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soluzione della crisi non puo' essere consumare sempre di più




da greenreport.it
 
Il sociologo al Festival Dialoghi sull’uomo riflette sul futuro della solidarietà

Bauman a greenreport: «Soluzione alla crisi non può essere consumare ancora di più»

«La situazione è più grave di quella che avverte l’opinione pubblica...»
[ 28 maggio 2012 ]
 
Luca Aterini
Dopo più di un anno, spazzando piazza Tahrir, i venti della Primavera araba hanno portato l'Egitto alle elezioni presidenziali, seguiti ad un intero trentennio dominato dalla figura di Hosni Mubarak. Il ballottaggio tra i candidati si terrà a metà giugno, ma alle sommosse popolari che hanno scosso la terra del Nilo manca ancora molto per poterne parlare come di una rivoluzione compiuta. Da Il Cairo, passando per gli indignados spagnoli e il movimento Occupy Wall Street, la crisi economico-finanziaria ha unito i giovani e gli emarginati dalla società dei consumatori in un movimento di protesta, che però - dopo una serie di successi - rischia di spegnersi e frammentarsi come troppo spesso è accaduto in passato.
Che cosa vogliono i manifestanti? Sicuramente il loro è un grido contro qualcosa, e faticano a definire con che cosa sostituire quel qualcosa, dopo il cambiamento. C'è da capirlo, se anche i vertici politici mondiali hanno ormai abdicato il ruolo di guida a favore dell'ideologia del mercato, e adesso che le cose vanno più storte del previsto si trovano senza sapere come muoversi. La mancanza di concreta propositività nei manifestanti si accompagna però ad un desiderio netto, più o meno consapevole: «cercano solidarietà» - spiega Zygmunt Bauman (nella foto), coadiuvato dalla traduttrice Marina Astrologo dal palco del Festival Dialoghi sull'uomo, conclusosi ieri a Pistoia - mentre adesso la nostra società «è una fabbrica di sospetto e conflitto permanente, dove vige l'aspettativa che dall'altro non può che arrivarti solo qualcosa di molto spiacevole, se non dannoso».
Ma che cos'è la solidarietà? È diversa dalla tolleranza, che implica il sentirsi superiori a chi abbiamo di fronte, ma decidere comunque di concedergli la propria benevola accettazione: «Chi tollera si sente superiore all'altro, e ha semplicemente deciso di non farglielo pesare. Solidarietà è ciò che è contrapposto alla solitudine e al senso d'abbandono, è il non dover contare solo sulle proprie forze, è la voglia di sentirsi parte di qualcosa di più grande, di combattere per una causa comune». Non è affatto un desiderio da trascurare, in quanto si sta rivelando il motore del cambiamento: se questo arriverà o meno a compimento, però, a nessuno è ancora dato saperlo.
«Questo è un grande problema, ed io temo di non avere affatto tutte le risposte - precisa Bauman. Quali sono le conseguenza di lungo periodo di un movimento sociale totalmente nuovo, quello che sta sorgendo sotto i nostri occhi? Siamo di fronte ad un'alternativa molto netta. O si sta aprendo un nuovo capitolo per la storia del nostro pianeta, o siamo davanti solo a una grande carnevalata. Sappiamo infatti qual è il significato del carnevale: raccogliere le forze smarrite sbarazzandosi per un periodo più o meno breve di tutte le regole e le routine oppressive che ci circondano, per poi però far tornare semplicemente tutto come prima».
La domanda che dovremo porci è, dunque, che probabilità ha la solidarietà per affermarsi qui e ora nella nostra società, e che cosa dovremmo fare per aiutare che questa affermazione diventi possibile. «Il sociologo Richard Sennet ha cercato di elaborare una riedizione dell'Umanesimo contestualizzata nel nostro secolo - argomenta Bauman - e la sua risposta è tripartita: parla della necessità, per un umanista dei nostri tempi, di una cooperazione informale ed aperta. Informale, perché le regole devono uscire dal dialogo stesso; aperta, perché senza aspettative predeterminate, ha apertura verso chiunque voglia partecipare. Infine, Sennet parla di cooperazione perché bisogna abbandonare il sogno di vedersi vincitori davanti ad un perdente: tutti escono arricchiti dalla collaborazione: verificate voi stessi se questa collaborazione funziona oppure no», è l'augurio e l'invito di Bauman.
Un invito non da poco, data la portata delle sue implicazioni: «La situazione è più grave di quella che avverte l'opinione pubblica - continua il sociologo - In questi anni si sta decidendo un futuro a lungo termine, che varrà per i prossimi dieci o venti anni, o per una vita intera».
Ci troviamo di fronte all'esigenza pressante di un cambiamento da guidare, con l'arduo obiettivo che ci chiede di conciliare benessere e progresso umano con la sostenibilità della nostra vita sul pianeta. Dalla società del consumo potremo passare a quella della sostenibilità? Alla domanda di greenreport, Zygmunt Bauman risponde che «Dovremmo farlo, sono totalmente d'accordo. Il problema non è se questo sia possibile, il problema è che non va bene il punto di partenza - la società di consumi - per raggiungere quest'obiettivo, ma ovviamente ne abbiamo un altro da cui muoverci. Mi piacerebbe molto che saltasse fuori una soluzione a questi problemi, ma io al momento non riesco a vederne.
La società dei consumi è ostile, avversa alla sostenibilità: stiamo consumando troppo, esaurendo le nostre risorse naturali, e la crisi del debito è proprio la conseguenza dell'orgia del consumo. Non spendere sopra le nostre possibilità sarebbe un consiglio che darebbe qualsiasi nonna. Soprattutto però ci siamo dimenticati ogni sistema alternativo al modello del consumo per uscire da questa crisi. L'unica risposta che ci viene offerta è quella della crescita del Pil, di tornare a consumare di più. Dobbiamo trovare i mezzi per la felicità umana in modi che non comportino il consumare, consumare, consumare; sembra l'unica cosa che riusciamo a fare. Occorre piuttosto darsi vicendevole assistenza, perché è l'unica cosa che ci fa sentire più sicuri: sembrerò forse un utopista, ma siamo di fronte ad un prendere o lasciare».