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perchè non riusciamo a cambiare energia



da democrazia km0

Perché non riusciamo a cambiare energia
— 20 aprile 2012

di MARIO AGOSTINELLI
1. PREMESSA
Come afferma nel suo ultimo libro Hermann Scheer “la conversione alle rinnovabili, la riduzione dei consumi energetici e la conseguente riorganizzazione della società sono importanti per la storia della civiltà”. Il cammino sembra intrapreso: una manifesta spinta dal basso ha portato già nel 2011 all’installazione sul pianeta di una potenza elettrica da fonti naturali superiore a quella fornita  da nuovi impianti fossili e quello del nostro paese è risultato addirittura il primo mercato al mondo per il fotovoltaico.
Ma, nonostante una lenta maturazione di movimenti in ogni continente – fino allo strepitoso successo del referendum antinucleare a livello nazionale – non si può certo affermare che il cambio di paradigma energetico, reclamato a gran voce dagli scienziati più autorevoli e assurto a pieno titolo a priorità nell’attenzione dell’opinione pubblica, sia all’ordine del giorno della politica e rivesta l’urgenza reclamata dagli scenari climatici previsti e puntualmente confermati. Anzi, le leadership mondiali nei loro frequenti incontri si preoccupano di fissare insuperabili scadenze e maniacali road map pluriennali lungo le quali abbattere i diritti del lavoro e lo stato sociale. O decidono in summit urgenti le date ravvicinate per spostare enormi risorse a salvataggio del sistema finanziario. Tuttavia, non trovano accordo alcuno sui tempi e i provvedimenti per limitare il riscaldamento terrestre e salvare la terra.
Credo si misuri qui la più drammatica divaricazione tra politica, economia e società: Nonostante sprazi e segnali confortanti (Occupy Wall Street è giunto fino a Milano!), sembrerebbe che la crisi mondiale e la gestione della recessione in corso siano riusciti a colpire in modo particolare la speranza di “un mondo diverso possibile” e che i  movimenti anche più attenti manifestino difficoltà sia a prendere voce, sia a ricomporre un discorso organico di alternativa, rimanendo frammentati per temi, confinati in spazi territoriali separati e stentando perfino a disegnare un quadro complessivamente più efficace sul terreno dei beni comuni.  Una difficoltà poco riconosciuta, ma evidenziata da una realtà in cui la distanza anche negli obiettivi rivendicativi tra “acqua, terra, vento e fuoco” rimane nella pratica incolmabile.
Proprio perché è di aspetti di oggettiva debolezza che occorre trattare, provo a prendere di seguito in considerazione tre domande con cui facciamo fatica a cimentarci e da cui provengono, a mio parere, alcuni dei nostri insuccessi; proverò successivamente a ragionare su tre equivoci di fondo, la cui permanenza consente al sistema attuale di produrre una cosciente resistenza al cambiamento. In conclusione accennerò ad una struttura propositiva che reinserisca a pieno titolo la battaglia per l’energia nel contesto potenzialmente assai fertile dei beni comuni, inseparabile dalla buona politica.
2. LE DOMANDE
A)  SOPRAVVIVE  ALLA CRISI UN IMMAGINARIO COLLETTIVO ALTERNATIVO?
Fino al 2008 – l’inizio di una crisi che si avvita in maniera sempre più inestricabile – percepivamo le “fratture” che andavano caratterizzando un’epoca in cui le trasformazioni sono spesso più profonde delle nostre radici politico-culturali, come centri e luoghi di un conflitto che avrebbe aperto le porte al cambiamento e per la cui gestione occorreva un salto di partecipazione, una lotta di controinformazione, l’esplicita messa in crisi del sistema di rappresentanza ormai ridotto ad apparati autoreferenziali.  Ci sembrava cioè, che l’efferatezza del capitalismo industriale globale e l’anonimia della finanziarizzazione, con il loro portato di spreco di lavoro e natura,  si sarebbero scontrati con l’irriducibilità della vita, l’autonomia delle persone, la dignità del lavoro, la sopravvivenza della specie, rilanciando il ruolo della politica. Sarebbe bastato che i conflitti assumessero una configurazione omogenea dentro gli spazi e i tempi della globalizzazione liberista e il profilo della civiltà avrebbe assunto il corso progressista e cosmopolita della convergenza delle diversità, della non violenza, della democratizzazione dei poteri, di un socialismo del XXI secolo in formazione. Avevamo addirittura sintetizzato in parole chiave la trasformazione e individuato i processi che avrebbero dato vita ad un nuovo immaginario per “un mondo diverso e possibile”.
Non chiacchiere, ma movimenti reali in cammino su pace, multiculturalità, cittadinanza universale, sovranità attiva; beni comuni, naturali e sociali, materiali e culturali, mantenimento della biosfera, clima, “ben vivere”, rinnovabilità, giusta misura; riconversione produttiva e  senso del lavoro , saperi, giustizia sociale e futuro equo, riappropriazione e dono del tempo; valore territoriale, approccio locale, reti corte,  neo agricoltura, rigenerazione di città e spazi aperti, consumo di suolo; rappresentanza democratica e legalità, autogoverno,  informazione, comunicazione, etica, convivialità.
In un seminario a Verona nel 2009 un gruppo di intellettuali e di rappresentanti di movimenti aveva prodotto una sintesi ulteriore: “A fronte dell’attuale crisi di civiltà, il territorio è un superluogo;  la riappropriazione del lavoro e i diritti dei lavoratori sono il passaggio cruciale per sostenere il conflitto per un mondo diverso;  l’abbandono della crescita costituisce la direzione univoca verso cui procedere;  la ricostruzione della rappresentanza il nodo politico da risolvere”. C’era, insomma, una cassetta degli attrezzi in approntamento e la certezza di produrre un’idea di futuro che viveva l’inizio della crisi come una opportunità. Mi sembra di dover affermare pessimisticamente che, almeno in Europa, il discrimine posto dal “risanamento del debito” ad opera della “troika” è riuscito, almeno a breve,  a bloccare quella costruzione in atto ed ha ribaltato il giudizio inappellabile delle nuove generazioni sul  liberismo e sui disvalori del sistema capitalista (voi l’1%, noi il 99%) in una recriminazione nei confronti delle conquiste, e dei diritti – giudicati  eccessivi e  pregiudizievoli per una estensione ai giovani – che gli strati popolari avevano tradotto in potere in base alle Costituzioni di democrazia sociale nate nel dopoguerra.
In questa operazione di rovesciamento che non abbiamo saputo combattere con successo, si è distinto lo stesso presidente Napolitano, a cui va sì riconosciuto il merito di una straordinaria tenuta contro il degrado delle istituzioni, ma anche attribuita la responsabilità  di aver appiattito sulla conservazione del sistema la risposta alla degenerazione del berlusconismo. Lo sforzo nazionale, da un semestre ad oggi, si è concentrato sul presupposto del superamento della crisi con il vecchio modello rimesso in carreggiata, secondo il tradizionale approccio dei due tempi e la convinzione che il male minore fosse l’orizzonte massimo a cui potessimo accedere. Si è così messa fuori gioco la rappresentanza del sindacato (dove sta scritto che il capo dello stato ha il potere di intimare “alle parti sociali di far prevalere interessi diversi da quelli sociali” che rappresentano?) e non è stata valorizzata adeguatamente  la funzione democratica e autonoma del mondo del lavoro. Il caso italiano, con il passaggio, sostenuto dalla maggioranza parlamentare e suggellato dai governi moderati dell’Ue, da democrazia sociale avanzata a democrazia regressiva (modifica di fatto dell’art. 81 e 41 della Costituzione e dello Statuto dei Lavoratori) illustra bene come possa ridursi un immaginario collettivo in formazione alla opposizione velleitaria di una minoranza attiva. Niente stupore quindi, se a distanza di pochi mesi dal voto di 27 milioni può partire un attacco robusto alle energie rinnovabili e si progetta per il nostro Paese il ruolo di “hub del gas per l’Europa”
B)  BENI COMUNI: BASTA LA PAROLA?
Non tutto è riconducibile alla categoria dei beni comuni. Ma, nelle difficoltà del passaggio di fase attuale, a questo concetto si sono affidate aspettative a volte eccessive, quasi fossero un campo sconfinato. Quando ci si imbatte con beni e valori che non possono essere ridotti a merce e perciò privatizzati e consumati al ritmo imposto dalle leggi del mercato, si arriva al nodo costituito dal rapporto conflittuale tra individui possessivi e i beni che escludono il possesso individuale. Niente di più attuale, vista la fase che attraversiamo.
Proprio i beni comuni – che sono tali perché essenziali e insostituibili per la vita e la riproduzione, a cominciare dall’Acqua e dal Sole – sono oggetto di appropriazione e di uso al servizio del capitale, che si presenta con le forme meno arcigne di una “Green Economy” cui si vanno convertendo le stesse multinazionali. Bisogna però, a mio parere, approfondire una strategia prima di allargarne a dismisura il campo di applicazione. Non basta proclamare una politica generica e onnicomprensiva dei beni comuni, coniugandola poi in parte solo per l’acqua, senza andare più a fondo dell’approccio complessivo alla natura – e quindi al lavoro e alla vita intera – che il capitale impone, esulando dai suoi confini tradizionali della geopolitica e invadendo quelli della biosfera. E’ inevitabile, al punto in cui siamo, integrare autentiche piattaforme rivendicative – a livello locale, nazionale ed europeo – sulle risorse e i consumi energetici, sulla disponibilità e sulla destinazione della risorsa acqua, sulla salubrità dell’aria, sul consumo e sulla fertilità della terra,  facendone il tratto conduttore di un programma sociale e politico che si alimenta di democrazia diretta e rinnova la democrazia delegata.
Continuo a rimanere deluso di una organizzazione post-referendum in cui i singoli movimenti permangono organizzati come se dovessero procedere “confederati”.
Il rapporto energia-acqua-cibo-territorio dovrebbe essere così pensato nella sua complessità e indissolubilità e nell’ambito innanzitutto dell’autogoverno comunale e con la partecipazione della popolazione locale, e poi su su con concretezza, fino a contrastare la requisizione ad opera di un mercato che si organizza su scala continentale e mondiale.
Dal punto di vista di queste note il risparmio energetico e le fonti rinnovabili non sono un tema a se stante, ma rappresentano un contributo per realizzare una organizzazione democratica della società ecosostenibile, ossia una società che soddisfa i propri bisogni senza alterare i complessi meccanismi che reggono il clima, che non preleva dalla natura più risorse di quanto essa possa rigenerare nel tempo, che non spreca e distrugge il territorio nella sua componente sociale e naturale.
Già un programma così ampio costituisce un coerente punto di riferimento: se invece si volesse far confluire tutto l’antagonismo sotto il “cappello” dei beni comuni, anziché porlo in adeguata relazione ad essi, si compirebbe un’accelerazione a discapito di una maturazione che deve prescindere dalle appartenenze.
C)  GLOBALIZZAZIONE E CLIMA: SONO COMPATIBILI?
Il riscaldamento globale non è più una minaccia filosofica né una minaccia per il futuro. È la realtà in cui viviamo, che richiede, in assenza di una governance mondiale, una risposta immediata a livello di comunità locali interconnesse, più capaci di resistere agli scossoni nelle infrastrutture ed alle interruzioni dei flussi. Non tutto si riduce solo allo stampo liberista della globalizzazione: sono l’annullamento delle specificità territoriali e culturali dovuto al consumismo, la distruzione della biodiversità connaturata alla crescita, l’affanno competitivo del sistema d’impresa, che mettono a rischio la nostra civiltà. Comincio a pensare che il liberismo corrisponda certamente ad una micidiale accelerazione, ma che, comunque, sia la concezione di spazio e di tempo che la cultura occidentale ha imposto al resto del pianeta a rendere irreversibile la corsa verso il disastro.  Partendo da questa constatazione preoccupata e quasi prepolitica, Leonardo Boff invita a abbandonare l’era “tecnozoica” per passare a quella “ecozoica”, che considera la terra nella sua evoluzione e a cui le culture produttiviste non sono per nulla preparate.
Siamo da oltre un mese dentro al vortice di indici di borsa a picco, spread sui titoli di stato che fanno sussultare i governi, rapporti debito/Pil che preoccupano, un frullatore di notizie da cui usciremo più confusi di prima e forse più poveri. I Governi più pragmatici cercano dei rimedi, quelli arruffoni rischiano di trascinare nel baratro un paese. Gli uni e gli altri però non ci dicono chi è il vero “mandante” di tutto questo e ci assicurano che se ne uscirà. Così si distoglie l’opinione pubblica dalla ricerca delle soluzioni necessarie per affrontare i più concreti e urgenti bisogni e per preparare la società alle future sfide economiche, sociali e alla scarsità delle risorse: in una parola sola, al rischio della povertà diffusa. Questa non sembra certo una visione peregrina, se si pensa a come in tutte le società industrializzate la ricchezza si stia ormai concentrando in pochissime mani e a quanto la classe media tenda ad evaporare e l’indigenza a crescere.
Ci dobbiamo preoccupare di aspetti chiave del prossimo futuro: occupazione, cibo, sanità, abitazioni, sicurezza, educazione, trasporti, coesione sociale, comunicazione e cultura, assetto dei trasporti e dell’edilizia, picco del petrolio. E come potremmo reperire risorse a tal fine, se il modello energivoro e il cambiamento climatico assorbiranno la maggior parte della ricchezza resa disponibile dall’attività umana organizzata su scala globale come risulta oggi? Bisogna  rivendicare i “beni comuni” non separati dai servizi e il sociale non subalterno al sistema dell’economia capitalistica e d’impresa, lottando per mantenere un controllo sociale e statale sull’impresa privata (l’art.18!) e sulle finalità della produzione.
Oggi siamo ben lontani dall’obiettivo. Alcuni ricercatori dell’Università di Losanna hanno svolto una ricerca su 43.000 imprese transnazionali ed hanno concluso che, meno del 1% delle compagnie controlla il 40% dell’interscambio mondiale. In queste “corporation” i settori dell’acqua e dell’energia, con le banche e le assicurazioni correlate, hanno un peso rilevantissimo. Come il mondo ha potuto constatare durante la crisi del  2008, queste reti sono molto instabili: basta che un nodo abbia un problema serio perchè questo si propaghi automaticamente a tutta la rete, trascinando con sè l’economia mondiale come un tutto. Il cambiamento climatico è considerato il fattore di maggior instabilità nel prossimo futuro. Riancorare al territorio, alle popolazioni e al lavoro l’economia, articolandone le forme e sottoponendola al controllo democratico, è diventata una necessità improrogabile.
3. LA RESISTENZA AL CAMBIAMENTO
A)  INDIVIDUI E MEDIA SCETTICI SUL MUTAMENTO EPOCALE
Dovremmo chiederci perchè si faccia fatica a capire il pericolo del cambiamento climatico ed ancora di più a definire priorità nell’azione conseguente a bloccarne gli effetti. Il problema dei cambiamenti climatici si è rivelato negli anni particolarmente difficile da affrontare per molteplici fattori. I tentativi di risoluzione attraverso trattati internazionali sulle emissioni sono risultati finora inefficaci, e non sono riusciti ad arrivare all’individuo, ad abbattere i dubbi, a realizzare un cambiamento comportamentale. L’urgenza di porre rimedio a una situazione che si avvia ad essere irreparabile, si scontra con una diffusa inerzia da parte delle persone, che parzialmente deriva dall’idea che il problema debba essere risolto “dall’alto”: l’azione individuale inoltre viene percepita come inefficace al cospetto delle urgenze poste dalla crisi economica. Questo è un prodotto dell’esasperato individualismo dei nostri tempi e del mancato richiamo che la politica avrebbe dovuto esercitare, venendo meno anche ai suoi compiti etico- educativi.
Tuttavia, i dati mostrano che, ad esempio, le emissioni pro-capite legati ai consumi residenziali hanno un peso notevole nel bilancio complessivo della produzione di CO2. L’azione individuale avrebbe quindi un’enorme potenzialità nel modificare il drammatico scenario climatico. Ma cercare nelle azioni delle persone una consequenzialità razionale –afferma il sito di “climalteranti.it” – significa fraintendere alcuni aspetti fondamentali dell’agire umano, che è per definizione difficile da prevedere e non segue sempre una concatenazione di ragionamenti facilmente rintracciabile. Si dimostra quindi fondamentale cercare di risalire agli snodi del processo decisionale in cui si inseriscono determinati fattori problematici che fanno perdere di vista agli esseri umani non solo ciò che rappresenta un bene per l’ambiente naturale, ma anche per loro stessi in quanto creature che in tale ambiente vivono.
Gli individui si smarriscono, in qualche modo, nella serie di concatenazioni causali che portano al riscaldamento globale. Un altro punto problematico riguarda la distanza temporale che intercorre tra la causa e il verificarsi dell’effetto: l’impatto sull’ambiente di determinati comportamenti avviene in un lasso di tempo così dilatato che il legame causa-effetto si assottiglia progressivamente, sino a non essere più visibile. Inoltre, la causa e l’effetto si trovano su due dimensioni diverse, ovvero, da una parte c’è il soggetto che agisce a livello personale, mentre gli effetti delle sue azioni, oltre a essere lontani nel tempo, concorrono su una dimensione globale, non riguardano cioè lui in prima persona.
I media potrebbero avere un ruolo determinante nell’indurre comportamenti responsabili verso le future generazioni, ma finora non hanno corrisposto “alla bisogna”. Alcuni studenti della Scuola Superiore di Comunicazione di Trieste hanno esaminato come i  quattro principali quotidiani nazionali (Repubblica, Corriere della Sera, Sole 24 Ore e Stampa) e la blogosfera hanno seguito la conferenza di Durban, un passaggio fondamentale per capire com’è affrontato il problema dei cambiamenti climatici e quale sia l’impressione che viene trasmessa all’opinione pubblica. La ricerca ha rilevato un ruolo decisivo sull’indirizzo dell’informazione dovuto alla posizione ideologica della testata a cui i singoli corrispondenti inviavano i resoconti. Al punto da non pubblicare alcuni pezzi su argomenti ritenuti scomodi o da offrire agli editorialisti più autorevoli rimasti in redazione il compito di correggere le notizie più scomode inviate dall’altro emisfero.
Ad un esame consuntivo Il Sole 24 Ore esprime uno scetticismo di fondo riguardo alla possibilità di invertire a favore del collasso ambientale le priorità assegnate alle questioni finanziarie;  Repubblica, invece, in questa fase di appoggio al governo tecnico, preferisce dedicarsi agli aspetti di politica interna della vicenda, come risulta dalle numerose interviste al ministro Clini. La Stampa risulta la testata che dedica maggiore attenzione al summit, cercando di segnalare possibili progressi. Nel Corriere si verifica un vero e proprio corto circuito: il fallimento del vertice viene dichiarato prima della sua effettiva conclusione, mentre la posizione demolitoria nei confronti delle richieste degli scienziati dell’Onu, assunta con un editoriale di Battista nel giorno della conclusione del vertice, irride alle preoccupazioni per il clima, esibendo una posizione che potremmo definire negazionista. Al contrario, se si confronta il trattamento della notizia da parte dei blogger e dei commenti sui forum, la comunità che anima la rete digitale è sembrata attentissima alle questioni discusse a Durban, approfondendone ogni dettaglio in maniera rigorosa e informata. Se si vuole, siamo di fronte ad un ulteriore segnale di supplenza della società civile a fronte dello scarso interesse dell’apparato “ufficiale”.
B)  L’EQUIVOCO DELLA GREEN ECONOMY
Ad ogni iniziativa pubblica, gli esecutivi in carica non hanno mai mancato di sottolineare la necessità di una transizione ad un nuovo sistema energetico, che richiederebbe  una politica industriale “virtuosa” in grado di intervenire sulla crisi in corso. Ma quale è la politica energetica effettiva che sottostà a questa considerazione condivisa da più parti? E come si concilia il cambiamento necessario proclamato a voce con la difesa strenua dell’esistente agita nei fatti?
Per quanto ci riguarda il problema della transizione ha un connotato  molto preciso: il ricorso alle fonti rinnovabili manterrebbe il quadro di crisi energetica, ambientale, democratica e sociale a cui ci hanno condotto le fonti tradizionali  o ci fornirebbe una occasione di cambio autentico di paradigma, non per via tecnica, ma per via politica? La risposta è si, come risultato di un processo conflittuale e di presa di coscienza orientato alla giustizia sociale ed a superare le distorsioni dell’attuale modello di produzione e di consumo. Un processo che non si fa illusioni sulle difficoltà da affrontare, sulla destinazione critica delle risorse, sullo sviluppo  e sul declino di professionalità, conoscenze e settori da riconvertire profondamente.
Per l’utilizzazione diretta dell’energia solare c’è un elevata richiesta di materia e questo aspetto va considerato con grande attenzione. Il difetto principale dell’energia solare è la bassa intensità con cui raggiunge la terra e la difficoltà di qualsiasi possibilità di autoconservazione: con le energie rinnovabili non saremmo in grado di mantenere la corrispondente struttura materiale e, necessariamente, la specie umana, se non alla condizione di una grande riduzione dei consumi. Ma non basta: mentre l’uomo nel caso di carbone e petrolio possedeva il controllo degli stock fossili, non  è invece in grado di determinare quello dei flussi solari e non può disporre che del flusso presente. Quindi, deve riorganizzare i propri tempi ed i propri spazi sulla base del suo rapporto con la biosfera, riportando l’economia di una scala globale – che ha ridotto per via capitalistica, ma anche grazie alla disponibilità dei fossili, le persone a quantità e i lavoratori a merci – ad una scala inferiore e ponendo prima di tutto attenzione alla valorizzazione della dimensione locale, con il suo portato di risorse naturali, specificità territoriali, conoscenze e capacità di creare valore sociale all’interno dello stesso gioco economico. Nel contempo, preservando, mantenendo e sottraendo al mercato i beni comuni e in particolare proprio l’acqua e l’energia.
Se questo diventa il contesto di riferimento, il rilancio di una “economia verde” in chiave puramente imitativa di quella attuale, non corrisponde affatto al traguardo che si vuole raggiungere. Anzi, così come  è stata impostata finora, la green economy è diventata un greenwashing di quella tradizionale. Qui prendo a riferimento un’analisi molto incisiva svolta da Claudia Bettiol. Le energie rinnovabili sono ancora in una fase transitoria e non tutte hanno raggiunto una maturità tecnologica tale da poterle considerare come totalmente sostitutive dei sistemi attuali. Senonchè, per favorire gli investimenti privati in ricerca e sviluppo (finanziate in maniera risibile dagli stati nazionali e dalle grandi compagnie energetiche), si è privilegiata l’installazione di grandi impianti rinnovabili utilizzando la stessa logica distributiva dell’energia tradizionale. Anche tutti i meccanismi di incentivo alla produzione sono stati messi a punto utilizzando meccanismi finanziari legati alle tradizionali logiche delle borse. La green economy, a questo punto, è soltanto il rilancio dell’economia tradizionale, ma con prodotti ecologici.
Diverso è il caso se giudichiamo la green economy da una prospettiva coerente con quanto finora affermato. Intanto, non ha senso separare il concetto di energia rinnovabile da quello di efficienza energetica. Infatti non si può pensare di produrre energia da impianti a bassa densità energetica (ad esempio il fotovoltaico) e immetterla in vecchie linee di distribuzione monodirezionali che la dissipano. Unendo i due concetti (energia rinnovabile ed efficienza energetica), invece, si tenderebbe a realizzare piccoli sistemi indipendenti in cui l’energia viene prodotta, utilizzata, recuperata e ancora utilizzata. Ma per realizzare questa distribuzione occorre elaborare nuovi concetti industriali legati ad una conoscenza diffusa (università e aggiornamento professionale dei lavoratori), alle politiche industriali (industrie manifatturiere legate alle piccole taglie e alla installazione e gestione di questi piccoli sistemi energetici), alla fiscalità (oggi le maggiori entrate nei bilanci di una nazione provengono dal petrolio e dalle automobili).
Come si può constatare, quindi, la green economy non è il finanziamento agevolato di alcune tecnologie a basso impatto ambientale, ma è una visione globale. Una visione che riporta la politica al centro del dibattito. Una politica con basi diverse e che la Bettiol definisce “green politicy”. Una politica che l’attuale governo proprio non persegue, dato che, con il paravento del debito pubblico, scarica sul debito naturale l’imprevidenza di un modello di sviluppo ormai inadeguato.
C) LA POLITICA DEI “TECNICI”
L’intervento di Corrado Passera a fine marzo rappresenta uno dei primi segnali della volontà del governo di affrontare la tematica energetica nella sua complessità. Il Ministro ha annesso grande importanza, come è giusto, all’efficienza energetica. Su questo fronte occorrerà una seria riflessione perché i risultati, specie in questa fase, potranno essere molto rilevanti. Passera si è detto molto preoccupato per il peso sulle bollette delle fonti rinnovabili. Timore comprensibile, in particolare per il fotovoltaico sfuggito di controllo in un periodo in cui mancava addirittura il ministro allo Sviluppo Economico.
Ma riflettiamo un attimo. Intanto, l’impatto dell’energia solare sulla formazione dei prezzi toglierà 1 miliardo alle bollette. Vanno poi conteggiate le riduzioni delle importazioni di gas grazie al boom dell’elettricità verde (3 miliardi di metri cubi in meno nel periodo 2008-11 e 7 miliardi di CO2 non emessa, con un risparmio per il Paese di 1,5 miliardi di euro). Inoltre, i costi del Cip6, già calati dai 3,6 miliardi del 2006 a 1,2 miliardi, continueranno a ridursi. Un altro paio di miliardi verranno, infine, tolti dalle bollette grazie alla liberalizzazione del mercato del gas. Come si vede, il fardello delle rinnovabili risulterà più che dimezzato. E diventerà ancor più leggero considerando tutte le entrate per lo Stato in termini di Iva e di tasse pagate dalle migliaia di aziende che sono sorte.
Ma l’aspetto più rilevante non sta nella sottolineatura, ovvia, sull’efficienza e nemmeno sulla tiepidezza, scontata, sulle rinnovabili: viene qui lanciata la proposta di raddoppiare la produzione nazionale di idrocarburi. Questa propensione a fare dell’Italia l’hub del gas in Europa  e a mantenere il sistema dei trasporti inalterato, può venire dal fatto che in una situazione di esposizione dl bilancio pubblico si perderebbero le tasse sui prodotti petroliferi (si calcola che per ogni centesimo di euro di aumento del carburante, lo Stato incassi in un anno 400 milioni di euro) e sull’inquinamento da combustione di carbone (accise, prelievi fiscali fissi, carbon tax , gabelle varie) e che gli enormi guadagni dei petrolieri e di Eni ed Enel verrebbero ridimensionati.
Ma il rischio vero è sul lungo termine ed è quello che, purtroppo, i “tecnici”al governo condividono  una vocazione che il mondo finanziario ha sempre riservato al nostro paese nella divisione internazionale della produzione e del lavoro: diventare , con il sostegno del fondo per la sicurezza energetica messo a disposizione dalla Ue, il punto di transito di gas e petrolio e  di concentrazione della logistica per le merci di passaggio dai nuovi centri di produzione globali (il progetto della TAV Torino-Lione è del tutto coerente con questa logica). Da tempo il ruolo assegnato al nostro Paese (purtroppo non contrastato ai tempi del centrosinistra di Prodi-Bersani) sembrerebbe quello di diventare il terminale di grandi interconnessioni per i flussi di petrolio e di metano dalla Turchia (progetto ITGI), dalla Algeria (progetto GALSI), dalla Russia, dall’Albania e sede di rigassificatori che ne farebbero la piattaforma di transito e di stoccaggio per l’Europa. Una politica energetica “low carbon” verrebbe così compromessa e la spinta referendaria metabolizzata dal freddo calcolo dei banchieri al Governo.
4.  L’ALTERNATIVA SI PUO’ COSTRUIRE  DAL BASSO
Gli Indignati, gli “Occupanti”, i manifestanti della Primavera Araba non si organizzano in forma verticale, dall’alto in basso: è in forma orizzontale, dai lati, nella immediatezza della comunicazione, che si esprime la loro alterità. Questo modo rappresenta il tempo nuovo che stiamo vivendo, con la positività della scoperta della soggettività relazionale, dell’emergenza di una coscienza di specie. Una democrazia dal basso, si usa ripetere, trasparente nei suoi procedimenti e non più corrotta, caratterizzata per il suo collegare la giustizia sociale con la giustizia ecologica.
I potenti del mondo non sono affatto su questa lunghezza d’onda. Ma incominciano a sintonizzarsi le autonomie locali più aperte e avvedute, che costruiscono coi cittadini, le associazioni ed i movimenti riassetti territoriali e piani regolatori partecipati, sistemi di mobilità sostenibile, progetti energetici innovativi per le loro città o i loro comuni. Il patto dei Sindaci, previsto dalla Ue per i piani di azione per l’energia sostenibile (PAES), dispone direttamente fondi e sostegni  alle comunità che in modo condiviso rendono virtuose le loro abitazioni, i loro stili di vita, l’approvvigionamento dalle fonti rinnovabili. Sulla scorta di queste pratiche ormai diffuse, perché non avanzare in sede Ue una richiesta per ottenere dalla Bce  300 – 400 miliardi di euro (in fondo ne sono stati elargiti assai di più al sistema bancario) ad un interesse dello 0.50%, da affidare agli enti locali per promuovere dal basso una rivoluzione verde, prima che le grandi concentrazioni  e le multinazionali dell’acqua e dell’energia si impossessino anche del decentramento promosso dal ricorso alle fonti naturali? Se il cambio di paradigma non diventa diffuso e radicale, si accetta una impossibile coesistenza tra il sistema delle rinnovabili e quello dei fossili, tra loro incompatibili.
In effetti, l’incompatibilità è tra un approccio al debito pubblico che accetta la dittatura dei mercati e la preoccupazione del debito ecologico, che si viene accumulando sulla scia di scelte mai rimesse in discussione.  La stessa proposta che gira in questi mesi sulle scrivanie di sindaci di grandi città, di creare una grande “multiutility del nord” si inserisce nel quadro desolante della coazione a ripetere. Ripercorre la strada dei fallimenti testimoniati dai bilanci in debito di A2A, Iren, Hera,  rimanda all’idea di vendere servizi essenziali per coprire buchi di bilancio, puntando a superare i debiti delle aziende attraverso economie di scala.
Ma, al di là di questo aspetto già di per sé preoccupante, si tratterebbe di un’operazione che taglierebbe fuori le città interessate dalla rivoluzione più profonda a disposizione sul terreno della riprogettazione urbanistica, della ristrutturazione e della riduzione del traffico, dell’approvvigionamento di risorse dal territorio. Con un rinnovato e insostituibile ruolo delle municipalizzate pubbliche, da avvicinare ancora di più al territorio anziché lanciare in avventure finanziarie che espropriano i consigli comunali dei loro poteri e allontanano le decisioni dal controllo democratico.
In definitiva, servirebbe superare anche nei fatti una inspiegabile e profonda passività sociale. Se oggi si continua a parlare a sproposito di riforme, ricominciamo da quelle vere, che rappresentano la via d’uscita dalla crisi economica, sociale e culturale in cui ci stiamo dissolvendo come in un acido corrosivo. Altrimenti non ci salveranno né i manifestanti di Wall Street né i camionisti della Sicilia.