
De Gregorio, Concita
( 07.03.2012 07:43 )






Chi fa Eddyburg | Copyright e responsabilità |  | Sostenere Eddyburg | Chi sostiene Eddyburg


Il capitalismo d'oggiI giornali del giornoScritti su cui rifletterePersoneTemi e principiEventiAppelliRecensioni e segnalazioniSatira e vignetteArticoli del 2012Articoli del 2011Articoli del 2010Articoli del 2009Articoli del 2008Articoli del 2007Articoli del 2005Articoli del 2006Articoli del 2004Articoli del 2003Articoli del 2002Scritti 2012Scritti 2011Scritti 2010Scritti 2009Scritti 2008Scritti 2007Scritti 2006Scritti 2005Scritti 2004Enrico BerlinguerNorberto BobbioPietro IngraoAntonio GramsciJohn Kenneth GalbraithAltre personeSinistraItaliani brava genteDifendere la CostituzioneLa Resistenza13 aprile, prima e dopoVerso le elezioni 2006Bush IITangentopoliI tempi del cavalier B.