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da Eddyburg
 
 La città: quale futuro?

La città fa bene a tutti, se ci badano
Data di pubblicazione: 02.06.2012

Autore: Bottini, Fabrizio

Un complesso studio a molte voci proposto dalla prestigiosa Lancet, giugno 2012, sottolinea se necessario l’indispensabile interdisciplinarità dell’approccio ai sistemi urbani

Trattandosi di importanti avanzamenti scientifici nel campo della salute metropolitana, conviene come minimo iniziare con ordine, addirittura con elenco numerato. Allora, lo sapevate voi che:
1 – Le amministrazioni cittadine devono collaborare con molti soggetti diversi e portatori di interessi per costruire convergenze politiche in grado di realizzare il benessere urbano. La cosa vale in modo particolare per tutti coloro che prendono decisioni riguardanti le grandi trasformazioni fisiche.
2 – Quando si programma l’assetto urbano complessivo, è importante mettere al centro le diseguaglianze, e far sì che I portatori di questi problemi siano coinvolti direttamente nelle decisioni.
3 – La città ha dei vantaggi impliciti anche per quanto riguarda salute e benessere, ma questi non sono automatici, e vanno invece coscientemente perseguiti, o sviluppati, attraverso la pianificazione e progettazione spaziale.
4 – Sia a scala urbana che nazionale, chi decide deve sempre farlo sulla base di analisi complesse e interdisciplinari, che sole possono comprendere tutti I vari aspetti che si mescolano nella salute e benessere cittadini. Grandissima attenzione va anche prestata agli eventuali effetti indesiderati delle scelte.
5 – Si possono realizzare migliori progressi utilizzando il metodo della sperimentazione locale di una serie di progetti, se in parallelo avviene un adeguato monitoraggio da parte di vari e diversi soggetti. Ivi compreso attraverso un costante dialogo e scambio con le comunità.

Parrebbe proprio una rassegna di cose correnti, di buon senso, non è vero? Al massimo uno di quei programmi politici che una nuova amministrazione mette in cima a certi documenti strategici, ben attenta a non entrare troppo nel dettaglio per timore di doversi in seguito contraddire. E invece è la sintesi delle cinque raccomandazioni finali che il comitato scientifico della prestigiosa rivista Lancet allega alla ricerca interuniversitaria Shaping cities for health: complexity and the planning of urban environments in the 21st century [Vol. 379, n. 9831, pp. 2079-2108]. Il motivo, non dichiarato ma piuttosto implicito, per cui queste cose vengono dette e ribadite, è che città, politiche, piani e programmi continuano a non rispondere a quelle indicazioni, e gli investimenti ad essere orientati verso progettoni infrastrutturali., o magari programmi ottimi di per sé, ma privi dell’indispensabile organico rapporto con tutto il resto. Insomma la città sana, come la salute stessa, deve essere un insieme armonico, equilibrato, non una cosa a pezzi e bocconi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come uno “stato di totale benessere fisico, psicologico, sociale, e non solo semplicemente assenza di malattie o menomazioni”, e anche un po’ più oltre c’è il concetto ben espresso da Amartya Sen, di diritto ad una vita che valga la pena di vivere. Le città hanno storicamente dimostrato di avere un potenziale di salute complessivo maggiore rispetto alle zone rurali, e quindi sarebbero in teoria il contesto migliore per puntare a tradurre l’utopia in realtà. Ma occorre innanzitutto capire meglio quale sia la composizione di tale “vantaggio urbano”, per intervenire in seguito in modo organico su lacune e ulteriori potenzialità di sviluppo, ad esempio il ruolo relativo della distribuzione della ricchezza, della qualità degli spazi e infrastrutture pubblici e privati, dei servizi e loro accessibilità.

Con obiettivi del genere nasce negli anni ’80 il Movimento per le Città Sane, che attraverso una articolata rete internazionale mette a punto e fa adottare da amministrazioni locali di moltissimi stati una serie di principi generali sulla città sana e giusta: un ambiente pulito e sicuro di buona qualità, abitazioni dignitose per tutti; un ecosistema equilibrato; una società solidale; una buona partecipazione pubblica alle decisioni riguardanti la vita e il benessere; una risposta essenziale ad almeno alcuni bisogni irrinunciabili come alimentazione, acqua, un tetto, reddito minimo, sicurezza, lavoro, e per tutti; buona disponibilità di rapporti, relazioni, esperienze, contatti; economia diversificata e pronta all’innovazione; un rapporto propositivo col proprio passato e il contesto culturale e ambientale da esso ereditato, nonché con altri gruppi; di conseguenza una forma urbana che da esso discenda in modo coerente, pur senza rinunciare all’innovazione; un buon livello di salute collettiva e servizi sanitari accessibili per tutti; un buon equilibrio nella salute, inteso sia come popolazione sana che come scarsità di malattie.

Quello che salta subito agli occhi scorrendo questi obiettivi, è da un lato una struttura di massima che assomiglia parecchio alla classica triade città bella, città giusta, città efficiente delle classiche utopie urbane, ma d’altro canto anche parecchie delle incongruenza pratiche accumulate nei decenni da chi quelle utopie ha cercato di praticare. Da certo meccanicismo modernista che in ottima fede puntava tutte le proprie carte sulla distribuzione quantitativa e sull’efficienza dei contenitori, a chi altrettanto pervaso da buone intenzioni pavimentava la strada per l’inferno spostando su un piano diverso da quello della città l’idea di giustizia, lasciandola di fatto orfana, a una delle ultime ondate di consapevolezza, quella ambientalista, spesso poco propensa a rinunciare a certa centralità di un’idea pervasiva e in fondo smaterializzata di natura. Secondo un approccio più complesso e caratterizzato da un metodo scientifico interdisciplinare, si può invece dar forma leggibile all’utopia secondo lo schemino illustrato che segue (mi scuso per la traduzione sintetica dei riquadri: motivi di impaginazione).

 


Come al solito il resto, tutto il resto, ve lo potete leggere comodamente scaricando il testo integrale dell’articolo da Lancet, firmato da Yvonne Rydin, Ana Bleahu, Michael Davies, Julio D Dávila, Sharon Friel, Giovanni De Grandis, Nora Groce, Pedro C Hallal, Ian Hamilton,Philippa Howden-Chapman, Ka-Man Lai, C J Lim, Juliana Martins, David Osrin, Ian Ridley, Ian Scott, Myfanwy Taylor, Paul Wilkinson,James Wilson.